Autore Topic: Temperanza  (Letto 12 volte)

dottorstranamore

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Temperanza
« il: Novembre 10, 2018, 18:53:19 »
Nella teologia cattolica una delle quattro “virtù cardinali” è la temperanza, dal latino “temperantia”.

Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma che “La temperanza è la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell'onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio istinto e la propria forza assecondando i desideri del proprio cuore. La temperanza è spesso lodata nell'Antico Testamento: ‘Non seguire le passioni; poni un freno ai tuoi desideri’ (Sir 18,30). Nel Nuovo Testamento è chiamata ‘moderazione’ o ‘sobrietà’. Noi dobbiamo ‘vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo’ (Tt 2,12)”.

Gli antichi Greci denominarono la temperanza: “sophrosyne” ma in origine questa  parola indicava la prudenza. Infatti nei poemi omerici “sophrosyne” indica la prudenza come capacità di autocontrollo e di riflessione.

Omero nel proemio dell’Iliade esordisce dicendo:“Cantami, o diva, del pelide Achille, l’ira funesta…”. L’eroe Achille sta per aggredire Agamennone, ma la dea Pallade Atena gli posa le mani sui capelli, lo invita a frenare il furore e concludere la disputa: “Obbedisci agli dei, trattieniti.” Achille diventa docile alla voce della dea, ferma la mano sull’elsa della spada e la ripone nel fodero.
Nel poema omerico è il primo segno della coscienza etica che medita e supera la violenza.

Il tema passionale (con la temperanza come antidoto) è centrale nelle antiche tragedie greche messe in scena nei teatri dell’Ellade. Quelle tragedie rappresentano i danni che le passioni violente causano agli individui ed alla società, rendendo impossibile la convivenza, la libertà, la tolleranza.

Platone usava il termine “sophrosyne” per  descrivere la virtù del dominio di sé,  l’equilibrio psicologico dell’individuo, la subordinazione e la guida dell’anima da parte del suo elemento razionale, il “logistikòn”. (“La Repubblica” IV)

Aristotele nella sua “Etica nicomachea” associava “sophrosyne”, al giusto mezzo, alla continenza,   all’equidistanza dall’eccesso e dal difetto.

In epoca romana Marco Tullio Cicerone nel “De officiis” considera la temperanza e la moderazione la giusta misura in ogni cosa.
Ne possiamo dedurre che la temperanza non cancella le passioni, ma le contiene attraverso la ragione, la razionalità.

Seneca ammoniva Lucilio dicendogli: “Temperantia voluptatibus imperat”(= la temperanza regola i piaceri). (Epistole a Lucilio, XI, 29)

Nel Medioevo  erano variabili gli attributi simbolici della “Temperanza”, la cui etimologia è collegata al verbo temperare, mescolare.
Questa virtù, definita del “giusto mezzo”,  veniva spesso raffigurata come una giovane donna con due brocche, oppure una brocca e un catino per mescolare due liquidi, per esempio, acqua fredda nell’acqua calda per mitigare il calore, come lascia intuire  questo dipinto ad olio su tavola realizzato da Piero del Pollaiolo nel 1470  circa e custodito a Firenze  nella Galleria degli Uffizi . La dama è seduta su un seggio marmoreo  ed invia il liquido da una brocca in un catino,  entrambi incastonati con pietre preziose. Il Pollaiolo è stato attento anche ai dettagli decorativi, come il pavimento che imita un tappeto.


A Siena, nel “Palazzo Pubblico” (la sede del Comune) c’è  il ciclo di affreschi che rappresenta la “Allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo”, realizzato da Ambrogio Lorenzetti tra il 1338 e il 1339. Questi affreschi avevano una funzione pedagogica e l’invito alla riflessione agli amministratori della città che si riunivano in queste sale. Sono quattro scene  disposte lungo tutto il registro superiore di tre pareti di una stanza rettangolare, detta Sala del Consiglio dei Nove, o della Pace. 

Guardando la foto si vede sulla sinistra la raffigurazione della Magnanimità; al centro c’è la Temperanza,  simboleggiata da una donna che con il dito indice della mano sinistra indica la mano destra che sorregge la clessidra, segno di saggio impiego del tempo;  sulla destra è rappresentata la Giustizia con in mano la spada. 


A Padova, nella Cappella degli Scrovegni, Giotto ha  dipinto in affresco la  Temperanza  raffigurandola come una donna che ha sulla bocca un morso da cavallo; con la mano sinistra regge una spada e con la mano destra avvolge una fettuccia di stoffa sotto l’impugnatura per renderla simbolicamente parzialmente inoffensiva.

Molte religioni tessono le lodi  della temperanza e spesso chiedono ai loro fedeli di praticarla, in particolare con opere di mortificazione della carne come il digiuno o la castità.