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Recensione Alessandro Piperno

Alessandro Piperno

Con le peggiori intenzioni

Esordio narrativo di Piperno certo originale ma dal duplice effetto. Da una parte un incantevole e scorrevole modo di scrivere che porterà l’autore molto lontano. Dall’altra una trama un po’ legnosa, faticosa e non sempre, anzi raramente, coinvolgente. È un romanzo borghese per eccellenza, è vero, ma la distanza che separa il lettore dalle parole del romanzo è insanabile. La storia della famiglia di ebrei romani, i borghesi Sonnino, latita, non trascina, è banale. Più interessante è la figura del giovane Daniel Sonnino che con le sue crisi esistenziali, etniche, religiose e umane lascia più spazio all’interesse del lettore. L’amore di Daniel per l’inarrivabile Gaia non regge più di dieci, venti pagine. La stessa figura di Gaia è noiosa, senza mordente. L’autore non ci fa capire che cosa voglia dirci. Nel pieno fulgore degli anni ottanta si muove il mondo dell’alta borghesia romana raccontato dalla voce ironica, sarcastica e disperata di Daniel Sonnino, giovane rampollo di una ricca famiglia ebrea (il padre è ebreo, la madre cattolica). Tra feste, balli, vacanze studio, macchine sportive, eventi mondani, si consumano l’infanzia e l’adolescenza del nostro personaggio in un edonismo e in una inconsapevolezza storica assolute, mentre la questione ebraica si fa mano mano più vicina al protagonista e poi inevitabilmente ne attraversa la vita, dapprima di sbieco (lo zio si trasferisce in Israele), poi direttamente, con la decisione di analizzare gli intellettuali ebrei in un saggio di sociologia letteraria. Daniel Sonnino è il punto di vista critico, intellettuale, snob e vittimista del romanzo. Attraverso i suoi occhi assistiamo alla formazione di un ragazzino solitario e poi di un’intera generazione: quella cresciuta nel mito del consumismo anni Ottanta. Al tempo stesso, ripercorriamo la storia ebraica delle due generazioni precedenti. Quella del nonno Bepy Sonnino miracolosamente sopravvissuto alla deportazione e convinto per questo di essere in perenne credito con la vita. Libertino e gaudente, cerca di sfruttare al massimo i piaceri dell’esistenza e mira solo a mantenere il proprio way of life teorizzando, in questo modo, la provocatoria rimozione storica dei salvati. E infine, quella del padre di Daniel, cresciuto a sua volta nel culto dell’avvenire e nel programmato oblio del passato. A questi si aggiungono tutta una serie di personaggi di varia umanità: lo zio Teo che si trasferisce in Israele, il cugino gay, l’amico fighetto che diventerà attivista politico per la causa ebraica, Gaia, frivola e bellissima ragazzina di cui Daniel inevitabilmente si innamora. Daniel è una specie di Proust e il libro è costruito come una piccola ricerca del tempo perduto che racchiude in sé molta storia letteraria, ebraica e non. I riferimenti letterari sono numerosi e il gioco dei riconoscimenti spesso è scoperto, addirittura suggerito dalla voce narrante. Un romanzo costruito per immagini e singole scene, flash-back e digressioni temporali. Il pregio maggiore del libro è il montaggio che permette di focalizzare i personaggi e presentarli nel loro ambiente, ma attraverso la lente del protagonista che, nel descriverli, li giudica. L’incastro non riesce del tutto, il romanzo è più o meno divertente, ma provocatorio e illuminato nei confronti di una questione ebraica da cui, in ogni caso, non si può prescindere. Ma soprattutto, il romanzo funziona per lo stile narrativo veloce, divertente, ironico, acuto, coinvolgente e sicuro dei propri mezzi. La buona scrittura si sente e fa la differenza.
L’autore riesce a ritrarre gli anni Ottanta dall’interno, con ironia e senso del ridicolo, riesce ad affrontare il tema della questione ebraica rilevando, sempre dall’interno e con la stessa acuta leggerezza, i difetti e le colpe di una borghesia ebraica che dal dopoguerra in poi ha scelto di vivere cercando di dimenticare le ingiustizie della Storia, con atteggiamenti talvolta criticabili, ma provocatoriamente umani, troppo umani. Così David, il bello della scuola, il più ricco il più figo e gli altri impavidi e cinici amici ebrei alla fine, con la loro stessa presenza, con le loro scelte o non-scelte, sembrano denunciare – più che vittimismo o cinica indifferenza – una situazione da più parti insostenibile, destinata all’esplosione dei rapporti stabiliti, a una finale resa dei conti.
Il senso di appartenenza a un’epoca, a un ambiente, a un popolo sono, dunque, alla base del libro che, nonostante si presenti “con le peggiori intenzioni” e rifiuti ogni forma di buonismo, è fortemente empatico e passionale, legato, anche suo malgrado, a una storia che è personale (Gaia, David, il nonno) prima che collettiva, una storia cui non si sfugge e cui non riusciamo a staccarci perché è parte di noi e come tale ci somiglia. Da Proust a Roth, da Mann a Piperno in una saga familiare che riprende il grande romanzo borghese, opulento e decadente, e restituisce gli uomini per quel che sono: un grumo di paure, debolezze, fissazioni. Una bella sorpresa narrativa, ma non troppo.
Gianpaolo Mazza

Di gianpaolo.mazza

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