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Recensione Kader Abdolah

Kader Abdolah

Intervista

Che cosa ha significato per lei cambiare mondo e, soprattutto, lingua?
«Lo si può definire un caso, ma forse non è stato un caso, è stata la vita. Sono caduto improvvisamente dalle alte montagne della Persia sulla fredda, umida terra d'Olanda, a imparare una lingua fredda e umida. Non aveva ritmo, non aveva musica, era piatta come il Paese. Ma dovevo conquistarla, altrimenti non sarei sopravvissuto: e allora divenne bella, divenne la mia casa. Ora vivo in questa lingua».

E ci scrive...
«Una volta pensavo che fosse possibile fare tutto, decidere tutto, ma poi ho capito che a volte sono gli altri a decidere per te. Non avevo alcuna intenzione di studiare il nederlandese, ma all'improvviso ho dovuto farlo, altrimenti sarei morto, sia da un punto di vista creativo che spirituale. La vita ha deciso, e io ho obbedito alla vita».

Nel «Viaggio delle bottiglie vuote» narra lo spaesamento di un esiliato. In «Scrittura cuneiforme» torna alle memorie dell'Iran, raccontandoci due regimi, due oppressioni. Ammesso che sia possibile un confronto, qual è la peggiore? Il regno dello Scia o il regime teocratico?
«Il regime degli ayatollah è terribile perché vuole cambiare la tua mente, il tuo sangue e il contenuto del tuo cuore. Gli ayatollah ti fanno ammalare spiritualmente, ti paralizzano dentro: ma lo Scià era un burattino degli Usa. Era estraneo, aveva un contatto superficiale con noi».

Come giudica i tentativi riformistici nel suo Paese? Che giudizio dà del presidente Khatami?
«Kathami significava speranza, ma era una speranza che, come tale, non poteva resistere a lungo. Aveva paura. Non aveva coraggio e neanche tanto potere. Non è riuscito a usare i milioni di consensi ricevuti, e il popolo lo ha superato, è più avanti di lui. Ora appartiene al passato: cerchiamo un nuovo presidente. Proprio oggi ho proposto ai giornali olandesi il nome del mio candidato: è la vincitrice del Nobel per la pace, Shirin Ebadi. Riceverà i voti di tutte le donne e le donne faranno pressione sui loro mariti perché anche loro la votino».

E gli studenti? Crede nella loro ribellione?
«Gli studenti non possono cambiare le cose, perché non esiste alcun contatto tra loro e il popolo. Quando ero all’Università volevo cambiare il mondo, e non funzionò. Gli studenti non possono fare nulla in Patria, ma sono un termometro. Se oggi gridano il loro desiderio di libertà, sappiamo che tra vent'anni la otterremo. Quindi c'è speranza».

L'impressione, da stranieri, è che in Iran la società civile cerchi faticosamene una via alla democrazia. E' così?
«E' vero. Le dimostrazioni, da parte degli studenti come da parte delle donne, vanno tutte nella stessa direzione: libertà. E con questo noi intendiamo: libertà di espressione, libertà di stampa, uguaglianza tra uomini e donne, separazione tra stato e chiesa. Aggiungo anche l’eliminazione del Corano dalle scuole».

Lei attribuisce una grande importanza anche politica al Nobel per la pace.
«Shirin Ebadi era la persona giusta da premiare. Penso che se fosse andato al Papa, sarebbe stato invece un premio “morto”. E tremendo, ovviamente, se fosse stato assegnato a Bush. Con il Nobel, Shirin Ebadi può davvero cambiare la carta geografica del Medio Oriente. Abbiamo però bisogno dell'aiuto dei giornalisti europei, della televisione, della radio per proteggerla. Ma temo che gli ayatollah la uccidano in un incidente stradale».

Lei parla da iraniano, con una passione iraniana, come se arrivasse da Teheran e non da Amsterdam. Qual è il suo grado di integrazione in Olanda? Pensa di rimanere, qualsiasi cosa accada in Iran, o sogna di poter tornare un giorno nel suo Paese?
«Non sono un olandese normale. Sono qualcosa di più: un persiano che ha assorbito la cultura olandese. Quindi più ricco. Tornerò senz'altro in Iran, non appena sarà possibile. Anzi, guardi, se Shirin Ebadi non si propone come candidata alla presidenza, lo farò io, con la mia cultura europea».

Da La Stampa 21 Ottobre 2003

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