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Recensione Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg

Le voci della sera

«Le voci della sera è una storia di persone che cercano di sotterrare i pensieri, d'identificarsi soltanto nei gesti che compiono e nelle parole che dicono e finiscono per ritrovarsi strette in una morsa di assurdità e di dolore». Italo Calvino
In questo breve romanzo del 1961 composto durante il soggiorno londinese e alla vigilia del ritorno in Italia c'è il senso delle storie di famiglia: la presenza degli anziani e il venir su dei giovani, quel loro crescere diversi da quanto ci si sarebbe aspettato, l'allacciarsi e il mutare degli amori, delle amicizie e delle antipatie, tutte cose che Natalia Ginzburg esprime con un ardore senza uguali e un'assorta caparbietà, quasi per sottrarle alla devastazione e alla perdita.
In centocinquanta pagine si snodano vicende e si mostrano personaggi come in una lunga saga familiare. Della taciturna ragazza che scrive in prima persona soffriamo le speranze e le delusioni senza una riga di commento o giudizio o introspezione. È il modo di raccontare della scrittrice sempre spoglio, fedele al rigore delle notazioni oggettive, attento a riportare le battute di un dialogo, la cadenza di una frase. Non c’è nulla di più dolce di un amore, non c’è nulla di più amaro: la frenesia che l’accompagna e che spesso è solo ansia, la nostalgia che lo attraversa e quasi sempre è paura. Promessa sposa a un ragazzo del paese, un ragazzo che ama, ricambiata, la protagonista di questo romanzo spende i giorni del suo fidanzamento in preda a una malinconia pacata che sembra penetrare i muri, contagiare chiunque la avvicini, saturare l’aria che tutto il paese respira. Forse, si dice lei, è così sempre, per tutti, ma le delusioni cui va incontro non finiscono di ferirla. Forse, si dice lei, dovrei rassegnarmi, adeguarmi alla norma, ma la voglia di vivere, di vivere davvero, non vuole lasciarla, e la sua fiamma non si spegnerà: nemmeno nel momento più nero, nemmeno davanti alla scelta più grande.
«La Ginzburg – ha scritto Pietro Citati – non aveva mai posseduto uno sguardo così sottile e preciso. E mai aveva governato la sua finta innocenza con una grazia così fine, così spoglia, così deliziosamente incorporea. Ma, come sempre, il più lievo e lieto dei suoi libri è anche quello dove lo strazio è più profondo, dove l’elegia si piega più accoratamente sulle cose che si perdono, sui sentimenti così fragili che muoiono, appena qualcuno li porta alla luce».
Il libro in cui la Ginzburg si conferma la più grande narratrice della nostra complessa, scissa, amata-odiata quotidianità.

Gianpaolo Mazza (gianpaolo.mazza)

Di gianpaolo.mazza

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