Autore Topic: Anima  (Letto 29 volte)

dottorstranamore

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Anima
« il: Giugno 11, 2017, 11:16:55 »
Cos’è l’anima ? Una nozione ?  Un concetto ?

La “nozione” allude alla conoscenza intuitiva, elementare di qualcosa. Invece il “concetto” scaturisce da un’idea, poi viene espressa con un procedimento che raccoglie ed aggrega i vari aspetti di una realtà oggettiva o di un’astrazione com’è l’anima.

Il concetto permette di avere chiari i caratteri essenziali e costanti di una specifica realtà, l’essenza, ciò che rimane stabile, al di là  della mutevolezza del dato e della molteplicità delle apparenze.

Ai tempi di Omero, il noto poeta epico greco autore dell’Iliade e dell’Odissea, l’anima  era una nozione mitologica assimilata ad un “soffio”, ad una forza o energia vitale che tiene in vita l’individuo; inserita nel corpo umano ma distinta da esso; quando questo muore lo abbandona e va nell’Ade, dove continua ad esistere come un’ombra, una visione, ma senza esplicare la sua energia vivificatrice.

Il nome Ade è di origine greca, deriva da “Aidhs”, composto da “a” privativa e dalla radice “ id –“ (= vedere); significa "luogo dove non si può vedere", buio, e dove  confluiscono tutte le anime dopo la morte degli individui.  E’ un luogo all'interno della terra, posto all'estremo occidente dell'Oceano, con un'entrata ed un vestibolo.

Nel  XXIII capitolo dell’Iliade Omero descrive i funerali che Achille prepara per Patroclo: il compianto ed il banchetto funebre nella tenda di Agamennone. Dopo Achille se ne va a piangere sulla riva del mare dove si addormenta.  Nel sonno gli appare l’ombra di Patroclo che lo prega di seppellirlo al più presto, perché nell’attesa del funerale egli non può entrare nel regno dei morti e si aggira senza pace davanti alle porte dell’Ade.

Nell’XI capitolo dell'Odissea, Omero descrive l'arrivo di Ulisse e dei suoi compagni nel paese dei Cimmeri dove compiono i sacrifici richiesti. Dall'Ade salgono le anime dei morti, e l'eroe incontra  alcune ombre, fra le quali quella della madre, Anticlea, quella dell'indovino Tiresia,l'ombra di Agamennone e quella di Achille, con la quale parla e chiede notizie di suo padre Peleo e di suo figlio.
Quel regno dei morti è buio e vuoto, popolato da anime che si aggirano tristi fra i grigi campi rimpiangendo la vita e la luce del sole. Tutto è in contrapposizione al mondo dei vivi.

All'idea omerica dell'Ade si contrappose l’orfismo, movimento religioso creato in Grecia nel VI sec. a.C..  Per gli orfici  l’aldilà era un luogo di premi e punizioni: chi raggiungeva la piena purificazione poteva fruire della mistica identificazione con la divinità, invece chi non rispettava i precetti etico-religiosi subiva tormenti negli Inferi.   
Inferno e paradiso sono creazioni orfiche; l'orfico Pindaro li descrive nella seconda “Olimpica”.

I seguaci dell’orfismo avevano la certezza che nell’individuo c’è un’anima immortale indipendente dal corpo, capace di trasmigrare da un corpo ad un altro per la reincarnazione o metempsicosi.

L'importanza dell'Orfismo nella storia della cultura religiosa, e più in generale nella storia del pensiero occidentale, è un fatto più volte  evidenziato dagli studiosi.

Il filosofo Giovanni Reale nella sua “Storia della filosofia greca e romana” informa che “Nei documenti letterari greci a noi pervenuti compare per la prima volta in Pindaro una concezione della natura e dei destini dell'uomo pressoché totalmente sconosciuta ai Greci dell'età precedenti ed espressione di una credenza per molti aspetti rivoluzionaria, la quale, giustamente, è stata considerata come elemento di un nuovo schema di civiltà. In effetti, si comincia a parlare della presenza nell'uomo di qualcosa di divino e non mortale, che proviene dagli dei ed alberga nel corpo stesso, di natura antitetica a quella del corpo […]. Il nuovo schema di credenza consiste, dunque, in una concezione dualistica dell'uomo, che contrappone l'anima immortale di natura divina al corpo (soma) mortale”. Tale concezione orfica inserì nella civiltà europea un'interpretazione nuova dell'esistenza umana.

Il filosofo e matematico Pitagora nel 530 a.C. circa fondò a Crotone (in Calabria) una scuola di tipo orfico dove si insegnava filosofia, religione orfica, matematica, astronomia, musica. L'originalità della scuola consisteva nel presentarsi come setta mistica-religiosa, comunità scientifica ed insieme partito politico aristocratico, come tale governò in alcune città dell'Italia meridionale.
I pitagorici, seguaci dell’orfismo,  credevano nell’anima immortale, nella sua trasmigrazione e reincarnazione in altri corpi, per poi ricongiungersi all’anima del mondo, in latino “anima mundi”.

I pitagorici ritenevano che l’anima fosse di origine divina e che il corpo fosse una sorta di prigione, dalla quale essa si poteva liberare dopo aver passato alcune vite via via sempre migliori, fino alla purificazione (catarsi).  La reincarnazione poteva avvenire anche in animali, perciò non mangiavano carne.

Nei culti orfici la purificazione si raggiungeva attraverso alcuni riti e una vita vissuta per questo scopo, i pitagorici, invece, credevano che la vita del matematico fosse quella più vicina alla purificazione, e alla sua fine l’anima sarebbe ritornata di origine divina e libera.

Un’altra teoria sull’anima venne elaborata dalla seconda generazione dei pitagorici, che riteneva che l’anima fosse in equilibrio con il corpo, e una volta rotto questo stato di armonia essa sarebbe morta.

dottorstranamore

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Re:Anima
« Risposta #1 il: Giugno 12, 2017, 07:50:19 »
I primi filosofi greci furono all’origine di riflessioni che si perpetuano fino ai nostri giorni con il nome di filosofia e di scienza, ma questi due lemmi non facevano parte del loro vocabolario.Quei filosofi cominciarono a problematizzare la questione della conoscenza, interrogandosi su vari aspetti dell'universo, dando risposte spesso divergenti e contrastanti.

Le loro opere ci sono note in modo frammentario. I frammenti sono di due tipi:
 
citazioni verbali che rimandano all’opera originale, sono brani staccati da un insieme ormai perduto, che ci sono pervenuti il più delle volte dalle citazioni che ne hanno fatto altri autori successive o in qualche raro caso in seguito a scoperte papirologiche.

Sunti, delle parafrasi, delle allusioni, delle critiche,  delle testimonianze di autori vissuti nei secoli successivi.

La tradizione filosofica fa di Socrate la figura perno per il prima e il dopo, fra i cosiddetti “presocratici” e “socratici”.

Socrate fu contemporaneo dei sofisti, ma anche degli ultimi filosofi naturalisti. Il suo pensiero segnò una svolta nella filosofia morale, concentrandosi sullo studio dell'uomo in quanto tale e sul concetto di aretè (virtù).

Da varie testimonianze sappiamo che Socrate amava dialogare con le persone che incontrava durante la giornata. Coerente con la sua preferenza per l'oralità non scrisse niente, e tutto ciò che sappiamo del suo insegnamento arriva a noi per via indiretta, attraverso il filtro delle rappresentazioni che ne hanno lasciato nei loro scritti altri autori.

Platone nel “Fedone” fa sapere che Socrate elaborò una teoria dell’anima di derivazione orfico-pitagorica: l’anima è immortale, è principio di vita, è quanto di più vero l’uomo possieda e la filosofia è una vera e propria “cura dell’anima” in quanto l’anima è l’unico destinatario del messaggio filosofico.
 
Nel  “Fedone” Platone dice:  “Sull’anima la gente è molto incredula e teme che essa, non appena si allontani dal corpo, non esista più in nessun luogo, ma che, in quello stesso giorno in cui muore l’uomo, si dissolva disperdendosi come soffio o fumo”. L’affermazione di questo filosofo è di straordinaria attualità.

Socrate parla di “aretè dell’anima”. Essa non è solo “virtù” nel senso etico del termine, ma è anche “virtù” nel senso di “funzione”, “capacità”, “qualità”. Per Socrate, come per Platone ed Aristotele, la “virtù dell’anima” consiste nel raggiungere il suo fine: l’eudaimonia (felicità). Solo l’eliminazione della malattia dell’anima, ossia il vizio, garantisce l’adempimento di tale fine.

Socrate fu il primo a concettualizzare l’anima, che indica con il termine greco “psyché” per designare il mondo interiore dell’individuo.


Psiche, personificazione dell'anima nella mitologia greca

Anima è il principio vitale. Il sostantivo anĭma è anche connesso con il termine greco “ànemos” (=soffio, vento).

Coscienza è la consapevolezza.

Mente è il pensiero.

Essere animato, essere cosciente, avere mentalmente un pensiero, sono esplicazioni distinte.
Ontologicamente divisi perché hanno funzioni diverse, ma dinamicamente e gerarchicamente dipendenti.

Nell’individuo il “principio vitale” è immateriale, distinto dal corpo fisico.
 
Il concetto di anima fu poi ripreso da Platone (circa 428 a.C. - 347 a.C.), che considerava l’individuo composto da due parti: dal corpo mortale e dall’incorporea anima immortale, che esce dal corpo quando l’individuo esala l’ultimo respiro prima della morte.

Platone dice che l’anima è come un cocchio alato guidato dall’auriga (la ragione) e condotto da due cavalli, uno bianco e generoso, e l’altro nero, ribelle alla guida (le pulsioni passionali); se il cavallo nero prende la mano all’auriga trascina il cocchio verso il basso facendogli perdere le ali.

dottorstranamore

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Re:Anima
« Risposta #2 il: Giugno 16, 2017, 10:07:52 »
Nel precedente post ho scritto che nella Grecia del VI sec. a.C. il movimento religioso denominato “Orfismo”  era convinto dell’immortalità dell’anima, se basata su pratiche di “purezza” proprie dei “Misteri eleusini”.
 
Nella storia della cultura religiosa greca ed occidentale  l’Orfismo, per primo, parla della presenza nell’individuo di qualcosa di “divino” e non mortale che proviene dagli dei e convive con il corpo ma antitetico a questo. La concezione dualistica  contrappone l’anima immortale al corpo mortale e considera la prima ciò che veramente è importante nell’Uomo. Tale concezione inserì un’interpretazione nuova dell’esistenza umana nella civiltà europea.

I seguaci dell’Orfismo avevano la certezza che l’anima immortale dopo la morte dell’individuo trasmigrava da un corpo ad un altro per la reincarnazione o metempsicosi.

Invece con Socrate giunge la nuova idea del carattere personale dell’anima, non più migrante.

Mentre gli Orfici ed i Pitagorici consideravano l’anima come un demone divino, Socrate la fa coincidere con l’io, con la coscienza pensante di ognuno o “autocoscienza”: l’attività riflessiva del pensiero con cui l’io diventa cosciente di sé; l’attività riflessiva serve anche per l’introspezione.

Autocoscienza come presupposto della conoscenza, sintetizzato dal motto delfico “conosci te stesso”, il quale con Socrate  diventa esortazione morale.

Le riflessioni sull'autocoscienza e sulla natura della conoscenza furono elaborate per gran parte da Socrate, Platone e Aristotele. Questi filosofi affermavano che non  sono i sensi a dare l'identità di un essere umano, come insegnavano i sofisti, l'uomo non è solo corpo ma anche ragione, conoscenza intellettiva.

Il sostantivo “coscienza” deriva dal latino "conscientia", a sua volta derivato di conscire: il lemma è composto da “con” (cum) + “scientia” (“scire”) , sematicamente collegato con “conoscenza” e “scienza” e significa “essere consapevole”, la consapevolezza che la persona ha di sé e dei propri contenuti mentali. In questo senso il termine "coscienza" viene genericamente assunto non come primo stadio di apprendimento di una realtà oggettiva, ma come sinonimo di "consapevolezza" della totalità delle esperienze vissute, ad un dato momento o per un certo periodo di tempo.

Rientrano nella definizione di coscienza sia la semplice percezione sensibile di stati o condizioni interne ed esterne, sia la capacità dell'Io di organizzare e sintetizzare in un insieme organico percezioni, sentimenti e conoscenze. Perciò è limitativo relegare la coscienza a "distinguere il bene dal male o il giusto dall'ingiusto". Questo tipo di coscienza viene denominata "coscienza morale", la quale ci permette di discernere il valore ed il significato del comportamento proprio e degli altri.

Platone scrisse “Apologia di Socrate”, in questo testo presenta anche lo specifico messaggio filosofico di Socrate: il nuovo concetto di anima e l’esortazione alla “cura dell’anima”.

Socrate è considerato il fondatore del concetto occidentale di anima – la psyché – come luogo originario delle qualità intellettive e morali dell’individuo.
 
Psyché: dal greco  “psychein”, analogamente ad “anemos” veniva usato col significato di “respiro, “soffio” ma anche “forza vitale”, “energia immateriale”,

Nel nostro tempo usiamo questo sostantivo senza l’accento sulla e: psiche: insieme di funzioni e di processi mentali, sensitivi, emotivi, affettivi e relazionali (funzioni psichiche)che costituiscono la personalità dell’individuo; esulano dalla dimensione corporea, ma le neuroscienze hanno evidenziato l’unità psicofisica.

dottorstranamore

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Re:Anima
« Risposta #3 il: Giugno 18, 2017, 16:29:24 »
Per Socrate l’anima era un’entità monolitica, invece  il filosofo Aristotele la  immaginava divisa in parti e la felicità era la realizzazione della parte migliore dell’anima.

Per l’ “etica cristiana” la felicità non può essere raggiunta durante la vita, viene conquistata nel cosiddetto “regno dei cieli”. 

Per alcuni aspetti il concetto di anima e di immortalità dell'anima è contrario alla dottrina cristiana, che parla invece di risurrezione dei corpi. Che poi i primi pensatori della Patristica abbiano utilizzato categorie filosofiche greche, e che quindi l'apparato concettuale del cristianesimo sia in parte ellenizzante, non deve far dimenticare che il concetto di psyché è una creazione di alcuni filosofi greci.

Lo scrittore Aldo Palazzeschi in un suo elaborato titolato “spazzatura”, pubblicato  nel 1915 sulla rivista letteraria fiorentina “Lacerba), afferma: “Lo zaino più pesante che spalle umane possano reggere sul loro cammino è quello di un’anima”.  E “salvare un’anima”, come intesa da Palazzeschi, nel linguaggio comune, in particolare religioso, significa  impegno nel sostenere, confortare, redimere una persona travolta dalla disperazione o dal “male”. E’ una mansione impegnativa, necessita della donazione di una parte del proprio tempo e di affetto.

Anche la propria anima, per chi crede che esista entro il corpo, può diventare un carico gravoso, ed è forte la tentazione di ignorarne la “voce”. Ma questa è la voce dell’anima o della coscienza ?