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Recensione Menotti Lerro

Menotti Lerro

Una nota a Senza Cielo

Una nota a Senza Cielo di Menotti Lerro (Lettere Italiane, Guida, 2006)

Erminia Passannanti


C’è una poesia (o meglio un frammento) nella raccolta di Menotti Lerro, Senza cielo, che immediatamente colpisce per la forma che l’annuncio della tragedia a venire assume in questi versi, cataclisma dinanzi al quale il poeta si pone come deve porsi, non in modo preveggente, bensì acutamente e coerentemente testimoniale: “Quando crollerà / sarà una massa grigia che viene giù a pezzi, / sarà il punto di luce che acceca” (XV, p. 31). La tragedia dell’umanità, riflessa in quella personale, che la scelta del tempo verbale pone provocatoriamente al futuro, è, infatti, già avvenuta, non una volta, ma mille volte, e si riproporrà illimitatamente avanti, finché non muteranno le dinamiche perverse da cui origina. Con l’imminenza di questo crollo, Lerro enuncia, dunque, lo sgretolarsi delle certezze della materia, dinanzi agli scenari di morte insensata e illogica che l’attualità ci somministra quotidianamente.
L’enfasi cade su tre elementi fondanti: sul dato materiale di questo crollo che, appunto, frammenta il corpo solido del reale, riducendolo “a pezzi”; su quello della visione, come intuizione e consapevolezza che abbagliano; e sulla follia dell’artista, indotta dalla capacità di assumere in sé l’immenso cumulo di un reale ridotto a macerie (“Abbraccerò in piazza il cavallo, / l’amico di Wagner”, XV, p. 31), follia che procede appunto per rievocazioni e citazioni, consumandosi in questo affanno morale (“ e di me non resterà che essenza”).
Come non ravvedere, in questa massa che crolla, frammentandosi in urla di spasimo e paura, un rimando all’11 settembre? Come non sentire sulla propria pelle il modo in cui questa lotta di fagocitanti forze distruttive penetra all’interno degli ambiti espressivi del poeta, non solo per il dovere etico della cronaca o della testimonianza, ma per interiorizzazione viscerale dell’orrore storico, che in questi versi incontra l’angoscia individuale? E come, infine, non riconoscere la maniera in cui queste tematiche civili ne escono fuori sfigurate, traslate, restituite figurativamente alla pagina in guisa di piaga sul corpo dell’artista, strazio e grido nella sua stessa voce.
Esempi dell’assenza di un’accezione positiva di spazialità, avvertibile come condanna, sono disseminati dappertutto nella raccolta, basata sull’organizzazione grafica che si appoggia in basso, sulla terra, come suggerisce il titolo. Senza cielo, difatti, traduce essenzialmente tre dimensioni: la mancanza fisica di cielo sulla città di Milano, coperta dallo smog, dove il progresso diventa regresso, ed il degrado e l’asocialità sono evidenze quotidiane nei rapporti formali interpersonali; la mancanza metaforica di cielo, intesa come assenza irrimediabile di Dio, rimpiazzato dal mito della macchina; e infine la mancanza di futuro nell’universo interiore, devastato da profonde crisi private, che sul piano dell’extratesto pittorico si riconoscono dell'urlo di Munch: “Ogni giorno ombre mi parlano, / mi inseguono in ogni angolo del cervello” (XII, p.28); “La mia mente è un cimitero / dove fiori stanno accanto ai morti”, XVII, p. 33).
Riconosciamo questi morti: sono le vittime della disumanità cui si accennava, sebbene Lerro lasci i loro nomi nell’indeterminatezza di un anonimato, che ce li accomuna, simulacri delle nostre identità in bilico in ambienti disgregati e privati di valore: “Capire d’esser vivo mi sconvolge, / in ogni sogno morto in queste mura […].” (XXXVI, p.52) L’agnizione spaventosa dell’esistere, che questi versi tradiscono, non è dunque paura di morire, ma di restare permanentemente catturato nell'indistinto delle voci di chi vive alla soglia di un’esistenza mai posseduta.
Il modello di uomo contemporaneo che emerge da questi versi di Lerro, il cui impegno di denuncia dell’orrore si sintetizza nella metafora di un’allucinazione (“Nel bar del gobbo entravo in un video game / e nessuno me ne tirava fuori”, 13, p. 56), o di una malattia collettiva che si ritorce, ipocondriacamente, sul soggetto poetante, è certamente quello che oggi suggerisce la ripresa di una tacita e intima forma di dissidenza, caratteristica di un’arte che si aggancia criticamente al reale e al presente, ma senza pretese vitalistico-interventistiche di controllo su di esso.
Questo modello rimanda alla poesia del secondo dopoguerra, da Lowell e Plath, a Pavese, e all’immagine del poeta come capro espiatorio. Il poeta è, infatti, intensamente visto come entità sensibile che si mantiene ai margini della città, pur essendone al cuore, interprete e traduttore, nel linguaggio della poesia, delle innumerevoli tensioni in atto nelle lingue e culture che, su altri piani dell’attualità, scatenano lotte di sangue, religione e razza, guerre di primato ed egemonia, estranee all’interesse immediato del poeta, ma riflesse nello specchio della sua arte.
Là dove il dolore collettivo oscuramente divampa, il senso della poesia lirica, che sgorga dal corpo del poeta con la coscienza d’essere secchio d’acqua gettato sull’incendio più devastante, è dato con straordinaria modestia e insieme liricità nel frammento XVII, “Il mio cuore è una pozzanghera / dove a volte un cane si disseta.” (p. 33). La voce che si fa strada nella raccolta, dunque, se propone una riflessione sul presente, lo fa attraverso se stessa, facendo appunto leva sulla dialettica sottilissima di un ethos capace di munirsi e munirci di un filo conduttore per l’approfondimento dei piani che costituiscono l’elaborazione della propria ‘dramatis persona’, sorta di Sigismondo, da La vita è sogno, che urla dalle segrete del potere che lo tiene prigioniero.
Ed è forse rilevante individuare nel lamento che sorge da questa prigione dell’essere, cava di un incubo privato del cielo, l’aspirazione per sé e per gli altri (i morti) ad una vita se non compiuta, almeno meno mutilata, desiderio precedente ad ogni ordine o struttura.
La poesia di Lerro, dunque, se aspira a qualcosa, sembrerebbe farlo non già per iscrivere le proprie intenzioni nel corso delle cose, per risignificare le ragioni che dilaniano gli uomini e le loro comunità, ma per proclamare il diritto alla testimonianza e dissidenza (“Il mio corpo è l’albero di Giuda” […] la mia anima è un teologo ateo”, XVII, p. 33), per perseguire una sopravvivenza amara ma vigile, al nucleo di una irrinunciata resistenza – “Eppure respiro ancora / in questa stanza senza luce / tra la polvere e la noia” (XIII, p. 29).
Da dentro e oltre l’orizzonte massmediatico, questa resistenza in sé riverbera il destino dell’umanità, non per vuota autoreferenzialità, ma per scambio, sinergia, solidarietà, come recita un verso semplice ed insieme eloquente della lunga sequenza di frammenti, che, sul piano strutturale, costituisce la seconda parte dell’opera, dal titolo “Il perché che non trovammo”: “Il grido di Maria ci sorprese / mentre spartivamo le focacce”, (3, p. 53).
Infine, si potrebbe forse così riassumere il senso il movimento programmaticamente ‘frammentato’ di Senza cielo: a) una resistenza passiva al male del vivere (20, p.58), sull’esempio della dottrina Zen, b) una pietas creaturale come identificazione con l’altro, che coinvolge ogni essere vivente nello scambio affettivo-cognitivo dell’incontro occasionale, senza alcuna gerarchia di valore: “Impazzire fu la morte del cane / che mi leccava il cuore”(15, p. 56); c) l’impressione, che rimane volutamente oscura e vaga, della condivisione di una destino terreno difficilmente superabile, che appare ancora e sempre condanna penale, nella gabbia di una metropoli-prigione, affollata di relitti, e morti-vivi, che disperano, agiscono, provano odio e amore, resistono; d) una città infernale, come la Milano contraddittoria di ambiziosi entrapreneurs, da una parte, e, dall’altra, di infelici ed emarginati emigranti, città di ottundimento e sconfitta, che Lerro rende densa di riferimenti a nemici e lotte intestine, con percorsi e cicli di pena, di cui percepiamo, attraverso questa sequenza di tematiche interconnesse con lapidaria, ma non ermetica crudezza, la dissennata, tragica, irrisolvibile conflittualità di lingue, destini, credenze e miserie, tutte assorbite negli occhi, nella voce, nel sangue del poeta: “Tornando a casa, / via Padova è un fiume di occhi neri: / sui marciapiedi, negli autobus marci. / Un filo d’acqua buona / per pulirsi, specchiarsi, bere.” (25, p. 59)

Erminia Passannanti poetessa, traduttrice e saggista, è nata a Salerno nel 1960. Si è laureata nel 1988 in Lingue e Letterature Straniere presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno con una tesi sulla poesia di Sylvia Plath. Dal 1995 vive a Oxford, dove insegna Letteratura Italiana al St. Clare’s College e offre ‘tutorials’ in Letteratura Comparata presso il St Catherine’s College (University of Oxford).


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