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Recensione Sergio Pent

Sergio Pent

Un cuore muto

Recensione di Massimo Maugeri

Nel tempo in cui “Il codice da Vinci”, con i suoi epigoni e derivati, domina gli scaffali delle librerie di tutto il mondo e condiziona inevitabilmente le scelte editoriali, è assai difficile immaginare il successo di un’opera letteraria che non contenga, tra gli altri, anche il requisito della sorpresa o dei cambi di scena finalizzati al mero intrattenimento del lettore. Per coinvolgere il lettore, per appassionarlo, per tenerlo incollato alla pagina, non è necessario - tuttavia - rinunciare ad altre caratteristiche essenziali, quali il valore intrinseco della prosa, la trasmissione di un messaggio più o meno recondito, la suggestiva rappresentazione della realtà.
Con “Un cuore muto”, pubblicato nel 2005 dalla casa editrice E/O, Sergio Pent - scrittore e noto critico letterario - riesce a coniugare la duplice esigenza di coinvolgere il lettore e fare buona letteratura. Pent racconta una storia complessa avvalendosi di una scrittura intensa senza abbandonarsi ai pleonasmi narcisistici di certa letteratura barocca autoreferenziale. Così come per il precedente romanzo, “Il custode del museo dei giocattoli”, in “Un cuore muto” l’autore elabora una complessa struttura narrativa valorizzata dall’ausilio di differenti piani temporali che attraversano la storia del Novecento italiano: dalle origini del cinema muto alle efferatezze del fascismo, dagli anni di piombo del post-sessantotto alle contraddizioni della società globalizzata.

In un’estate torinese dei nostri giorni, all’interno del museo del cinema di Torino, il protagonista del libro, un disilluso cinquantenne malato di nostalgica solitudine, si ritrova a fare i conti con il proprio passato durante la visione di un vecchio film del muto, “Rapiti dal destino”, nel cui cast figura un’attrice dalla bellezza sensazionale, ma che non è mai riuscita a raggiungere i fasti del successo duraturo: Norma D’Abate. Si tratta del tipico melodramma cinematografico degli anni Venti, caratterizzato da contenuti artistici di discutibile valore e scandito dall’ingenuità datata di didascalie melense. (“Il melodramma incalza sempre le righe come un feuilleton, ma senza quegli abili colpi di scena che fanno lievitare il racconto verso l’avventura e l’intrigo. Si respira l’atmosfera provinciale che anticipa con garbo le nuvolette dei fotoromanzi, i dialoghi assurdi e interminabili delle soap opera.”)
È a partire dalla visione di questa pellicola - il protagonista assiste al film in compagnia di un curioso impiegato del museo - che si dipana la storia del romanzo in un intrecciarsi di vicende che rimbalzano da uno scorcio all’altro del secolo scorso.
Nel Settantasei - il periodo storico è quello dei cosiddetti anni di piombo - il protagonista, figlio di un falegname della provincia, decide di lasciare il paese e la famiglia d’origine e di trasferirsi a Torino. Si laurea a ventitre anni in lettere moderne a indirizzo cinematografico: pronto per la graduatoria delle supplenze nelle scuole medie. Il sogno, però, è quello di diventare “sceneggiatore, quantomeno critico cinematografico.” Ma è difficile spuntarla se non si è vicini agli ambienti di Cinecittà. Così si accontenta di scrivere per una rivista amatoriale di cinema.
Conosce Valentina, una giovane attivista di sinistra (frequentatrice di Lotta continua, prima, e di un gruppo estremista, poi), di cui si innamora e con la quale inizia una relazione contrassegnata da una solida e appassionata intesa sessuale, ma spesso burrascosa a causa della diversità tra i due e, soprattutto, dei propositi rivoluzionari della ragazza . (“L’arresto nel Settantasei del leader delle Brigate Rosse sembrava aver segnato un punto a favore del governo. Ma la lotta non si era esaurita, le riunioni alle quali partecipava Valentina erano sempre più frequenti e la sua esaltazione in certi momenti raggiungeva vette addirittura isteriche. […] Avevo l’impressione che un gigantesco, occulto complotto lavorasse costantemente per negarci le antiche, semplici sicurezze della sopravvivenza quotidiana.”)
Nell’ambito della sua attività di collaboratore della rivista cinematografica il protagonista incontra Norma D’Abate, ormai anziana signora, per sottoporla a un’intervista. Qui si apre un nuovo percorso narrativo. Norma, incentivata dalla crescente confidenza nei confronti del giovane intervistatore, decide di raccontare la sua vita anche negli aspetti non strettamente legati alla carriera cinematografica e fino alla rivelazione di un terribile segreto. A seguito del racconto di Norma, e dietro invito di costei, il protagonista incontra un altro ex attore del muto: Camillo Valmorin, collega di set della D’Abate in “Rapiti dal destino” ed efferato torturatore del periodo fascista. Si tratta di un paradossale vecchio, appassionato del cartone animato Heidi, che non rinnega nulla del suo tremendo passato. Un personaggio malvagio e perverso che ha sfregiato l’esistenza di Norma coinvolgendola in una storia intrisa di dolore, violenze e soprusi (subiti e tramandati); una storia di amori traditi e di affetti estorti, che si mescola con le vicende buie dell’Italia fascista, mentre Torino perde il ruolo di capitale del cinema a vantaggio di Roma.

Se finora non è stato fatto riferimento al nome dell’io narrante del romanzo è per il semplice fatto che costui non ha nome. O, quantomeno, l’autore non ce lo rivela. Per quale motivo? Forse perché il protagonista non è mai riuscito a trovare una propria identità, intesa come senso di appartenenza a un sistema. O forse perché non è mai riuscito a misurarsi con le contraddizioni di una società che, sebbene in contesti differenti, tende a commettere gli stessi errori. Non v’è dubbio che il protagonista è pervaso da un avvilente senso di smarrimento, appesantito dal vuoto interiore. La sua sconfitta – da intendersi però come sconfitta del singolo e non di una generazione nella quale il singolo non riesce a identificarsi – è misurata dall’inadeguatezza a vivere attivamente il proprio tempo, dall’incapacità di affrontare storie (anche sentimentali) e avvenimenti (anche luttuosi e del tutto inattesi) che lo sovrastano. Così è il pessimismo fatalista ad avere la meglio e a dirigere il disordinato ritorno di memorie ed esperienze dolorose. E il protagonista non sarà altro che uno spettatore triste: tanto del film muto, quanto della propria vita. Una vita dove tutto rischia di apparire come il vano risultato di “un’eternità che svanisce ai primi calci del destino, alle prime rughe, ai peli bianchi della barba, agli occhiali da lettura, alla rincorsa inutile per salire su un treno in partenza.” Una vita dove ciò che rimane non è altro che “un ricordo sfumato, la sensazione di un vuoto sempre più incolmabile, la paura di una vecchiaia che ancora non c’è ma incombe, con la solitudine che accompagna chi non ha speso nulla del suo tempo a costruirsi compagni di viaggio per il futuro.”
Alla fine si ha la sensazione che il ruolo del vero protagonista sia giocato dal dolore confuso di una vita irrisolta. Un dolore non edulcorato dal decorso del tempo. Dopotutto “il tempo non ci aiuta a capire, ma solo a ricordare”. Forse perché, in fondo, non c’è molto da capire in una società recidiva nelle sue contraddizioni, in “un mondo che si ribella a se stesso, che mette un estintore in mano a un giovane vestito di stracci no global e una pistola in mano a un altro che indossa una divisa, e una città a ferro e fuoco, e tante parole inutili, false, irreali, a tentare di sollevare le sorti del declino morale del nostro vecchio occidente. (…) Più di vent’anni dopo si muore ancora nei cortei, senza che nulla cambi mai per nessuno, se non sei nessuno.”

Massimo Maugeri
www.letteratitudine.blog.kataweb.it


Sergio Pent è nato a Sant’Antonino in Val di Susa nel 1952. Vive a Torino. In qualità di critico letterario collabora al supplemento “ttL” del quotidiano “La Stampa”, a “L’Unità”, “Diario” e “L’Indice”.
Con il precedente romanzo, “Il custode del museo dei giocattoli” (Mondadori, 2001), ha vinto il premio “Città di penne-Mosca”, è stato finalista al premio “Alassio-un film per l’Europa” e ha partecipato allo Strega del 2001.
“Un cuore muto” si è aggiudicato l’edizione 2005 del Premio Letterario Nazionale “Paolo Volponi”.

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