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Biografia Maria Messina
Maria Messina
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Quel poco che conosciamo della scrittrice Maria Messina lo dobbiamo all’avventura umana e letteraria raccontata dalla nipote Annie (figlia del fratello Salvatore) nella introduzione alla riedizione di Piccoli gorghi, alla breve corrispondenza con Giovanni Verga (G. Garra Agosta, Un Idillio letterario inedito verghiano), che copre un arco dal 1909 al 1919, molto preziosa per la ricostruzione del profilo psicologico, al carteggio di modeste proporzioni con l’editore Bemporad (C. Pausini, Le briciole della letteratura) e a diverse proiezioni autobiografiche travasate nei suoi scritti e nascoste sotto il velo dell’impersonalità. Il suo archivio, le sue carte, i libri e molte cose di famiglia, che potevano costituire documentazione per la ricostruzione della sua vicenda letteraria, andarono dispersi nel corso del bombardamento su Pistoia nel 1944. Maria Messina nacque ad Alimena (Palermo) il 14 marzo 1887 da Gaetano, maestro elementare, e da Gaetana Valenza Traina, esponente di una famiglia baronale, originaria di Prizzi, "bella e facoltosa, distrutta da un cattivo vento di sfortuna" (lettera a Verga). Nella rappresentazione della vita della piccola borghesia alla quale lei apparteneva, attraverso forme occultate, la Messina accenna alla sua esperienza fatta di sofferenze segrete e alle ristrettezze economiche che dovevano essere "dignitosamente celate". Come molte ragazze del tempo, non frequentò scuole ma ricevette una istruzione domestica sotto la guida della madre e del fratello, che incoraggiò la sua precoce vocazione letteraria. Da autodidatta di genio, le sue letture si indirizzarono probabilmente più alla narrativa recente (per es. Turghenev, che la Messina ricorda esplicitamente nella Casa nel vicolo) piuttosto che ai classici dei quali nella sua opera non si riscontrano tracce. A proposito della sua istruzione e della decadenza economica della famiglia materna un tempo socialmente elevata, veicolano contenuti autobiografici nella novella Mandorle: "E Bettina, trasognata, parve ascoltare la voce dei ricordi. Ricordi del tempo lontano, di quando studiava sola sola, con la guida d’una vecchia maestra, amica di casa, mentre tutti la canzonavano dandole della dottoressa. Stavano bene allora i genitori: Boscogrande non ancora venduto, tre libretti alla Cassa di Risparmio e niente paure di guerre, di epidemie, di miseria. "Ti pare che io ti lasci fare la maestrina!", esclamava il padre, se la vedeva con un libro in mano. Maria condivise con l’unico fratello una prima giovinezza infeli ce, soprattutto per le incomprensioni tra i genitori, che ebbero delle ripercussioni sulla sua sensibilità di ragazza timida, chiusa e introversa. "Di onesta e modesta fantasia, questa provinciale, aliena da pervertimenti sensuali, da smanie sentimentali e da ambizioni teoriche", come scriverà G.A. Borgese, sentendo con novità l’ostinata malinconia della provincia povera, esordì molto giovane con due raccolte di novelle alla maniera verghiana, che le offrirono lo strumento per esprimere la pietà per una serie di personaggi travolti e sommersi nei "piccoli gorghi" delle umiliazioni patite e per testimoniare una realtà conosciuta sin dall’infanzia. Maria Messina si inserì in un filone narrativo a cui avevano aderito Verga, Capuana, Pirandello, e i suoi lavori dalla fisionomia letteraria ben precisa, la portarono ad affacciarsi alla ribalta, a farsi un nome, a crearsi un successo di pubblico e di critica. Lasciata la Sicilia, la sua vocazione letteraria si nutrì dei ricordi dell’isola e alla produzione di novelle si intrecciò quella più complessa dei romanzi, unitamente ai testi per l’infanzia Recensioni ai suoi libri apparvero su molte riviste qualificate. Colma di una tenerezza inespressa, Maria era, come la ricorda la nipote Annie, "una giovane donna minuta con un visino pallido dai grandi occhi luminosi, incorniciato da una massa di fini capelli castani. La sua fragilità celava una forza d’animo non comune, la forza che le ci era voluta per denunciare, lei signorina di buona famiglia che avrebbe dovuto ignorare certe vergogne, quello che si celava dietro la facciata di case rispettabili, in cui la donna era tenuta in uno stato di soggezione prossimo alla schiavitù". Maria, vivendo attraverso la scrittura, nella quale aveva trovato ragione di vita e di riscatto, si avviava alla conquista della fama nel mondo letterario e ad una soddisfacente serenità, ma, all’improvviso, su tutto quel fiorire di attività calò l’ombra nera della malattia: la sclerosi multipla."L’alternarsi di speranze e disperazione, il pellegrinaggio da un clinico illustre all’altro, le incertezze delle diagnosi errate, fino a quella definitiva e terribile". Il fratello, che l’aveva seguita con tanto affetto nei suoi esordi letterari, l’accompagnò con pena e angoscia nella sua lotta contro la malattia" (dai ricordi di Annie). Dal carteggio di varia natura con l’editore Bemporad apprendiamo qualche particolare sulla salute e sul domicilio della scrittrice già dal 1924 a Firenze : "Le mie povere gambe si sono ancora più indebolite. Ella rammenterà con quanta fatica camminassi già l’anno passato. Ma lavoro molto, aspettando di stare meglio e credo di avere conchiuso qualcosa di buono" ( in C. Pausini, Le briciole della letteratura). Nel 1926 comunicava di essere andata in campagna, a Capostrada (Pistoia) con la mamma, aggiungendo che le sue povere gambe si rifiutavano a ripigliare forza, chiedendo il compenso della prima edizione di Storia di buoni zoccoli e di cattive scarpe, poiché la somma era diventata necessaria e urgente dopo avere sostenuto tante spese per la sua salute. Il suo ultimo intervento risale al novembre 1929 nella rubrica "Confidenze degli autori" sulla rivista "L’Italia che scrive", mentre svaniva l’eco dei suoi successi e l’oblio cominciava ad avvolgere il suo nome. Negli anni Trenta, morti i genitori, viveva sola, con una infermiera, Vittoria Tagliaferri. Conducendo una vita chiusa e solitaria, parlerà di sé, ma attraverso forme non riconoscibili: "ci sono ore nella giovinezza in cui l’anima è così debole che non sa sopportare la solitudine. E la solitudine pare una creatura visibile; una creatura d’ incubo che ci prema il cuore con le sue mani aperte" (La casa nel vicolo). Dolorosamente sommersa in ancor giovane età nei silenzi dell’infermità e della solitudine, intristì come Una primavera senza sole, titolo di un suo romanzo. La terribile malattia, agli inizi non riconosciuta, progressivamente la portò alla perdita dell’uso di tutti i muscoli del corpo e le tolse la possibilità fisica di scrivere; interruppe quindi i contatti con varie riviste e con gli editori, sprofondando così nell’inattività e nell’isolamento. Attingendo direttamente alla sua esperienza autobiografica, la Messina si riconosce nel personaggio di Franca (Un fiore che non fiorì), una delle figure femminili più tristi da lei descritte, che, affamata della sua parte di bene che non le è toccata, si riduce, disperata, a vivere in campagna, dove non vuole vedere più alcuno e dove diventa una "vinta" dal destino, moralmente e fisicamente, "Dottore, – disse Franca – non posso neanche lavorare. La mano si rifiuta, come se fosse senza muscoli. Come stanco e pesante è il suo gracile corpo! Voleva guarire, camminare, correre. Non c’è cosa più bella al mondo che quella di camminare sulle gambe che ci tengono eretti. Il suo avvenire era limitato e senza colore come l’orizzonte che la nebbia avvicinava sempre più. Il vecchio dottore Balsamini si accarezzava la barba, perplesso. Fenomeni nervosi – disse finalmente – Guarirai da sola, Non ti stancare" Dopo quell’apertura luminosa durata una ventina d’anni, il destino si richiuse su di lei, non meno pateticamente di quello che accadeva a tante sue protagoniste povere d’amore e di affetto, dalle vite non vissute, come in fondo era stata la sua. Per non scoprirsi troppo, Maria Messina nasconde una dimensione autobiografica dietro lo schermo dell’impersonalità: "Sgomentata, vedeva con precisione la sua scialba vita di vecchia zitella ... Gli anni avevano tutto sciupato senza rimedio lasciando fresco e intatto il suo cuore di vergine" (Rose rosse). Nel romanzo Le pause della vita scriveva: "La sua dolce giovinezza finiva così a poco a poco, come certe giornate invernali in cui il mattino somiglia alla sera". Dai ricordi della nipote Annie : "Alla sterile disperazione di un tempo era subentrata in lei, che pure era stata una tiepida credente, la serenità della rassegnazione cristiana, una fede profonda che non cercava più in questo mondo. Ricordo ancora come il suo visino patito, ma ancor bello si illuminasse per me di un sorriso, mentre io, tenendo tra le mie le sue mani inerti le parlavo dei miei sogni, delle mie speranze che pure erano state le sue". Un riferimento autobiografico palpita nel suo romanzo La casa nel vicolo: "Ecco che le sventure erano passate sul capo del vecchio contadino e non per questo il suo sorriso aveva perduto l’infantile dolcezza e i suoi occhi la espressione rassegnata della fede". Nel tragico inverno del 1943, lasciandosi alle spalle le macerie di Pistoia distrutta dai bombardamenti, così bisognosa di cure, morì per i disagi dello sfollamento in una casa di contadini il primo gennaio del 1944 nella località di Masiano. Alla sua fedele infermiera che le fu sempre accanto dettò, prima di morire, I doni della vita, un documento di fede e di religiosità, una esperienza di sofferenza fisica e spirituale. L’esordio letterario di Maria Messina, segnato dalle novelle ambientate a Mistretta II trasferimento del padre (estate 1903) portò Maria Messina da Palermo a Mistretta,dove rimase fino al 1909 con la famiglia, abitando in una casa di Via Paolo Insinga. Dalle molte proiezioni autobiografiche travasate nei suoi scritti sotto il velo dell’impersonalità si intuisce il suo iniziale stato di disagio nella cittadina dei Nebrodi, che non viene nominata esplicitamente, ma molti dettagli permettono di identificarla. Nell’Ideale infranto, la Messina così scriveva: "La signora Sinighella, lontana da Palermo per la prima volta in vita sua, cercava di mantenersi legata a ogni parente, a ogni amica, scrivendo lunghe lettere e aspettando – con la premura di una fanciulla – brevi risposte che pareva le portassero un’eco della cara città lasciata a malincuore. Quel primo trasferimento le aveva procurato un senso d’inquietudine, poi che gli amici, fìngendo di compatirla, si erano divertiti a descrivere la noia e i disagi che l’aspettavano nel piccolo paese montano. – Non c’è neppure la luce elettrica! E non c’è neppure un cinematografo! – dicevano alcuni. – Le scuole finiscono con la terza ginnasiale e con la terza complementare! – informavano altri –. E la posta parte una volta al giorno! Forse neanche una volta! E giornali non ne giungono quasi mai! Si figuri! senza ferrovia, senza automobili! Però nel luminoso settembre d’oro la signora Cristina s’era messa in viaggio con la convinzione di compiere un sacrifìcio più grande delle sue forze; e turbata e triste si era lasciata portare dalla affannata diligenza su per lo stradale interminabile che, arrampicandosi fra i monti aguzzi pareva lasciarsi dietro ogni rumore di attività. E una volta in paese fu assalita dalla nostalgia. La vista delle straducce mezzo deserte, delle case a due piani, delle donne vestite in colori oscuri le riuscì intollerabile. Non si lamentò, ma pensò alla sua bella casa di Via Maqueda, come se non avesse dovuto rivederla mai più".

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