Autore Topic: A carnevale ogni scherzo vale  (Letto 26 volte)

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A carnevale ogni scherzo vale
« il: Febbraio 13, 2019, 17:51:09 »















 A carnevale ogni scherzo vale


Presi il treno per miracolo! Sempre la solita ritardataria, ma stavolta sarei partita qualunque cosa fosse  accaduta.
Avevo assoluta necessità di evadere dalla mia mediocrità. Commessa in una merceria, che avventura inquietante!
Desideravo quindi per una volta, una volta sola in vita mia, provare cosa significasse uscire dalla propria pelle, cercare di essere qualunque cosa tranne che una piccola commessa di un piccolo negozio di un piccolo paese.
Lì le uniche avventure erano indovinare il colore di un nastro o quanti bottoni servissero per una giacchetta.
Mai, mai che entrasse un principe azzurro, o magari semplicemente un giovanotto, al limite un nipote della mia età, mandato a comprare una cerniera.
Venticinque anni ad aspettare un incontro romantico, mentre le mie amiche avevano occasioni sul luogo di lavoro e mi raccontavano i loro flirt, le loro amicizie curiose e le loro esperienze.
Volevo anch’io qualcosa da raccontare, qualcosa che stupisse  Giovanna, Rosalia e le altre. Mi sentivo tagliata fuori dai loro racconti, stavo per essere emarginata, non è possibile essere interessanti raccontando quante paia di calze compera  la farmacista!
Da anni desideravo andare al Carnevale di Venezia e finalmente mi ero decisa. Una volta sul treno e sistemato il bagaglio  mi ero seduta  accanto al finestrino. Avevo cinque ore di viaggio davanti a me, tutto il tempo per pensare a cosa avrei fatto una volta arrivata a Venezia.
Avrei osato senza ripensamenti.
Il carnevale mi sembrava un’ottima occasione; avrei indossato la maschera della sfida alla mediocrità sotto la maschera del costume. Se avessi avuto un’avventura bella, di quelle che avevo sempre sognato, sarebbe accaduta a me, Clara, ma se si fosse presentata una delusione, l’avrei lasciata  alla maschera che avrei scelto di indossare o di essere.
Uscita dalla stazione mi trovai improvvisamente ad ammirare la maestosità del Canal Grande.
Stavo per commuovermi, e mi sentivo ridicola per quella nuova sensibilità che affiorava in me. Era il desiderio assopito di bellezza e amore che mi avvolgeva così intensamente appena arrivata?
Piazza San Marco  era davvero stupenda, con l’atmosfera del  Carnevale era ancora più bella, oserei dire surreale.
Mentre m’infilavo tra i vicoli alla ricerca del mio hotel, mi scontrai casualmente con un uomo  in costume del settecento. Mi cadde la borsa a terra, lui con un inchino la raccolse e porgendomela si scusò: “Mi perdoni damigella se l’ho urtata”.
Io un po’ sorpresa gli feci un sorriso e risposi: “Non importa”.
Ero un po’ turbata  dalla sua presenza, era alto, con un bel portamento e due spalle larghe e solide. Indossava una maschera che mi permetteva solo di vedere i suoi occhi stupendi.
Era la mia immaginazione o aveva gli occhi di Alain Delon?  Ad un tratto lui, prese dalla tasca un biglietto e mi disse: “Posso darle quest’invito ad una festa,  mia gentile damigella ? Oh! Mi scusi che maleducato! Il mio nome è Giacomo Casanova.”
Poi senza aspettare la mia risposta fece un inchino dicendo: “Spero di incontrarla alla festa, buonasera! “
Sparì tra la folla. Io rimasi un po’ perplessa col biglietto in mano e lessi: Ballo sul Canal Grande domani alle ore 23.30- Palazzo della Scala. La Signoria Vostra è invitata a partecipare. E’ obbligatorio il  costume, per  celebrare la magia e la tradizione ludica del Carnevale di Venezia.
Misi il biglietto in tasca e continuai a camminare verso il mio hotel con la testa tra le nuvole.
Ero stupita che il mio sogno romantico avesse preso forma, già a pochi minuti dal mio arrivo. Il sogno dunque era sempre stato lì ad aspettarmi?
Cercai un atelier per noleggiare un abito per la festa, non avrei badato a spese, una volta nella vita è lecito osare. Trovai un vestito di seta dorata, con pizzi splendidi e perle appuntate sul corsetto.
Domani sera sarei stata un’altra persona, felicemente protagonista di se stessa e dei propri sogni; non avrei fatto certo sfigurare Casanova.
Il ricordo dei suoi occhi, me lo avrebbero fatto riconoscere tra tutti i partecipanti al ballo; lui doveva solo aspettare che io mi rivelassi, travisata com’ero da quel costume.
Arrivai al ballo con un leggero anticipo, volevo cercarlo con comodo e osservarlo di nascosto per gustare appieno la delizia dell’aspettativa.
C’era molta gente con abiti strani e trucchi  fantasiosi.
L’atmosfera era eccitata ed eccitante: finalmente ero entrata in un altro mondo.
Giravo per le sale, cercando il mio Giacomo, il principe che mi stava aspettando; ma dov’era finito? Bisognava che guardassi i ragazzi  negli occhi, il solo dato che potevo riconoscere di lui.
Finalmente lo vidi e mi concessi una pausa per guardarlo bene. Stava presso una finestra con altri due giovanotti. Lui era il più alto, il più bello ed elegante, e aveva scelto me per la festa: ero emozionata.
La favola di Cenerentola si avverava!
Mi avvicinai lentamente per sorseggiare quel momento, ma istintivamente esitai.
Cosa stava dicendo quello più basso?
“Allora, siamo d’accordo, abbiamo dato un bigliettino d’invito a tre ragazze in piazza. Chi non vedrà comparire la sua, avrà perso la scommessa e pagherà la cena a tutta la compagnia, la settimana prossima a Cortina”.
Avevo capito bene? Si trattava di una scommessa? Di uno scherzo?
Il mio principe sorridendo, rispose: “ La mia verrà di sicuro. Conosco il tipo, provincialotta con la testa piena d’idee romantiche. La solita troietta in cerca della grand’avventura! Si riconoscono subito quelle lì. Ti guardano con occhi adoranti appena rivolgi loro la parola e sono pronte a creder che tu stia lì solo per loro! Non c’è pericolo poi di ritrovartele tra i piedi. Una botta e via. Non te le ritrovi di certo a Cortina! Ti dovrebbero solo ringraziare per averle portate a letto! Lo so, è fin troppo facile.”
Non sentii il seguito, cercai una sedia, sentivo le gambe che stavano per cedere.
Grandi specchi dorati riflettevano la mia immagine, ma fortunatamente le maschere  non piangono.
Rimasi immobile non so quanto tempo, congelata nel mio abito di seta dorata, ormai bandiera della delusione e dell’amarezza. Per un certo periodo rimasi cieca e sorda; era come se fossi andata via, come se non fossi più in quel salone. Sentivo i miei pensieri che si interrogavano e si muovevano in un’unica direzione: la vendetta.
Le avventure? Chi ha detto che sono solo romantiche?
Chi ha detto che una piccola commessa di merceria non sappia stare ad uno scherzo di carnevale?
Quando fui pronta mi rialzai; i miei pensieri si erano accordati per attuare un piano.
Mi avvicinai a Giacomo e posai con gentilezza una mano sul suo braccio: “Giacomo Casanova? Finalmente ti ho scovato, mi hai dato ieri  un invito per il ballo, ti ricordi?”
Il mio sorriso era speciale, luminoso e invitante, lo sapevo perché gli specchi dorati fornivano la regia dello spettacolo che intendevo offrire. Cercavo di dare alla mia voce un tono ricco di sottintesi, sapevo come fare, non per nulla  tutte le domeniche vado al cinema.
Lui fu molto carino, mi rovesciò addosso complimenti, sorrisi e premure. Tutta la sera mi fece la corte, prima prudente, poi sempre più esplicita; il finale era scontato, sentivo la sua eccitazione crescere già convinto della vittoria su di me, quasi annoiato della facilità con cui mi lasciavo conquistare.
Ballammo a lungo e bevemmo champagne. Io in realtà facevo finta, ma badavo che lui avesse sempre la coppa  colma; ormai avevo deciso  come  rendergli memorabile questa serata.
Verso le quattro del mattino, arrivò la fatidica domanda: “ Andiamo da te o da me?”.
“Meglio da te, Giacomo e portiamo un’altra bottiglia di champagne. Per scaldare l’atmosfera, sai”.
Mi dolevano i muscoli del volto, era tutta la sera che sfoggiavo sorrisi da locandina cinematografica. Presto il mio sorriso però sarebbe stato sincero e solo per me!
Arrivammo al suo albergo; era ovviamente di gran classe, mi domandai  chi fosse in realtà questo Casanova.
Infantile però  il nome che si era dato, chissà che grande amatore si credeva d’essere.
Io invece mi ero presentata come  Madame Mantide, lui non aveva chiesto perché o forse non aveva capito il doppio senso: tra poco lo avrebbe  scoperto.
La suite del suo albergo era molto elegante, non avevo mai visto nulla di simile. Si sa, io ero e  sono una provincialotta!
Pretesi di bere ancora e mentre lui si deliziava con battutine stupide e non badava a quello che facevo io, misi tre pasticche di  XXX ( ne porto sempre con me perché soffro d’insonnia) nel suo bicchiere, poi lo feci bere fino a vuotare la bottiglia.
Lo vidi vacillare e gli consigliai di stendersi sul letto mentre io andavo in bagno a “prepararmi”.
Chiusi la porta dietro di me e uscii dal bagno solo quando lo sentii russare.
Lo spogliai con grande fatica, non è semplice come sembra nei film, ma alla fine ci riuscii.
Stropicciai le lenzuola e misi in disordine le coperte. Ecco, ora sembrava un letto molto vissuto, testimone di grandi battaglie e splendide vittorie.
  Casanova chissà quando si sarebbe svegliato! Di sicuro avrebbe avuto mal di testa, non avrebbe avuto ricordi chiari della serata, ma la sua vanità gli avrebbe fatto credere di essere stato all’altezza della situazione.
Presi dallo scrittoio la carta da lettere e scrissi con calligrafia accurata: “ Ciao amore mio, ti ricorderò per sempre, anche se per me questo sempre sarà tristemente breve. L’aids è il cattivo ricordo di grandi amori. Perdonami se puoi.”
Chiusi la porta alle mie spalle senza fare rumore e tornai al mio albergo.
Strano, non avevo nessun rimorso, esattamente come non n’avrebbe avuti lui a portare a letto la povera Cenerentola e poi scaricarla come merce avariata.
La mia avventura era terminata,  la sua iniziava solo ora e si sarebbe chiamata per molto tempo ...PAURA.