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Recensione Giorgio Bocca

Giorgio Bocca

Intervista

"Partigiani della montagna" viene ripubblicato dopo sessant’anni dalla sua uscita in un momento in cui in Italia è in corso una polemica di tipo revisionistico…
Sì, una campagna contro l’antifascismo politico e contro l’antifascismo combattente. I partigiani vengono presi di mira in quanto rappresentano la parte più attiva dell’antifascismo.

Perché?
Perché il regime che sta crescendo non vuole ostacoli, non vuole controlli, non vuole critiche, vuole un unanimismo simile a quello del fascismo. Ciò non è nulla di molto diverso da quello che è avvenuto negli anni venti, quando a un certo punto si è creato un fronte che andava dai cattolici ai liberali, e tutti quanti hanno appoggiato il fascismo: gli industriali, i liberali, i fascisti costituirono un grande gruppo che è simile alla Casa delle libertà.

Quali sono gli attori e i registi di questa campagna?
L’attore e il regista di questa campagna è Berlusconi. È stato lui che ne ha dato l’inizio sdoganando i fascisti, dicendo che preferiva Fini a Veltroni come sindaco di Roma. L’operazione è stata quella di creare questa grande alleanza di centro-destra per far fallire il governo di centro-sinistra. Tutte le leggi vengono violate, le leggi vengono fatte ad personam e quindi non c’è più il controllo democratico. E adesso tentano di distruggere i partigiani e gli antifascisti, come hanno fatto con Bobbio e con Foa: ogni giorno c’è una paginata sui giornali italiani per dimostrare che gli antifascisti erano dei deboli, che chiedevano grazie a Mussolini. Questo viene fatto perché tutti devono vedere.

Non pensa che uno degli obiettivi sia anche quello di rimettere storicamente in discussione il ruolo di Giustizia e libertà?
Giustizia e libertà è naturalmente uno degli obiettivi principali, perché gli azionisti sono coloro che hanno introdotto il Partito comunista nella democrazia, cioè l’hanno aiutato a entrare in democrazia, e questo è veramente un punto dolente per quelli di destra.

C’è qualche storico che si è prestato a questa operazione?
Direi che il libro di Pansa è diventato un libro "cult" per i fascisti italiani: in tutte le sedi di partiti di destra e di estrema destra vengono fatte delle presentazioni del libro, un libro che appartiene quasi alla cultura fascista.

Cosa potrebbe dire per smontare il costrutto di Pansa?
E’ difficile smontare un costrutto che è senza costrutto, perché nessuno ha mai fatto un’indagine sulla "resa dei conti" dopo la Resistenza. Non è stata mai fatta perché era impossibile farla, perché le punizioni dei fascisti sono state fatte in minima parte dai partigiani e in massima parte dalla popolazione civile che aveva subito le angherie fasciste e che quando è avvenuta la Liberazione se ne è vendicata. E poi in Emilia e in Romagna c’è stata una resa dei conti ritardata rispetto a quello squadrismo fascista che nelle campagne emiliane aveva seminato morti e incendi. È uno studio difficilissimo che nessuno storico ha fatto, non c’è documentazione e la poca che esiste è stata raccolta in modo raffazzonato e fazioso come aveva già fatto questo Pisano negli anni cinquanta e quindi non si vede che grande novità sia questa.

Quindi c’è stata una campagna mediatica che ne ha gonfiato l’importanza…
E’ stata una campagna per vendere il libro... purtroppo. E la cosa per cui mi fa molto piacere che oggi sia ripubblicato Partigiani della montagna, il mio libro, è di dare un segnale deciso a favore di una storia così chiara, così documentata, così vissuta in modo aperto come la guerra partigiana, combattuta in tutte le città e villaggi d’Italia. Dappertutto c’è la memoria di cosa è stata questa guerra, nonostante si stia tentando oggi di falsificarla, di sminuirla. Mi pare che il mio libro abbia il pregio di raccontare le cose come sono andate realmente. Non c’è nessun inganno possibile.

Ci racconti allora com’è nato Partigiani della montagna.
Eravamo appena scesi dalla montagna. I capi partigiani avevano in genere avuto degli incarichi politici: uno faceva il sindaco, l’altro faceva il questore; io non avevo voluto nessuno di questi incarichi e quindi mi hanno ordinato di seguire il congedo dei partigiani e di finanziare quelli che erano in condizioni difficili. Così mio cognato, che allora era il comandante della seconda divisione di Giustizia e libertà, mi disse: "Se non hai niente di importante da fare, perché non scrivi un libro?" e io l’ho fatto. Ci ho messo un paio di mesi, e poi l’abbiamo pubblicato con un certo Bertello, un tipografo di Borgo San Dalmazzo, un paese vicino a Cuneo, e poi l’abbiamo dato da distribuire a Torino. Ne abbiamo vendute 4 o 5 mila copie, e poi il distributore è fallito e non abbiamo visto neanche una lira.

Mi è sembrato di vedere, attraverso i personaggi ritratti nel libro, una sorta di spontaneismo nell’adesione alla lotta partigiana, e non una complessa strutturazione politica.
Dal punto di vista politico l’ingresso nella guerra partigiana è stata una somma di motivazioni. C’erano le motivazioni dei vecchi antifascisti che riprendevano il cammino che avevano fatto durante la cospirazione, soprattutto dopo la guerra di Spagna, che era quella in cui l’antifascismo era diventato forza armata. E poi c’erano i giovani. C’è stato questo incontro tra i giovani che erano stati nelle organizzazioni fasciste: così abbiamo incontrato Duccio Galimberti e Livio Bianco, che erano dei vecchi antifascisti, un incontro spontaneo che si è concretizzato subito nella formazione delle prime bande. Non è capitato all’improvviso, era da tempo che noi giovani ufficiali degli alpini ci trovavamo nell’ufficio di Galimberti a discutere: si erano fatti diversi progetti, si era pensato di costituire una resistenza con la IV armata dell’Esercito che si ritirava dalla Francia, poi abbiamo cercato di parlare con i generali e abbiamo capito che non c’era niente da fare perché questi volevano solo scappare e ritornarsene a casa. Poi finalmente c’è stata la decisione presa secondo le origini e la provenienza, per esempio la prima banda si è formata a Madonna del Colletto e Valdieri, perché Livio Bianco aveva la casa lì, e noi siamo andati in Val Grana perché molti dei sergenti degli alpini provenivano da quella zona. Quindi è stato un processo abbastanza naturale...

E com’è avvenuta la scelta di aderire all’organizzazione militare?
C’è stato un momento di passaggio molto particolare, nel senso che tutti pensavano che gli alleati sarebbero sbarcati in Liguria. Se questo fosse successo questo periodo "alla macchia" sarebbe stato molto breve, una questione di un mese. Poi, dopo lo sbarco a Nettuno, si è capito invece che le intenzioni strategiche degli alleati erano di far prolungare la guerra in Italia il più a lungo possibile per tenere ferme qui quindici divisioni e permettere le operazioni in Francia e su altri fronti. Abbiamo poi capito nell’ottobre del ‘43 che gli inglesi e gli americani volevano risalire l’Italia passo a passo e ci hanno impiegato venti mesi.

Quella del cuneese è una zona particolare per la lotta partigiana, anche poi dal punto di vista letterario, tanti l’hanno narrata…
L’hanno narrata perché alla guerra partigiana cuneese hanno partecipato tutti: è stata una partecipazione totale, io non mi ricordo a Cuneo di un mio compagno di scuola o di un mio amico che fosse coi fascisti, erano tutti coi partigiani, quindi anche Fenoglio, Arpino e quelli che hanno scritto sulla guerra partigiana.

Tornando alla questione del revisionismo storico contro l’antifascismo, lei è pessimista o ottimista?
Estremamente ottimista perché questa operazione è talmente falsa, talmente "su comando" che mi pare già sconfitta in partenza. La memoria storica di un popolo non si improvvisa o si cancella come fa comodo. In Piemonte e in tutta la zona dove ci sono stati i partigiani ci sono dei ricordi vivissimi tra la gente, tutti hanno avuto un fratello o un parente che ha fatto la guerra partigiana. Si è trattato di un fenomeno storico unico nella storia d’Italia: bisogna risalire fino al Barbarossa per trovare un attacco di popolo di questa portata. Quelli che fanno critiche di tipo militare alla Resistenza non si rendono conto che i partigiani erano un esercito di volontari i quali potevano tornarsene a casa quando volevano, e quindi tenere insieme un esercito di questo tipo fu un’impresa eccezionale. Fu guerriglia che non poteva certo confrontarsi con la guerra "grossa", con gli eserciti regolari, coi carri armati, ma che è comunque riuscita a creare, nell’estate del ‘44, quindici zone libere, tra cui quella dell’Ossola che era una zona che andava dal Monte Rosa al Canton Ticino e in cui c’erano cinque fabbriche, centrali elettriche e in cui arrivavano i rifornimenti dalla Svizzera, e dove anche i tedeschi si rifornivano di materiale bellico. Praticamente gli avevamo sottratto la maggior parte del territorio e loro avevano dimostrato che non erano in grado di presidiare il territorio italiano.
Un’altra cosa che voglio precisare è che io sono stato definito dalla moglie di Lussu il "ragioniere della Resistenza" perché nel mio resoconto ho voluto pignolescamente tenere conto del numero dei partigiani dall’inizio alla fine, dai mille di settembre ai 300.000 del ‘45, perché anche quella è una cosa storicamente importante: dimostrare che sforzo enorme si è dovuto fare per mettere insieme così tanta gente. Dicono: eravate in pochi. Non è vero, eravamo in tantissimi, perché convincere della gente comune che potrebbe starsene a casa propria a venire in montagna per rischiare la pelle è stata una fatica veramente grande, una grande fatica organizzativa. Quando ci sono stati i momenti brutti come nel ottobre-novembre del ‘44 quando c’erano rastrellamenti continui, ogni giorno arrivavano i parenti a dire ai figli: "Tornate a casa!". Una cosa che io ho curato nei libri di storia sulla Resistenza è stata quella di avere il coraggio e l’onestà di dire quali erano le cifre esatte, dai mille del settembre ho seguito, con la costituzione delle bande prima e delle brigate e delle divisioni poi, tutta la crescita dell’esercito partigiano.

Dal sito feltrinelli.it

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