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Biografia Antonio Saltini
Antonio Saltini
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Nato a Brioni Maggiore (Pola) nel 1943, laureato in giurisprudenza nel 1967 e in scienze agrarie nel 1972, dopo il noviziato giornalistico al “Giornale di agricoltura”, la più antica testata nazionale del settore, Antonio Saltini viveva a Bologna anni di impegno appassionante nella sfera dell’informazione agricola a fianco di Luigi Perdisa, già preside della prestigiosa Facoltà di agraria del capoluogo felsineo, dopo il pensionamento proteso a potenziare l’Edagricole, la casa editrice che per numero di riviste e di volumi in catalogo vantava il titolo di prima editrice specializzata in agricoltura del mondo. Direttore del mensile tecnico-professionale più prestigioso del gruppo, “Genio rurale”, vicedirettore del settimanale che ne costituiva la nave ammiraglia, “Terra e vita”, diretto personalmente da Perdisa, Saltini impiegava la duplice competenza ricavata dalla due lauree nel commento settimanale degli eventi essenziali di politica agraria e nell’assidua attenzione per i segni della prepotente evoluzione dell’agricoltura italiana, negli anni Settanta e Ottanta, sul piano tecnico, economico, organizzativo. Le sue interviste ai ministri dell’agricoltura, ai presidenti delle confederazioni professionali, ai responsabili di enti di sperimentazione, di organismi cooperativi e di società commerciali ne facevano l’interlocutore privilegiato dei titolari del potere agrario, un interlocutore ricercato, qualche volta temuto, sempre rispettato per la trasparenza dei rapporti che stabiliva con tutte le controparti. Corsivista ed editorialista, tra le espressioni diverse del giornalismo prediligeva le successioni di servizi concepiti per da dare corpo ad organiche inchieste, l’opzione che lo conduceva a stilare serie di articoli che l’editore gli suggeriva, spesso, di tradurre in volumi. Nascevano così, “Mezzogiorno agricolo che cambia. Viaggio tra Tavoliere e Aspromonte”, “Sicilia tra feudi e giardini”, “I segreti del successo agricolo Usa”, “L’orto dell’Eden. Maghi, veggenti e scienziati dell’agricoltura naturale”, “Un progetto per l’agricoltura. Interviste di Arcangelo Lobianco”, “I contadini verso l’impresa. Interviste a Giuseppe Avolio”. Costituiva, invece, un’impietosa demolizione dei luoghi comuni del dibattito agrario tra i partiti e sulla grande stampa “Processo all’agricoltura”, il frutto dell’impegno a disegnare il volto reale dell’agricoltura italiana, per chi lo sapesse scrutare dopo vent’anni di turbinose trasformazioni irriconoscibile in tutte le oleografie tradizionali. Adottato quasi come manifesto da Giovanni Marcora, il focoso paladino dell’agricoltura italiana, il volume conosceva presto la seconda edizione con la prefazione del ministro. Proteso a ricercare le radici storiche degli scenari agrari che descriveva nei propri servizi, Saltini era sospinto da una logica cogente allo studio delle fondamenta scientifiche dell’agricoltura moderna, un impegno che affrontava con la più meticolosa lettura dei grandi agronomi del passato. Ne nasceva la “Storia delle scienze agrarie. Venticinque secoli di pensiero agronomico”, il volume che segnava, scriveva nella prefazione Ludovico Geymonat, nume dell’epistemologia europea, l’ingresso dell’agronomia sul terreno della storia della scienza, dove nessuno, in precedenza, aveva saputo collocarla. L’inattesa rapidità dell’esaurimento della prima edizione incoraggiava tanto l’autore quanto l’editore a ampliare il disegno originario, dedicando alla storia dell’agronomia nell’Occidente quattro volumi riccamente illustrati. Sarebbe stato l’ultimo grande impegno di Saltini presso l’editrice bolognese. Iniziato, con la morte del fondatore, il processo che avrebbe condotto al passaggio della società in mani di terzi ed al suo progressivo smembramento, Saltini concludeva l’esperienza bolognese con due volumi del tutto estranei alla sfera agricola, una storia dello zio, don Zeno Saltini, “Don Zeno, il sovversivo di Dio”, e tre racconti “Caccia alla luna”, che Sergio Perdisa, il figlio del fondatore che gli era più legato, inseriva nel catalogo della Calderini, la sussidiaria dell’Edagricole per la saggistica, prima di lasciare l’azienda. I rapporti con la casa editrice bolognese si concludevano nel 1988. Da allora Saltini operava come free lance redigendo volumi per enti e organismi agrari, consorzi di tutela dei prodotti tipici, consorzi agrari, confederazioni professionali. La molteplicità delle indagini sulla politica agraria nazionale cui lo conducevano gli impegni successivi lo ha sospinto, riflettendo sull’esperienza degli anni sulla prima linea dell’informazione, a stilare una storia della politica agraria italiana dal dopoguerra al crollo della Federconsorzi, un evento in tanto singolare sintonia con il collasso della cosiddetta “prima repubblica” da suggerire l’idea che si dissolvesse, insieme alla Federconsorzi, quella “repubblica contadina” nella quale il partito di Alcide de Gasperi aveva potuto prevalere sul comunismo di Palmiro Togliatti grazie ai voti dei ceti rurali organizzati da Paolo Bonomi. Il lavoro attende ancora un editore che lo pubblichi e lo divulghi. Il crollo della Federconsorzi era l’argomento che, richiamato repentinamente e inaspettatamente Saltini, il nuovo direttore di “Terra e vita” gli affidava commissionandogli un’organica inchiesta sul tracollo e sulle vicende processuali che ne stavano seguendo. Lasciando il rifugio sull’alto Appennino in cui si dedicava, ormai, prevalentemente ad impegni storici e alla passione per la narrativa, Saltini ricostituiva, rapidamente, una rete di conoscenze che gli consentiva di ripercorrere una vicenda che la grande stampa aveva ignorato nonostante l’evidenza che si trattasse del più grande scandalo fallimentare della storia d’Italia. Superando cento difficoltà poteva ricostruire la vicenda, della quale non riusciva, peraltro, a chiarire le ragioni profonde. Quando l’apertura, al tribunale di Roma, di un fascicolo, a carico della Federconsorzi, per truffa ai danni della Comunità, gli indicava una possibile, sensata spiegazione, riferiva dell’apertura del fascicolo in un breve articolo che il direttore di “Terra e vita” respingeva dichiarando che la collaborazione veniva interrotta. Alla domanda di Saltini se la collaborazione fosse sospesa per l’argomento Federconsorzi, l’interlocutore replicava che la ogni collaborazione era chiusa totalmente e definitivamente . Tornato nel rifugio appenninico Saltini proseguiva la propria attività, così, redigendo studi e volumi per committenti diversi: maggiore degli altri l’impegno richiestogli dall’Accademia dei Georgofili, che nei cinque volumi di “Storia dell’agricoltura italiana” pubblicati per celebrare i duecentocinquant’anni del sodalizio, affidava a Saltini tutti i capitoli sulle conoscenze agronomiche, a Roma, nel Medioevo, nel Rinascimento, in Età moderna, fino ai padri della biologia ottocentesca, confermandone i titoli di maggiore studioso della letteratura agraria tra i cultori delle discipline storico- agrarie. Tra i volumi diversi “I semi della civiltà. Frumento riso e mais nella storia delle società umane”, una storia politica dei cereali per la quale vergava la più calorosa prefazione Luigi Bernabò Brea, il grande decano degli studi sulla preistoria mediterranea, e “L’agricoltura e il paesaggio italiano nella pittura dal Trecento all’Ottocento”, che realizzava insieme a Maria Sframeli, storico dell’arte, collaboratrice di Antonio Paolucci, il quale stilava per l’opera un’eloquente prefazione. Radicatosi, peraltro, il prestigio della “Storia delle scienze agrarie”, Saltini sta conducendo due impegnative trattative per la ristampa dell’opera, arricchita in termini analitici, biografici e bibliografici, in sei volumi, in italiano e in inglese. Padrino della traduzione inglese Francesco Salamini, il direttore italiano del più prestigioso laboratorio di genetica delle specie coltivate in Europa, l’istituto tedesco Max Plank, uno dei maggiori seminari di premi Nobel del mondo. Venuto meno, peraltro, dopo l’esclusione dai collaboratori di “Terra e vita”, l’impegno giornalistico, Saltini ha dedicato spazi di tempo sempre più ampi alle passioni più profonde, la narrativa e la poesia. Sul primo terreno ha recentemente ultimato un romanzo storico su un assedio famoso, l’assedio che Carlo V e papa Giulio III posero alla Mirandola, covo di cospirazione filofrancese, l’anno 1552, un assedio famoso per i cultori, soprattutto francesi, di arte militare, siccome i baluardi eretti col denaro francese ebbero ragione di forze venti volte superiori a quelle degli assediati, ignorato dagli storici della politica, da quelli del costume e delle vicende interne italiane. Per la pubblicazione appare prossima alla conclusione la trattativa con un piccolo, prestigioso editore emiliano. Sul secondo terreno Saltini sta lavorando a un poema sul tema ardimentoso, inafferrabile, sublime dell’Apocalisse. Assolutamente certo di operare contro tutte le regole del marketing editoriale, che rifugge da ogni impegno epico, tragico, drammatico, Saltini dichiara di essere appagato, come autore epico, dalle letture dei suoi versi che un amico, Giulio Beltrami, titolare di una delle più famose vetrerie artistiche italiane, organizza, con dicitori efficaci e l’accompagnamento di un violoncello, in un antico laboratorio artigiano della vecchia Carpi, la città dei nonni e dei genitori, per Saltini l’autentica patria spirituale. Ha ora eipreso la sua collaborazione giornalistica con il mensile Spazio rurale, la più coraggiosa testata sui problemi agricoli, disponibile, ora, anche in edizione online Tratto dal sito dell'autore: http://www.antoniosaltini.net/

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