Autore Topic: Anima  (Letto 78 volte)

dottorstranamore

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Anima
« il: Giugno 11, 2017, 11:16:55 »
Cos’è l’anima ? Una nozione ?  Un concetto ?

La “nozione” allude alla conoscenza intuitiva, elementare di qualcosa. Invece il “concetto” scaturisce da un’idea, poi viene espressa con un procedimento che raccoglie ed aggrega i vari aspetti di una realtà oggettiva o di un’astrazione com’è l’anima.

Il concetto permette di avere chiari i caratteri essenziali e costanti di una specifica realtà, l’essenza, ciò che rimane stabile, al di là  della mutevolezza del dato e della molteplicità delle apparenze.

Ai tempi di Omero, il noto poeta epico greco autore dell’Iliade e dell’Odissea, l’anima  era una nozione mitologica assimilata ad un “soffio”, ad una forza o energia vitale che tiene in vita l’individuo; inserita nel corpo umano ma distinta da esso; quando questo muore lo abbandona e va nell’Ade, dove continua ad esistere come un’ombra, una visione, ma senza esplicare la sua energia vivificatrice.

Il nome Ade è di origine greca, deriva da “Aidhs”, composto da “a” privativa e dalla radice “ id –“ (= vedere); significa "luogo dove non si può vedere", buio, e dove  confluiscono tutte le anime dopo la morte degli individui.  E’ un luogo all'interno della terra, posto all'estremo occidente dell'Oceano, con un'entrata ed un vestibolo.

Nel  XXIII capitolo dell’Iliade Omero descrive i funerali che Achille prepara per Patroclo: il compianto ed il banchetto funebre nella tenda di Agamennone. Dopo Achille se ne va a piangere sulla riva del mare dove si addormenta.  Nel sonno gli appare l’ombra di Patroclo che lo prega di seppellirlo al più presto, perché nell’attesa del funerale egli non può entrare nel regno dei morti e si aggira senza pace davanti alle porte dell’Ade.

Nell’XI capitolo dell'Odissea, Omero descrive l'arrivo di Ulisse e dei suoi compagni nel paese dei Cimmeri dove compiono i sacrifici richiesti. Dall'Ade salgono le anime dei morti, e l'eroe incontra  alcune ombre, fra le quali quella della madre, Anticlea, quella dell'indovino Tiresia,l'ombra di Agamennone e quella di Achille, con la quale parla e chiede notizie di suo padre Peleo e di suo figlio.
Quel regno dei morti è buio e vuoto, popolato da anime che si aggirano tristi fra i grigi campi rimpiangendo la vita e la luce del sole. Tutto è in contrapposizione al mondo dei vivi.

All'idea omerica dell'Ade si contrappose l’orfismo, movimento religioso creato in Grecia nel VI sec. a.C..  Per gli orfici  l’aldilà era un luogo di premi e punizioni: chi raggiungeva la piena purificazione poteva fruire della mistica identificazione con la divinità, invece chi non rispettava i precetti etico-religiosi subiva tormenti negli Inferi.   
Inferno e paradiso sono creazioni orfiche; l'orfico Pindaro li descrive nella seconda “Olimpica”.

I seguaci dell’orfismo avevano la certezza che nell’individuo c’è un’anima immortale indipendente dal corpo, capace di trasmigrare da un corpo ad un altro per la reincarnazione o metempsicosi.

L'importanza dell'Orfismo nella storia della cultura religiosa, e più in generale nella storia del pensiero occidentale, è un fatto più volte  evidenziato dagli studiosi.

Il filosofo Giovanni Reale nella sua “Storia della filosofia greca e romana” informa che “Nei documenti letterari greci a noi pervenuti compare per la prima volta in Pindaro una concezione della natura e dei destini dell'uomo pressoché totalmente sconosciuta ai Greci dell'età precedenti ed espressione di una credenza per molti aspetti rivoluzionaria, la quale, giustamente, è stata considerata come elemento di un nuovo schema di civiltà. In effetti, si comincia a parlare della presenza nell'uomo di qualcosa di divino e non mortale, che proviene dagli dei ed alberga nel corpo stesso, di natura antitetica a quella del corpo […]. Il nuovo schema di credenza consiste, dunque, in una concezione dualistica dell'uomo, che contrappone l'anima immortale di natura divina al corpo (soma) mortale”. Tale concezione orfica inserì nella civiltà europea un'interpretazione nuova dell'esistenza umana.

Il filosofo e matematico Pitagora nel 530 a.C. circa fondò a Crotone (in Calabria) una scuola di tipo orfico dove si insegnava filosofia, religione orfica, matematica, astronomia, musica. L'originalità della scuola consisteva nel presentarsi come setta mistica-religiosa, comunità scientifica ed insieme partito politico aristocratico, come tale governò in alcune città dell'Italia meridionale.
I pitagorici, seguaci dell’orfismo,  credevano nell’anima immortale, nella sua trasmigrazione e reincarnazione in altri corpi, per poi ricongiungersi all’anima del mondo, in latino “anima mundi”.

I pitagorici ritenevano che l’anima fosse di origine divina e che il corpo fosse una sorta di prigione, dalla quale essa si poteva liberare dopo aver passato alcune vite via via sempre migliori, fino alla purificazione (catarsi).  La reincarnazione poteva avvenire anche in animali, perciò non mangiavano carne.

Nei culti orfici la purificazione si raggiungeva attraverso alcuni riti e una vita vissuta per questo scopo, i pitagorici, invece, credevano che la vita del matematico fosse quella più vicina alla purificazione, e alla sua fine l’anima sarebbe ritornata di origine divina e libera.

Un’altra teoria sull’anima venne elaborata dalla seconda generazione dei pitagorici, che riteneva che l’anima fosse in equilibrio con il corpo, e una volta rotto questo stato di armonia essa sarebbe morta.

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Re:Anima
« Risposta #1 il: Giugno 12, 2017, 07:50:19 »
I primi filosofi greci furono all’origine di riflessioni che si perpetuano fino ai nostri giorni con il nome di filosofia e di scienza, ma questi due lemmi non facevano parte del loro vocabolario.Quei filosofi cominciarono a problematizzare la questione della conoscenza, interrogandosi su vari aspetti dell'universo, dando risposte spesso divergenti e contrastanti.

Le loro opere ci sono note in modo frammentario. I frammenti sono di due tipi:
 
citazioni verbali che rimandano all’opera originale, sono brani staccati da un insieme ormai perduto, che ci sono pervenuti il più delle volte dalle citazioni che ne hanno fatto altri autori successive o in qualche raro caso in seguito a scoperte papirologiche.

Sunti, delle parafrasi, delle allusioni, delle critiche,  delle testimonianze di autori vissuti nei secoli successivi.

La tradizione filosofica fa di Socrate la figura perno per il prima e il dopo, fra i cosiddetti “presocratici” e “socratici”.

Socrate fu contemporaneo dei sofisti, ma anche degli ultimi filosofi naturalisti. Il suo pensiero segnò una svolta nella filosofia morale, concentrandosi sullo studio dell'uomo in quanto tale e sul concetto di aretè (virtù).

Da varie testimonianze sappiamo che Socrate amava dialogare con le persone che incontrava durante la giornata. Coerente con la sua preferenza per l'oralità non scrisse niente, e tutto ciò che sappiamo del suo insegnamento arriva a noi per via indiretta, attraverso il filtro delle rappresentazioni che ne hanno lasciato nei loro scritti altri autori.

Platone nel “Fedone” fa sapere che Socrate elaborò una teoria dell’anima di derivazione orfico-pitagorica: l’anima è immortale, è principio di vita, è quanto di più vero l’uomo possieda e la filosofia è una vera e propria “cura dell’anima” in quanto l’anima è l’unico destinatario del messaggio filosofico.
 
Nel  “Fedone” Platone dice:  “Sull’anima la gente è molto incredula e teme che essa, non appena si allontani dal corpo, non esista più in nessun luogo, ma che, in quello stesso giorno in cui muore l’uomo, si dissolva disperdendosi come soffio o fumo”. L’affermazione di questo filosofo è di straordinaria attualità.

Socrate parla di “aretè dell’anima”. Essa non è solo “virtù” nel senso etico del termine, ma è anche “virtù” nel senso di “funzione”, “capacità”, “qualità”. Per Socrate, come per Platone ed Aristotele, la “virtù dell’anima” consiste nel raggiungere il suo fine: l’eudaimonia (felicità). Solo l’eliminazione della malattia dell’anima, ossia il vizio, garantisce l’adempimento di tale fine.

Socrate fu il primo a concettualizzare l’anima, che indica con il termine greco “psyché” per designare il mondo interiore dell’individuo.


Psiche, personificazione dell'anima nella mitologia greca

Anima è il principio vitale. Il sostantivo anĭma è anche connesso con il termine greco “ànemos” (=soffio, vento).

Coscienza è la consapevolezza.

Mente è il pensiero.

Essere animato, essere cosciente, avere mentalmente un pensiero, sono esplicazioni distinte.
Ontologicamente divisi perché hanno funzioni diverse, ma dinamicamente e gerarchicamente dipendenti.

Nell’individuo il “principio vitale” è immateriale, distinto dal corpo fisico.
 
Il concetto di anima fu poi ripreso da Platone (circa 428 a.C. - 347 a.C.), che considerava l’individuo composto da due parti: dal corpo mortale e dall’incorporea anima immortale, che esce dal corpo quando l’individuo esala l’ultimo respiro prima della morte.

Platone dice che l’anima è come un cocchio alato guidato dall’auriga (la ragione) e condotto da due cavalli, uno bianco e generoso, e l’altro nero, ribelle alla guida (le pulsioni passionali); se il cavallo nero prende la mano all’auriga trascina il cocchio verso il basso facendogli perdere le ali.

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Re:Anima
« Risposta #2 il: Giugno 16, 2017, 10:07:52 »
Nel precedente post ho scritto che nella Grecia del VI sec. a.C. il movimento religioso denominato “Orfismo”  era convinto dell’immortalità dell’anima, se basata su pratiche di “purezza” proprie dei “Misteri eleusini”.
 
Nella storia della cultura religiosa greca ed occidentale  l’Orfismo, per primo, parla della presenza nell’individuo di qualcosa di “divino” e non mortale che proviene dagli dei e convive con il corpo ma antitetico a questo. La concezione dualistica  contrappone l’anima immortale al corpo mortale e considera la prima ciò che veramente è importante nell’Uomo. Tale concezione inserì un’interpretazione nuova dell’esistenza umana nella civiltà europea.

I seguaci dell’Orfismo avevano la certezza che l’anima immortale dopo la morte dell’individuo trasmigrava da un corpo ad un altro per la reincarnazione o metempsicosi.

Invece con Socrate giunge la nuova idea del carattere personale dell’anima, non più migrante.

Mentre gli Orfici ed i Pitagorici consideravano l’anima come un demone divino, Socrate la fa coincidere con l’io, con la coscienza pensante di ognuno o “autocoscienza”: l’attività riflessiva del pensiero con cui l’io diventa cosciente di sé; l’attività riflessiva serve anche per l’introspezione.

Autocoscienza come presupposto della conoscenza, sintetizzato dal motto delfico “conosci te stesso”, il quale con Socrate  diventa esortazione morale.

Le riflessioni sull'autocoscienza e sulla natura della conoscenza furono elaborate per gran parte da Socrate, Platone e Aristotele. Questi filosofi affermavano che non  sono i sensi a dare l'identità di un essere umano, come insegnavano i sofisti, l'uomo non è solo corpo ma anche ragione, conoscenza intellettiva.

Il sostantivo “coscienza” deriva dal latino "conscientia", a sua volta derivato di conscire: il lemma è composto da “con” (cum) + “scientia” (“scire”) , sematicamente collegato con “conoscenza” e “scienza” e significa “essere consapevole”, la consapevolezza che la persona ha di sé e dei propri contenuti mentali. In questo senso il termine "coscienza" viene genericamente assunto non come primo stadio di apprendimento di una realtà oggettiva, ma come sinonimo di "consapevolezza" della totalità delle esperienze vissute, ad un dato momento o per un certo periodo di tempo.

Rientrano nella definizione di coscienza sia la semplice percezione sensibile di stati o condizioni interne ed esterne, sia la capacità dell'Io di organizzare e sintetizzare in un insieme organico percezioni, sentimenti e conoscenze. Perciò è limitativo relegare la coscienza a "distinguere il bene dal male o il giusto dall'ingiusto". Questo tipo di coscienza viene denominata "coscienza morale", la quale ci permette di discernere il valore ed il significato del comportamento proprio e degli altri.

Platone scrisse “Apologia di Socrate”, in questo testo presenta anche lo specifico messaggio filosofico di Socrate: il nuovo concetto di anima e l’esortazione alla “cura dell’anima”.

Socrate è considerato il fondatore del concetto occidentale di anima – la psyché – come luogo originario delle qualità intellettive e morali dell’individuo.
 
Psyché: dal greco  “psychein”, analogamente ad “anemos” veniva usato col significato di “respiro, “soffio” ma anche “forza vitale”, “energia immateriale”,

Nel nostro tempo usiamo questo sostantivo senza l’accento sulla e: psiche: insieme di funzioni e di processi mentali, sensitivi, emotivi, affettivi e relazionali (funzioni psichiche)che costituiscono la personalità dell’individuo; esulano dalla dimensione corporea, ma le neuroscienze hanno evidenziato l’unità psicofisica.

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Re:Anima
« Risposta #3 il: Giugno 18, 2017, 16:29:24 »
Per Socrate l’anima era un’entità monolitica, invece  il filosofo Aristotele la  immaginava divisa in parti e la felicità era la realizzazione della parte migliore dell’anima.

Per l’ “etica cristiana” la felicità non può essere raggiunta durante la vita, viene conquistata nel cosiddetto “regno dei cieli”. 

Per alcuni aspetti il concetto di anima e di immortalità dell'anima è contrario alla dottrina cristiana, che parla invece di risurrezione dei corpi. Che poi i primi pensatori della Patristica abbiano utilizzato categorie filosofiche greche, e che quindi l'apparato concettuale del cristianesimo sia in parte ellenizzante, non deve far dimenticare che il concetto di psyché è una creazione di alcuni filosofi greci.

Lo scrittore Aldo Palazzeschi in un suo elaborato titolato “spazzatura”, pubblicato  nel 1915 sulla rivista letteraria fiorentina “Lacerba", afferma: “Lo zaino più pesante che spalle umane possano reggere sul loro cammino è quello di un’anima”.  E “salvare un’anima”, come intesa da Palazzeschi, nel linguaggio comune, in particolare religioso, significa  impegno nel sostenere, confortare, redimere una persona travolta dalla disperazione o dal “male”. E’ una mansione impegnativa, necessita della donazione di una parte del proprio tempo e di affetto.

Anche la propria anima, per chi crede che esista entro il corpo, può diventare un carico gravoso, ed è forte la tentazione di ignorarne la “voce”. Ma questa è la voce dell’anima o della coscienza ?

« Ultima modifica: Giugno 27, 2017, 20:47:23 da dottorstranamore »

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Re:Anima
« Risposta #4 il: Giugno 28, 2017, 06:25:30 »
Dai platonici fu usato anche il termine filosofico “anima del mondo” (in latino “anima mundi”) per indicare la vitalità della natura nella sua totalità, assimilata ad un unico  organismo vivente. Rappresenta il principio unificante da cui prendono forma i singoli organismi, i quali, pur articolandosi e differenziandosi ognuno secondo le proprie specificità individuali, risultano tuttavia legati tra loro da una comune anima universale.

Platone nel "Timeo" (dialogo cosmologico) fu tra i primi a parlare di “Anima del mondo”, ereditando questo concetto dalla filosofia orfica e da quella pitagorica.  Secondo lui il mondo è come un organismo vivente, la cui vitalità  gli è data dall’anima mundi, infusagli  dal “demiurgo”, cioè da Dio,  artefice dell’universo.
Questo filosofo ateniese era convinto che l’anima  di ogni individuo fosse un frammento dell’anima del mondo.

Nel “Fedone” riprende la teoria dell’anima di matrice orfico-pitagorica, ma nel “Fedro” e nella “Repubblica” ne formula una sua. Rifiuta la contrapposizione antitetica anima-corpo e considera il desiderio parte integrante dell’anima e non una prerogativa del corpo. All’interno dell’anima, secondo Platone,  coesistono diversi centri motivazionali ognuno dei quali cerca di avere la meglio sugli altri. Egli considera l’anima immortale ed incorporea, originata dal soffio divino e divisa in tre attività: una razionale, una irascibile ed una concupiscibile, forze psichiche tra di loro in rapporto. L’anima razionale  è nel cervello (intelletto, pensiero razionale), quella irascibile nel cuore (coraggio, impulsività), quella concupiscibile, soggetta ai desideri.
E’ sorprendente l’attualità di tale teoria. Ai tempi di Platone non esisteva la ricerca psicologica intesa in senso moderno, eppure quella tripartizione fa pensare a Sigmund Freud  e le sue elaborazioni di Es, Io e Super-Io. 

Nel tentativo di superare il dualismo platonico, Aristotele (circa 384 a.C. – 322 a. C.) intende l'anima come entelechia, parola di origine greca, composta da “en” (= dentro) + “telos” (= scopo): “finalità interiore”, che ha in sé la propria finalità secondo leggi proprie, il suo fine è  l’eudaimonia: la felicità.
Per Aristotele l’anima non è prigioniera del corpo (come invece credevano i filosofi orfici, i pitagorici e Platone), è energia vitale distinta dal corpo, ma coincide con la sua forma. Ha la capacità di realizzare le potenzialità vitali del corpo, e dunque non è da questo separabile; per conseguenza, sarebbe mortale,  ma su questo aspetto egli non dà un giudizio definitivo.
Nel “De anima” e nella raccolta titolata “Parva naturalia” Aristotele  dice che gli esseri animati si differenziano da quelli inanimati perché posseggono un principio che dà loro la vita, e questo principio è l'anima, capace di regolare le funzioni vitali vegetative, sensitive ed intellettive.   L’anima vegetativa che governa le funzioni fisiologiche del corpo  (nascita, nutrimento, crescita, riproduzione e  morte). L’Anima sensitiva, presiede al movimento e regola le sensazioni.  L’Anima intellettiva, è la fonte del pensiero razionale, governa la conoscenza, la volontà, la scelta.

Dopo Aristotele la filosofia greca produsse altri due importanti rami: l’epicureismo e lo stoicismo.

L’epicureismo, dal nome del filosofo greco Epicuro (341 a.C. – 271 a.C.), definì l’anima un insieme di atomi leggeri, sottili e veloci che si muovono entro il corpo, composto da atomi più grossi e pesanti. Gli atomi più leggeri, urtando quelli più pesanti, li mettono in moto dando loro vita, sensibilità e pensiero. Quando poi il corpo si distrugge l’anima si disperde.   

Nell’epistola ad Erodoto (63-66) Epicuro afferma che “bisogna credere che l’anima è un corpo sottile, sparso per tutto l’organismo, assai simile all’elemento ventoso, e avente una certa mescolanza di calore, e in qualche modo somigliante all’uno, in qualche modo all’altro. C’è poi una parte che per la sottigliezza si differenzia nettamente anche da questi, perciò adatta a subire modificazioni insieme al rimanente dell’organismo."

Secondo Epicuro non bisogna avere paura della morte proprio perché l'anima è mortale e dopo la morte non siamo più in grado di provare dolore.
L’epicureismo fu poi emarginato dall’arrivo a Roma della filosofia stoica,  fondata ad Atene nel 300 a.C. circa da Zenone di Cizio.
 
Lo stoicismo immaginava l'anima come una tabula rasa, nella quale confluiscono le informazioni provenienti dagli organi sensoriali.  Le sensazioni confluiscono nell’anima e vi si imprimono, generando nella mente la “rappresentazione” (phantasia), che implica l’approvazione  da parte della ragione (logos), la parte razionale dell’anima.

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Re:Anima
« Risposta #5 il: Luglio 07, 2017, 11:33:03 »
Nel primo secolo d.C. alla filosofia greco-romana cominciò ad affiancarsi la  filosofia cristiana, che cercava risposte sul significato della vita e dell’universo alla luce della rivelazione cristiana.

Per le religioni che si considerano di origine divina la “rivelazione” allude a Dio, che manifesta la sua volontà  a chi crede in lui tramite i “messaggeri alati” (angeli) o i cosiddetti “profeti” o “visionari”.

Sono dette "religioni rivelate" quelle che affermano di avere acquisito il proprio contenuto dottrinale direttamente da Dio per mezzo di una “rivelazione”, che poi venne messa per iscritto, esempi: il Vecchio Testamento ed altri libri sacri per gli  ebrei; il Nuovo Testamento e parte del Vecchio Testamento per i cristiani, il Corano per i musulmani.

I cristiani riconoscono la “rivelazione  divina”  trasmessa ai patriarchi ed ai profeti della religione ebraica, ma la considerano una rivelazione parziale, che anticipa la completa rivelazione che venne con Gesù, il quale chiarì il senso della rivelazione antica: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure uno iota o un segno senza che tutto sia compiuto” (Mt 5, 17 – 19).

Nei primi tre secoli dell’era cristiana l’istanza  religiosa ed esistenziale fu strutturata nelle categorie filosofiche della cultura ellenistica, ma distinguendo tra ciò che si poteva o non si poteva accettare. Furono escluse alcune correnti filosofiche: l’epicurea, la scettica e la cinica. Fu accolto il platonismo, come narra il teologo e filosofo Clemente Alessandrino, (150 – 215), che vide  nel cristianesimo il compimento di quanto di meglio la cultura precristiana aveva elaborato. Anche il teologo e filosofo Origene di Alessandria (185 – 253 circa) pensò ad un recupero di quanto nella cultura classica greca era compatibile col messaggio cristiano.

Una motivazione al riciclaggio della cultura classica in senso cristiano, venne  dalla necessità di strutturare concettualmente la nuova fede. Infatti il vangelo di Giovanni inizia con la parola “Logos”, importante nella filosofia greca. Furono anche accolte le categorie antropologiche platoniche, che distinguevano fra corpo ed anima, fra materia e spirito. Sarebbe però un errore considerare il cristianesimo primitivo sotto la luce del dualismo  corpo-anima.

Fra i Padri della Chiesa che sostennero l'unità corpo-anima nell'essere umano, il filosofo ed apologeta Giustino, vissuto nel II sec. d.C., a chi gli chiedeva se l'individuo dovesse identificarsi con il suo corpo o con la sua anima, rispondeva che l'uomo è il risultato della composizione di entrambi” (De resurrectione). Idem il filosofo e teologo Atenagora di Atene, vissuto anche lui nel II sec. d.C., il quale affermò che l'uomo è formato di un'anima immortale ed un corpo adattato ad essa al momento della creazione; Dio non ha destinato la creazione e la vita soltanto all'anima, come se fosse separata dal corpo (De resurrectione, 15).
Agostino (354-430) mantenne una certa dipendenza dalla visione platonica, scrisse che  “la parte migliore dell'uomo è la sua anima”, ma respinse  la dottrina platonica della preesistenza delle anime e della loro precedenza temporale rispetto al corpo.

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Re:Anima
« Risposta #6 il: Luglio 11, 2017, 07:00:50 »
Dopo la morte che cosa accade all’anima dell’individuo ? Secondo la dottrina della Chiesa cattolica  dopo la morte del corpo l’anima continua a vivere in attesa di riunirsi al proprio corpo, trasfigurato e reso incorruttibile, dopo il Giudizio Universale. Nel frattempo, dopo la morte del corpo l’anima riceve il “giudizio particolare” nel Purgatorio per essere purificata dai peccati terreni, in attesa del giudizio universale, col quale conosce se l’aspetta l'Inferno oppure il Paradiso, e se questo le è subito accessibile oppure dopo la purificazione nel Purgatorio, che la rende degna del Paradiso. Cose da Medioevo oscurantista adatte per la “religiosità popolare”, che aborro.

Il Credo cristiano (“professione” di fede nella Trinità: in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo), culmina nella proclamazione della risurrezione dei morti alla fine dei tempi, e nella vita eterna.
L’apostolo Paolo di Tarso nella Lettera ai Romani afferma: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”(Rm 8,11).
La “risurrezione della carne” significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell'anima immortale, ma che anche i nostri “corpi mortali” riprenderanno vita (Rm 8, 11).

Credere nella risurrezione dei morti è un atto di fede essenziale della fede cristiana fin dalle sue origini. “Fiducia christianorum resurrectio mortuorum; illam credentes, sumus”  (= la risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali”.

Ancora l’apostolo Paolo nella sua prima Lettera ai Corinti: “Come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede [...]. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1 Cor 15,12-14.20).
La speranza nella risurrezione corporea dei morti si è imposta come una conseguenza intrinseca della fede in un Dio Creatore di anima e corpo, del cielo e della terra.

Gesù di Nazaret ha legato la fede nella risurrezione alla sua stessa persona: “Io sono la risurrezione e la vita” (Gv 11,25). Sarà lo stesso Gesù a risuscitare nell'ultimo giorno coloro che avranno creduto in lui.

Fin dagli inizi, la fede cristiana nella risurrezione ha incontrato incomprensioni ed opposizioni.

E’ confortante sperare che dopo la morte la vita della persona umana continui in un modo spirituale. Ma come credere che questo corpo, la cui mortalità è tanto evidente, possa risorgere per la vita eterna? La speranza è ultima a morire. Si rifiuta di credere che dopo la morte c’è il Nulla. Questa è la verità per chi non crede nelle sciocchezze o promesse religiose.

La risurrezione dei morti è associata alla parusia di Cristo: “Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell'arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo” (1 Ts 4,16).
Il modo con cui avviene la risurrezione supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto; è accessibile solo nella fede.  Allora beati i credenti !

In attesa della risurrezione dei morti la Chiesa cattolica ai fedeli peccatori offre la penitenza, elevata alla dignità di sacramento, per la preparazione all'eternità in Paradiso. Punisce i peccati con pene adeguate, distinte in due tipi:

le pene eterne, che per conseguenza hanno la dannazione eterna dei colpevoli nell' "inferno";

le punizioni temporanee, da espiare nel "Purgatorio" o ancora sulla terra.

Per questo motivo i vescovi della Francia meridionale e della Spagna settentrionale introdussero la cosiddetta indulgenza, che imponeva determinati obblighi all'individuo che era pentito del proprio peccato e lo aveva confessato.

Nella Bibbia non c'è un riferimento all'indulgenza. Fa parte del sacramento della penitenza medievale. A quel tempo si distingueva tra il perdono eterno dei peccati, che era riservato solo a Dio e la remissione della pena temporanea del purgatorio, che poteva essere concessa solo dalla Chiesa sotto forma di indulgenza.