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Recensione Giorgio Manganelli

Giorgio Manganelli

Infinito Ulteriore

Qualsivoglia appunto-omaggio, qualsivoglia pensiero-encomio sull’affabilità del lessico manganelliano dovrebbe possedere i caratteri di un’assoluta “leggerezza”.
Dove l’esser (divenire) leggeri è sintomo –dogmatico- dell’eterno vagabondare tra i flutti –solo lievemente agitati- di quel magnifico oceano che è la letteratura.
Vogliano scusarmi quindi, coloro i quali si troveranno, come dire, immersi nell’infelice esperienza di leggere questo mio sproposito, solo vagamente cognitivo e che si basa –più che altro- su fragili fondamenta emozionali.
E se le fondamenta son fragili e perdipiù impiantate su friabili terreni argillosi, viene da se che il palazzo è destinato a crollare.
Un effimero castello di sabbia, in balìa dell’acqua e del vento, dove ogni “dire” è altro da sé e quindi flusso che si dilata, dove ogni “tacere” tramutando il flusso in riflusso, nella sua illuminante contrazione, diviene essenza disvelata.
Quel suo “scrivere la scrittura” è dilacerato in sé, ma nondimeno è aperto ad innumerevoli “punti di fuga” che, dondolandosi tra l’ineffabile e l’affabile – rischiando più volte di trascendere sul piano dell’affettività- non possono esimersi dall’abbacinare, dispiegando –a più livelli- strali di luce intensa, sicuramente effimeri ma nondimeno pregnanti, pronti a rischiarare il cammino di un qualunque animale nottivago (umano o disumano che sia).
Vogliano quindi scusarmi quegl’impavidi lettori che non troveranno nella mia scrittura quella forza, quell’affabilità, quella leggerezza e quell’acume che solo Manganelli può avere.
Nel risvolto di copertina (in quelle brevi –spesso fuorvianti- presentazioni, il cui unico fine dovrebbe essere quello di incuriosire camuffando l’assunto in un sunto che non riesce –quasi mai- né ad informare, né ad incuriosire, né tantomeno a riassumere) de : “La letteratura come menzogna”, si legge di una certa rivendicazione manganelliana verso quella che viene definita “letteratura assoluta”
(si tratterebbe –a questo punto giunti- di definire le accezioni di questo concetto, ma non mi sembra il tempo e il luogo adatto per cui – con le dovute riduzioni e col beneficio d’inventario- identificheremo il concetto di “assoluto” nel “fine a se stesso”, nel rifluire all’etimo, nel rifiuto degli stereotipi narrativi, nel magnificare i caratteri aneddotici tramutandoli in protesi impazzite pronte a spiccare il volo).
Diciamo che in Manganelli è spiccata l’urgenza di elevare ad un rango più alto non la mera descrizione ma la stessa “scrittura”.
Che la scrittura (così come, del resto, qualsiasi altra forma artistica) sia “menzogna” costantemente applicata e terribilmente perpetrata, questo è indubbio.
Perché la scrittura –se anche s’invola sui canoni cari alla verosimiglianza e alla mimesi- è comunque “filtrata”, “squartata”, “sezionata” da un’entità (colui che perlappunto inchiostra sia i rotoli delle pergamene che i freddi, anonimi fogli di carta) viva, pensante e pulsante, con tutte le sue caratteristiche –più o meno spiccate- relative all’etica, all’estetica, alla filosofia, alla fisicità, al suo personale modo di intendere e vivere la vita, e che –immancabilmente- non può fare a meno di travisare, camuffare, abbellire, nascondere.
Citati definisce Manganelli con l’appellativo “mirabile”, io aggiungerei un altro appellativo : “incantatore”.
Non ci sono precedenti nella letteratura, nessuno ha mai saputo discorrere con evidente e pregnante acume ironico (quasi beffardo ; ma d’una beffardìa leggera, carezzevole, suadente) dei massimi sistemi e delle regressioni animalesche, della regalità e della povertà.
Nessuno ha mai posseduto una così forte carica disvelatrice nel definire come “attività losca” proprio quel suo instancabile indagare all’interno della “scrittura”.
Al contempo “sopra” e “tra” le righe, l’incredibile ventaglio delle sue disarmoniche armonie lessicali, inonda –straripando dagli argini che non possono contenere la sua forza innata- ogni specie di terreno argilloso dove ogni incauto lettore compie già uno sforzo immane nel conservare l’equilibrio.
Ebbene, il flusso altalenante (nel senso di un movimento che culla, rassicura e rasserena) della prosa manganelliana non aiuta certo il lettore a riacquistare l’equilibrio perduto, ma lo aiuta a render “leggeri” i propri passi, lo predispone –idealmente- ad una sorta di levitazione e, laddove non fosse possibile - laddove il lettore, per eccesso di insicurezza o incapacità nel “darsi” e nel “ricevere” non riesca a rendersi “leggero”- questo flusso, questa sorta di fluido benigno gli indicherà i punti precisi nei quali anche l’atto di sprofondare (del resto è pur sempre la nostra amata-odiata madre terra) può procurare un’enorme gratificazione.
Io penso che Manganelli sia al contempo cantastorie medievale e monaco amanuense.
Non a caso insieme a Calvino è uno dei pochi a dichiarare che metafora, linguaggio e stile sono i cardini essenziali d’ogni tipo di narrazione.
Non il “romanzo” ma il “libro”, non la descrizione ma la “drammatizzazione” della scrittura stessa, in tutte le sue accezioni e combinazioni.
Non bisogna ricomporre il puzzle ma ulteriormente smontarlo, scinderlo. moltiplicarlo.
Il tutto operando nelle pieghe della sintassi, nelle sfaccettature del senso, nelle fibre del “gioco”.
Perché è anche di “gioco” che si tratta.
Un gioco assunto a stile di vita.
E nel gioco manganelliano convivono un’inesauribile vena di positivo “sarcasmo” e la fine erudizione senza la quale il sarcasmo e l’ironia rischierebbero di sprofondare negli abissi della banalità.
In definitiva : erudito ma mai pesante, ironico ma mai banale, paradossale ma mai astruso.
Tutto nella vita può tramutarsi in letteratura.
Manganelli questo lo sapeva e per tale ragione arabescava lettere e parole in accostamenti considerati, nella migliore delle ipotesi, desueti se non impossibili.
Perché Manganelli è uno dei pochi scrittori ad aver “scritto” la scrittura.
E’ quindi utile!
Utile proprio nella dichiarata inutilità del suo girovagare tra innovazioni lessicali e improbabili paradigmi, nella dichiarata inutilità del suo danzare tra simulazioni verbali e menzogne linguistiche.
Ma quelli come me, che sono abituati a ricercare l’utilità (e la gratificazione cerebro-affine che ne consegue) proprio nei territori che il comune pensare bandisce nell’inutilità, non possono che trovare un senso d’impagabile rasseneramento quando “incontrano” scrittori di tale ingegno e levatura.
Nel superbo affresco della scrittura manganelliana, che non una sola volta ricopre ma tutta la basilica inonda, si agitano forze –uguali e contrarie- sempre pronte a fuggire in questa o quella direzione, per definirsi in voli-altri, in ascensioni-altre, in cadute-altre.
Ognuna di queste forze, naturalmente mutevole, sembra come danzare - felpata e leggera, quasi silfidea – alla ricerca dell’anima gemella, di un’altra forza –altrettanto miniata, minuziosamente arabescata- che possa ridefinirla, riplasmarla, che possa porla come “fulcro” dal quale ripartire.
Ognuna di queste forze è un artificio ( sia “fuoco” che espediente, beninteso) perennemente ricaricato da un acume sottile e scoppiettante.
Io vedo Manganelli come un novello Tantalo che ruba l’ambrosia agli dèi e la sparge, a piene mani, su ogni specie di varie e svariate disumanità attraverso la sontuosa eleganza e la suadente impalpabilità del suo lessico.
La letteratura è “immorale”, la letteratura è “cinica” : “ Corrotta, sa fingersi pietosa; splendidamente deforme impone la coerenza sadica della sintassi; irreale, ci offre finte e inonsumabili epifanie illusionistiche. Priva di sentimenti, li usa tutti. La sua coerenza nasce dall’assenza di sincerità. Quando getta via la propria anima trova il proprio destino” (G. Manganelli – “La letteratura come menzogna”).
E chiunque di noi perseveri in quest’insana abitudine di inchiostrare qualsiasi tipo di supporto cartaceo, è –allo stesso modo- immorale, cinico e corrotto.
Per finire, per farla finita, nulla è più pregnante del verbo dello stesso Manganelli, una breve citazione da “Encomio del tiranno” che , mi auguro, leggeremo insieme a voce alta : “... Forse è una buffoneria, anche questa, di perdersi nei capitoli; far confusione, di parole, di gesti, di destini, questa è stata sempre una qualità del buffone. Ad esempio, i pronomi. Io mi sono rivolto all’editore, al tiranno, al monarca con diversi e incompatibili pronomi; e se ora parlo a questo modo, peritoso e circonvoluto, è solo perché non vorrei dar l’idea che sto rivolgendomi appunto a costui; come usano i buffoni, io parlo all’aria. Ho usato il Lei; con la maiuscola, si intende; e in tal caso designavo non solo la distanza sociale, ma anche, o soprattutto, tentavo di ridurre tutto ad una sproporzione laica. E’ il momento in cui io, il tiranno –complemento oggetto- lo chiamo editore. Non è che editore non sia, ma che monta negargli la dignità monarchica, che dopo tutto è l’unica che possa garantirmi la funzione di buffone...”.
Mai “buffone” è stato più elegante.
Il buffone è morto.
Viva il buffone.

(Enzo Campi)
Reggio Emilia
Fine stesura 07/08/2005

Di antonin9

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