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Recensione Danilo Palma

Danilo Palma

Intervista a Danilo Palma

Intervista all'autore sul libro "Due solitudini"

Il libro racconta la storia di due ragazzi, della loro solitudine, del loro sentirsi totalmente estranei alla realtà in cui vivono che è molto lontana da come la vorrebbero…ti sei mai sentito così nella tua adolescenza?

R: Penso che sia capitato un po’ a tutti di vivere queste sensazioni durante il periodo dell’adolescenza. Questo periodo della vita è per definizione un’età complessa, un’età di mezzo in cui ci si sente ancora legati al mondo dell’infanzia e in cui si cerca con mille difficoltà di adeguarsi ad un mondo adulto distante anni luce dalle nostre aspettative e dai nostri sogni. E poi ormai è quasi impossibile stabilire dove inizia e dove termina l’adolescenza. A mio avviso ritengo che alla mia età, 24 anni, si è ancora adolescenti.

Il libro è raccontato attraverso gli occhi di una ragazza in piena adolescenza (17 anni), alle prese con dei problemi enormi… come ti sei sentito a guardare il mondo attraverso gli occhi di una ragazza? E’ stato difficile? Da cosa è nata la scelta? Non sarebbe stato più facile raccontare la storia attraverso gli occhi di Andrea?

R: La scelta è nata dalla voglia di capire. Dalla voglia di comprendere le donne in generale, e nello specifico una ragazzina di quell’età con problemi di un certo tipo. Non è stato semplice immedesimarsi nella parte, provare a sentire quel senso di disagio e di solitudine che porta una splendida ragazza a rifiutare il cibo e con esso la vita.

Due ragazzi che sono costretti ad andare in analisi contro il loro volere, quindi una storia che sconfina anche nella tua materia di studio, vista la tua laurea in psicologia. Quanto ti ha aiutato questo per scrivere il libro?

R: Mi ha certamente aiutato aver masticato qualcosa sulla psicoanalisi e sull’anoressia. Ma di certo mi è stato maggiormente d’ausilio ciò che ho visto con i miei occhi sulle persone che mi hanno spinto a scrivere il romanzo.

Il tuo modo di scrivere è molto scorrevole, leggero e di facile lettura, ma racconta le cose con una certa sensibilità e profondità, soffermandosi molto sui particolari: dai sentimenti dei protagonisti alla descrizione della tua città e di particolari situazioni. C’è un autore a cui ti ispiri in particolar modo? Anche solo per il suo modo di scrivere, della scelta di storie che racconta, del modo in cui descrive i particolari, ecc…?

R: Non ho un vero e proprio autore preferito. Di solito giro per le librerire e scelgo di comprare un libro in base a quanto mi catturi la storia narrata tra quelle pagine. Posso citarti alcuni dei miei romanzi preferiti: “Veronika dedice di morire” di Paulo Coelho, “Lolita” di Vladimir Nabokov, “Due di due” di Andrea De Carlo e “Jack frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi. Ma credo che per un autore esordiente non ci sia nulla di più sbagliato del tentare di “imitare” o “raggiungere” lo stile narrativo di altri scrittori. L’importante è trovare la propria strada e la propria originalità.

Nel libro ci sono frasi di canzoni di artisti stranieri e italiani, è questa la musica che ascolti e che ti ha guidato in certe pagine del libro?

R: Questa è buona parte della musica che ascolto e che mi ha guidato nella scrittura del libro. Mi piaceva l’idea che il romanzo potesse avere una sorta di colonna sonora ideale con cui accompagnare la lettura.

Nel libro parli molto della tua città, si nota una profonda conoscenza di Napoli e della sua gente, parte da qui la scelta di ambientare lì il libro?

R: E’ difficile non usare questo scenario, quando si ha la fortuna e la sventura di vivere in un posto come Napoli. Per la sua storia, la sua straordinaria posizione geografica e per le sue drammatiche sventure, Napoli rappresenta un luogo di forte ispirazione da sempre, per artisti di ogni tipo. Basti pensare a quanti scrittori giovani e meno giovani sono emersi in questi anni a Napoli: Peppe Lanzetta, Erri De Luca, Diego Da Silva, Valeria Parrella, Andrea Santojanni, Angelo Petrella, Riccardo Brun, Massimo Ricciuti, Ciro Marino. Solo per citarne alcuni. E’ che Napoli è pervasa da un’energia tutta particolare, che ti spinge a porti tante domande e a cercare risposte a volte introvabili.
E poi nutro un rapporto d’ amore ed odio verso questa città. Perché credo che per amare Napoli bisogna odiarla. Amarla per la sua straordinaria bellezza e unicità, odiarla perché troppe persone con il loro modo di vivere, fatto di menefreghismo e incuranza stanno mandando in rovina un qualcosa di così bello e raro.

Intervista a cura della casa editrice Zona

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