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Recensione Elfriede Jelinek

Elfriede Jelinek

La Pianista di E. Jelinek - Consigli di lettura

Quando l’anno scorso è stato annunciato il Nobel all’austriaca Elfriede Jelinek, lei stessa e il suo Paese non hanno creduto alle proprie orecchie. La scrittrice, informata del premio, ha confessato con modestia di non essere pronta e di non sentirsi all’altezza del riconoscimento, molti suoi conterranei ugualmente stupefatti erano mossi però da ragioni meno lodevoli e si sentirono quasi offesi da uno sberleffo, tanto che in Austria si è verificato il medesimo scontro di opinioni che incontrammo in Italia quanto fu laureato dall’accademia svedese Dario Fo.

La motivazione recitava che la J. era stata prescelta per il fluire musicale di voci e controvoci dei suoi romanzi e drammi che con straordinario gusto stilistico rivelano l’assurdità degli stereotipi della società contemporanea e il loro potere soggiogante e davvero in questa breve frase è racchiuso il senso completo di tutta l’opera.
Fuori da mode e cenacoli culturali, osservatrice corrosiva degli sconci del potere e della trappola mortale del perbenismo sociale, illustratrice disincantata dell’intimo erotico, anzi equivocata anche in Italia sbrigativamente come scrittrice pornografica, si comprende il motivo per cui non sia amata da tutti.

Da sempre femminista, iscritta al partito comunista, dal 1974 al 1991, non ha mancato di oggettivare la sua polemica con la destra di Haider, che una volta l’ha dichiarata persona non grata, e l’incomprensione con una parte dell’opinione pubblica si è fatta tanto aspra che la scrittrice ci riporta di insulti per strada al punto da sentirsi obbligata a cambiare la propria residenza da Vienna a Monaco di Baviera, per ritornare indietro, in modo discreto, dopo qualche tempo.

Schiva e sorprendentemente fragile nei suoi rapporti con la realtà, al punto da rifiutarsi al ritiro del premio perché sofferente di agorafobia, la J. non ha mai cercato la consacrazione del potere che di solito, nella società occidentale, si svolge alla luce della ribalta, anzi ha sempre rifuggito le platee mediatiche e la consacrazione delle istituzioni.

A prescindere dal contenuto delle opere già questi comportamenti non consentirebbero di stilare una lunga lista di estimatori, anzi la individuano con sicurezza come persona scomoda. Anche la sfera ecclesiastica ha espresso giudizi molto pesanti su di lei, ribadendo il proprio dissenso dalla scrittrice oscena, propugnatrice del nichilismo, in un duro articolo apparso sull’ Osservatore romano.

Tutte ragioni che la rendono da noi quasi clandestina e affidano le poche traduzioni della vastissima e varia produzione al settore delle pubblicazioni erotiche.
Invece vale la pena incontrare una voce originale che nel suo raccontare non ti permette di dare nulla per scontato, perfetta conoscitrice di forze sociali e psichiche, di cui spietata esamina la violenza e le interferenze reciproche. Mai banale, ha una energia, che si esprime attraverso la padronanza di uno stile denso e a tratti sarcastico, che talvolta dà un’emozione claustrofobica. Si incontra la stessa atmosfera cupa e opprimente dei romanzi di Kafka, che adombra lei stessa come maestro, ma per superarlo nell’abbandono del personaggio fuori da qualsiasi pietà.
Sembra che la J. abbia sollevato un velo e l’Austria, la terra da operetta dei verdi prati e cavalli bianchi, mostri attraverso la sua parola il volto spietato, ignorante ed avido, con toni spesso dissacranti e provocatori. Con la stessa lucidità ha scovato tutte le distorsioni che albergano nella condotta umana. Ne I figli dei morti, del 1995, descrive in una terrificante allegoria i suoi concittadini come zompi e vampiri, ma neanche nelle altre opere, tra le quali ricordiamo Le amanti, Gli esclusi, La voglia, Nuvole, monologo ispirato dalla caduta del muro di Berlino, ha mai risparmiato le sue frecciate alla borghesia austriaca.

La folla che subisce da vittima e carnefice il proprio interagire soprattutto col potere, all’interno della propria famiglia, vive situazioni sado-masochiste altrettanto feroci e devastanti. Esiste quasi un doppio tra le regole che codificano le società e schiacciano gli individui nel loro complesso e quello che accade nelle relazioni duali e tutto questo non appartiene alla vicenda storica, ma spetta a tutte le epoche. La J. l’ha analizzata nel suo tempo, ma la patologia dei rapporti che producono sottomissione e dominio appartiene alla parte oscura dell’uomo in ogni momento. In qualche modo siamo prigionieri di un’eredità genetica.

Il valore universale della penna della scrittrice è proprio nella capacità di aver osservato le leggi del funzionamento individuale e sociale con uno sguardo particolarmente acuto. Alcuni accentuano la lettura psicanalitica della sua opera, ma il punto di vista dell’A. è molto più complesso e sfugge a qualsiasi catalogazione che non sia aperta.

La pianista, che giudico uno degli scritti più riusciti, ci propone appunto un personaggio che non ha saputo sfuggire agli ingranaggi perversi e quindi appartiene alla categoria di quelli che secondo il parere della stessa J. vengono sputati fuori dalla vita oppure si buttano fuori da soli.
Per sua testimonianza il romanzo, da cui è stato tratto un film molto puntuale, premiato a Cannes, ha una ispirazione autobiografica. La musica che percorre tutta la narrazione ha fatto parte della sua vita, indotta a studiare violoncello, viola e pianoforte. La relazione difficoltosa con la madre e molti altri indizi, come la morte in manicomio del padre, ci confermano che l’intera impalcatura del romanzo è attraversata da esiti personali.

Oltre alla musica e alla lacerante quotidiana battaglia con la madre, altro connotato onnipresente è il sesso. Anche in quest’opera il sesso non implica completezza o abbandono o matrimonio, mai serve ad arricchire la propria vita. I lacci che imprigionano la protagonista non la rendono tanto libera da avvicinarsi al mistero della carne se non attraverso il buco della serratura di un quartiere di periferia a spiare scambi a pagamento o locali porno dove avventori lubrici e sbronzi gettano umidi pezzi di carta che lei raccoglie per poi andarsi a tagliuzzare con una lametta nel bagno di casa propria.
Gli spunti, le considerazioni, i livelli dell’approfondimento sono tanto numerosi che è difficile andare oltre. Al lettore il piacere di scegliere la propria misura.


Fortuna Della Porta

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