Autore Topic: Diario di una giornata particolare: a spasso per il Bel Paese in cerca di una pa  (Letto 100 volte)

Faber

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Diario di una giornata particolare: a spasso per il Bel Paese in cerca di una pausa e, forse, di un benessere che altrove è negato.
Al termine di una giornata può capitare, specialmente dopo una gita c.d. "fuori porta", di tirare le somme per capire se ne è valsa la pena; se tanta fatica, ansia e denaro, hanno potuto ripagarci dandoci l'illusione di essere stati bene. Con noi stessi e con gli altri (famiglia, amici o conoscenti).
Le città, come in un copione desueto, si sono svuotate (tranne quelle dell'estremo sud, quest'anno invase da migliaia di turisti stranieri) per cedere famiglie e comitive in cerca di bellezza e buon cibo nei vari "Borghi dell'Anno", oramai ben pubblicizzati attraverso programmi televisivi costruiti "ad hoc".
L'assalto, pertanto, ha richiesto la trasmigrazione di lunghissimi serpenti gommati, su strade e autostrade, che ha preso forma e sostanza già dalle prime ore del giorno, per un "mordi e fuggi" che, oramai, caratterizza le nostre pause settimanali e, talvolta per poca disponibilità di denari, le nostre tanto agognate ferie (estive o invernali).
Il "popolo dei vacanzieri pendolari" si è potuto concedere, dopo alcune ore di viaggio (o di coda) una passeggiata nelle stradine e per i viottoli del paesino selezionato direttamente dalla rete; o visitato virtualmente con Google Earth; consumare uno spuntino veloce, magari tra un selfie a futura memoria, da annoverare tra le tante notizie ed aggiornamenti pubblicati sulla personale pagina Facebook, ed una immancabile telefonata (l'ennesima!).
Il rito è stato, anche questa volta, rispettato!
Sopratutto in una di quelle giornate che, in virtù della loro stessa storia e cultura, non poteva non essere ricordata per la classica gita da farsi fuori, con amici e parenti.
Al rientro, tuttavia, dopo aver percorso in senso inverso la strada che quella mattina ci aveva condotti verso "la meta", lontano dalla monotonia dal caos quotidiani, adesso ci ricorda che da domani tutto tornerà come prima!
Tutto questo ha un senso? Siamo sicuri che questo stile di vita ci appaga? O si fugge all'inseguimento di un'illusione?
O, forse, sarebbe bello poter decidere che si vuole cambiare, uscendo dagli schemi pre-confezionati, che ci costringono in spazi angusti e progettualità sempre uguali?!
"Tutte le anime sono immortali. Ma le anime dei giusti sono immortali e divine" Socrate

L'uomo non può creare nessuna opera che sopravviva ad un libro

piccolofi

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Il punto è che inserirsi, almeno in parte, negli usuali riti collettivi, dà l'illusione sia della normalità, sia di esser stati bene ed essere contenti.
E l'illusione, che oggi forse si chiamerebbe " percezione ", grottesco ma vero ci fa sentire effettivamente meglio : " anche noi, anche noi..." = anche noi ci siamo divertiti, anche noi abbiamo onorato il rito dell'evasione dunque abbiamo evaso la routine e dunque siamo stati meglio.. e possiamo ritenerci soddisfatti.
Uno può anche provare a fregarsene, ossia a seguire quel che gli dice la sua testa, guardare dunque alla sostanza delle cose anziché alla venerata apparenza, insomma non fare ( gite, pranzetto, puntatine in luoghi pilotati dai giornali, ecc ) : ma...la bizzarra psiche lo farà poi sentire di malumore e rimuginare : " perché non ho fatto niente? Perché non ho approfittato della giornata di festa? Si, certo, ci sarebbe stata la coda, e lo stress, e magari la calca, però, capperi, ora potrei dire di aver fatto qualcosa. Anch'io. Invece.. "
E alla successiva occasione si mette in moto per non perderla. 
Sarà stanco alla sera, innervosito, stufo, un po' annoiato un po' insoddisfatto.., ma.... contento!!!!
Si, contento di esser come tutti. Di non essersi fatto fregare la festa dalle sue stranezze, accidenti.
"Eh si, non sarà stato il massimo, ma alla fin fine son contento ".
Ha onorato il rito dell'evasione e tutto è stato bene.
Il punto è, dico io, che siamo fatti strani, e la nostra psicologia è tutta una trappola.
Ma persino quando ne siamo consapevoli facciamo i bravi scolaretti e santifichiamo con qualche rito collettivo la festa.
E' valsa la pena? 
Ma che importa!  Ci sentiamo meglio.
..........................................................

dottorstranamore

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La rappresentazione mentale del viaggio.

Nel testo cinese “Tao Te Ching”  (=Libro della Via e della Virtù”), redatto tra il IV ed il III sec. a.C.  con aforismi, massime e precetti, ci sono anche “detti” riguardanti il viaggio. Uno di questi avverte che:  "Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo, / senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Dao del cielo. / Più si va lontano, meno si conosce. / Per questo il saggio senza viaggiare conosce, / senza vedere nomina, senza agire compie”.

C’è chi pensa che un viaggio per allontanarsi dal luogo in cui si vive possa  giovare psicologicamente se  i motivi delle proprie insoddisfazioni  derivano dall’esterno, dagli altri. Presume che cambiando luoghi e persone possa mutare il proprio stato d’animo.

Un esempio fu Lucilio, un cittadino romano del primo secolo, amico di Seneca. Il giovane scrive a questo filosofo e si dice stupito che i suoi viaggi non gli siano serviti per eliminare la tristezza che lo affligge. Seneca gli risponde:  ‘Lucilio, devi cambiare d’animo, non di cielo’, poi cita Socrate: ‘Perchè ti stupisci se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso?  Il motivo d’insoddisfazione che ti ha spinto al viaggio rimane con te".  A che serve cambiare posto e vedere persone nuove se non curiamo prima i nostri mali?

Questo è il testo della 28/esima epistola di Seneca nelle “Lettere morali a Lucilio”.

“Seneca saluta il suo Lucilio.
Credi che questo sia capitato solo a te e consideri con meraviglia, come situazione strana, il fatto che il lungo viaggio che hai compiuto  e le varietà di luoghi non sei riuscito a ritrovare la serenità.  Devi cambiare d’animo, non di cielo. Puoi anche attraversare il mare,  ‘allontanarti da terre e città’, come dice il nostro Virgilio, ma i tuoi problemi  ti seguiranno ovunque andrai.

Ad un tale che si lamentava di questa stessa cosa Socrate disse, ‘perché ti meravigli che i lunghi viaggi non ti giovano dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza lo stesso motivo che ti ha spinto lontano’.
A cosa può giovare vedere nuove località ?  A che serve conoscere città e luoghi diversi ? La tua ansia è dannosa. Domandi perché la fuga non ti è utile ? Tu fuggi da te stesso. Devi deporre il fardello che grava sul tuo animo, altrimenti non ti piacerà nessun luogo. Ora il tuo stato d’animo è identico a quello della veggente che Virgilio ci presenta sconvolta, stimolata da un pungolo e invasa da uno spirito estraneo: ‘la profetessa si dimena per scacciare dal petto /  il grande dio’.
Tu vai qua e la per scuotere via il peso che ti affligge , e che diventa più fastidioso come conseguenza della tua agitazione; su una nave i pesi ben stabili gravano meno, mentre i carichi che si spostano, rotolano in modo irregolare e immergono rapidamente la fiancata sulla quale gravano. 

Qualunque cosa tu faccia, la fai contro di te e con lo stesso movimento ti arrechi un danno: infatti stai scuotendo un ammalato. Ma quando ti sarai liberato da questo male, qualsiasi cambiamento di località diverrà un piacere. Ti releghino pure nelle terre più lontane, in qualsiasi località in cui ti troverai per forza ad abitare, quella sede, quale che sia, ti sarà ospitale. Più che la meta del tuo viaggio importa lo spirito con cui l’hai raggiunta, pertanto non dobbiamo subordinare il nostro animo ad alcun luogo.
Bisogna vivere con questa convinzione: “Non sono nato per un solo luogo,  la mia patria è l’universo intero”. Se questo concetto ti fosse chiaro non ti meraviglieresti di non trovare alcun conforto nella varietà delle regioni in cui  ti rechi per la noia delle precedenti. Infatti ti sarebbe piaciuta la prima in cui saresti capitato, e poi anche di volta in volta avresti gradito le successive, se avessi considerato ciascuna come interamente tua. Ora non viaggi, ma erri e ti lasci trasportare, passi da una località all’altra, benché ciò che cerchi, il vivere secondo virtù, si trovi in altro luogo.

Ci può essere qualcosa di più caotico del Foro? Eppure persino qui si potrebbe vivere in pace, se questa scelta fosse assolutamente necessaria. Ma se ci fosse consentito di  vivere dove si vuole, io fuggirei anche la vista e le vicinanze del Foro. Infatti, come i luoghi con un clima pestilenziale intaccano  perfino la salute più solida, così anche per una sana disposizione mentale – tuttavia non ancora perfetta e in fase di rinvigorimento – alcune situazioni producono effetti poco salutari.

Non sono d’accordo con quelli che si gettano in mezzo ai marosi e con quelli che, apprezzando una vita agitata,  lottano ogni giorno con grande coraggio contro difficoltà concrete. Il saggio sopporterà questa situazione, non la sceglierà, e preferirà essere in pace piuttosto che in battaglia: non si ricava granché dall’avere liquidato i propri vizi, se poi ci si vede costretti a scontrarsi con quelli degli altri.
‘Trenta tiranni’  tu dici  ‘si piazzarono intorno a Socrate, ma non riuscirono a spezzare il suo animo’. Che importa quanti sono i padroni. La schiavitù è una sola: chi ha saputo disprezzarla è libero, per quanto grande sia lo stuolo dei tiranni.

E’ il momento di finire.  ‘Inizio di salute è la consapevolezza dell’errore commesso’. Mi sembra che Epicuro abbia espresso bene questo pensiero; infatti, chi non sa di sbagliare, non vuole neppure correggersi; conviene dunque che tu capisca il tuo errore per correggerti. Alcuni si vantano dei propri difetti: pensi che abbia in mente qualche rimedio chi annovera i suoi difetti tra le virtù? Per quanto tu puoi, metti te stesso in stato di accusa, inquisisciti, sostieni prima il ruolo di accusatore, poi di giudice, e da ultimo, di difensore. Talvolta sii duro con te stesso. Stammi bene”.
(tratto dalle Epistulae morales ad Lucilium, Liber Tertius, epistula XXVIII, Seneca)

Nelle “Epistole” del poeta romano Orazio c’è questo noto aforisma: “Caelum. non animum mutant qui trans mare currunt”: "non mutano il loro animo, ma solo il cielo (sopra la loro testa) coloro che attraversano il mare" (Quintus Horatius Flaccus: ‘Epistulae’, I, 11, v. 27). Il poeta evidenzia che non si può fuggire da noi stessi;  la serenità psicologica non è acquisibile con un viaggio in mare per andare lontano.
 
L’aforisma di Orazio lo ripropose in modo simile Seneca: “Animum debes mutare non caelum”, nelle “Epistole a Lucilio”.
« Ultima modifica: Luglio 21, 2017, 17:13:55 da dottorstranamore »