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Ma i farmaci antidepressivi servono davvero? [14-11-2012]


Una lancia a favore di una terapia integrata, più spazio alla psicoterapia

Di Paola Federici

Il 23 novembre prossimo sarà a Milano Irving Kirsh, stimato e noto professore di psicologia statunitense presso l’Harvard Medical School negli Stati Uniti e presso l’Università di Plymouth nel Regno Unito. Presenterà il suo ultimo libro, già uscito in Inghilterra nel 2009, e ora anche in italiano, edito da Tecniche Nuove, inizialmente una meta-analisi pubblicata secondo le regole della ricerca scientifica, poi con questo libro, rivolto non solo ai medici, ma a tutto il grande pubblico, dal titolo “I FARMACI ANTIDEPRESSIVI, IL CROLLO DI UN MITO – Dalle pillole della felicità alla cura integrata”.

Kirsh è da anni impegnato a dimostrare, attraverso ricerche su gruppi di persone depresse in rapporto a gruppi di controllo, la sua ipotesi riguardo alla scarsa incidenza dei farmaci cosiddetti antidepressivi, fino a oggi cura d’elezione per questa sindrome.
Ne parlerà lo stesso Kirsh alla Libreria Mondadori di via Marghera alle ore 18,30 , presentato dal curatore della collana Francesco Bottaccioli, fondatore della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia.
Il risultato delle ricerche aprirebbe le porte a più ampi spazi per il lavoro di psicoterapia, considerato da Kirsh come terapia d’elezione della depressione, se è vero che egli è giunto all’inaspettata conclusione – afferma Bottaccioli - che il grande mito dell’efficacia dei farmaci nel curare la depressione poggi su prove così gracili da chiedersi come sia possibile che per diversi decenni,
se ne siano tessute le lodi e vi si faccia tutt’ora ricorso in modo sempre più massiccio in tutto il mondo.

Appena uscito in Gran Bretagna nel 2009 , il libro ha subito scatenato un putiferio, che è in pieno sviluppo al momento di questa sua prima edizione italiana e che ha coinvolto i leader della medicina,
della psichiatria e della psicofarmacologia internazionale.
Nell’estate del 2011, Marcia Angell – nota per aver diretto il New England Journal of Medicine, una delle più importanti riviste mediche del mondo che quest’anno celebra i duecento anni di attività
– con un ampio saggio pubblicato in due puntate sulla celebre The New York Review of Books, partendo dalla recensione di tre libri,
tra cui questo di Kirsch, ricostruisce la storia recente della psichiatria.
Emerge un quadro molto allarmante in termini di eccesso di diagnosi psichiatriche e soprattutto di crescita inarrestabile delle prescrizioni di psicofarmaci sia da parte degli specialisti sia da parte dei medici di base.
Crescita resa ancora più evidente da un rapporto dei CDC di Atlanta (Il Centro governativo statunitense di statistiche sulla salute), pubblicato
qualche mese dopo il saggio di Angell, che documenta che negli ultimi venti anni negli Stati Uniti c’è stato un aumento del 400% del consumo di antidepressivi.

Gli antidepressivi in Italia
In Italia l’ultima statistica governativa attualmente disponibile è del luglio 2011, riferita a dati 2010, che documenta un incremento delle prescrizioni di antidepressivi triplicato nel periodo 2001-2010, con
le cosiddette “dosi definite giornaliere” che sono passate da 11 (per 1.000 abitanti) nel 2001 a 35 nel 2010.
Ma, mentre nel nostro Paese, con qualche rara eccezione, i media dormono il sonno dei giusti alimentato dalla consegna del silenzio che impera tra gli psichiatri e gli accademici, negli Stati Uniti sono scesi in campo i massimi esponenti della psichiatria e della psicofarmacologia.
E lo hanno fatto non solo nelle riviste specialistiche,
dove lo scontro si gioca sui numeri e sulle procedure statistiche adottate da Kirsch.

In difesa degli antidepressivi”.interviene Kramer, che insegna psichiatria a Providence, alla Brown University. E’ rilevante il suo intervento soprattutto
perché egli è anche il capo della Taskforce incaricata dall’“Associazione Psichiatrica Americana” di redigere la quinta edizione del DSM, il Manuale diagnostico statistico dei disturbi psichiatrici, usato
come referente diagnostico dai medici e dagli psicologi di tutto il mondo. La lunga risposta di Kramer in realtà non entra nel merito
dei dati presentati da Kirsch, si limita a ribadire, anche con aneddoti personali, che gli antidepressivi funzionano e che è “pericoloso martellare sul fatto che gli antidepressivi siano placebo”.

Ma quanto è grande la differenza col placebo?
Kirsch, in questo libro e in una più recente meta-analisi dedicata all’uso degli antidepressivi nei bambini e negli adolescenti (molto largo e in crescita soprattutto negli USA), documenta che
la differenza tra placebo e farmaco in termini di beneficio oscilla tra il 18% e il 16%, nemmeno due punti nella scala Hamilton, che è lo strumento standard per la misurazione della depressione. Insomma davvero poca roba, tra l’altro ricca di effetti collaterali, che non giustifica imperniare la cura della depressione sul trattamento farmacologico.

Le alternative
Kirsch indica come alternative esistenti : psicoterapia, attività fisica, piante come l’iperico, presentando una documentazione molto interessante. In particolare l’efficacia della psicoterapia, soprattutto nel medio lungo periodo e nel prevenire le ricadute. Insomma, un approccio decisamente integrato alla cura della depressione, egli afferma, efficace e sicuro.
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