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Recensione Vladimir Nabokov

Vladimir Nabokov

Disperazione

Disperazione di Vladimir Nabokov, Adelphi

Nabokov e il sosia
Proprio in un momento storico in cui quasi tutto è aleatorio, legato alle mode non sempre intelligenti del presente, in cui tutto sembra durare lo spazio di un mattino, non possiamo che restare ammirati nel constatare la vita lunga e l’attualità di certi romanzi quasi centenari, in fatto di data di nascita. E il caso vuole che questa nostra affermazione, qualche tempo fa provocata dalla scrittura della Némirovskj, si riferisca ancora una volta alla splendida letteratura russa. Molto lodevole quindi l’intento di Adelphi che va ristampando anche l’opera omnia di Nabokov (1899-1977). Conosciuto dal grande pubblico soprattutto per il celeberrimo “Lolita”, divenuto romanzo cult nel bene e nel male degli anni Cinquanta tanto puritani da portare il libro in tribunale (e ben sappiamo che questo tipo di réclame stuzzica sempre la curiosità dei lettori) l’autore raggiunse il culmine del successo, una vera consacrazione, col film di Kubrick del 1962 al quale lo scrittore stesso contribuì alla sceneggiatura con quei provocatori ed ammiccanti occhiali a cuore della locandina che gli suscitò critiche e proteste..
Al di là dl suo romanzo pruriginoso, Nabokov fu grande scrittore in tutta la sua vasta produzione, anche in quella dei suoi romanzi di più lontana scrittura come appunto questo “Disperazione” (Adelphi, pp.226, euro 18, trad. Davide Tortorella) che vanta un’origine tanto travagliata quanto poliglotta visto che fu scritto in russo a Berlino tra il luglio e il settembre del 1932; pubblicato a Parigi nel 1934 in una rivista dell’emigrazione, poi convertito in volume nel 1936 dall’editore berlinese Petropolis e quindi tradotto in inglese dallo stesso Nabokov nel medesimo anno; da ultimo riveduto ed integrato per l’edizione del 1965. A offrirci spiritosi ragguagli sulla genesi del singolare romanzo è l’autore stesso che ci rivela le somiglianze e le differenze tra Humbert – protagonista di “Lolita” – ed Hermann, personaggio principale di “Disperazione”, affermando che “si somigliano solo nel senso in cui possono somigliarsi due draghi dipinti dallo stesso artista in differenti periodi della sua vita. Sono entrambi furfanti nevrotici, eppure in Paradiso c’è un sentiero verdeggiante dove Humbert ha il permesso di passeggiare una volta l’anno al crepuscolo; mentre l’Inferno non concederà mai a Hermann la libertà sulla parola” .In effetti, questo Hermann, suo personaggio russo di matrice tedesca, dall’io ipertrofico, convinto di poter disporre della vita altrui a suo vantaggio, incurante di umiliare e addolorare chi gli passa accanto, ha caratteristiche criminali che potrebbero assimilarlo anche al Raskol’nikov di dostoevskijana memoria, ovvero all’uomo che si ritiene superiore agli altri al punto tale da poter uccidere , poiché tutto gli è consentito e permesso, proprio in grazia del suo considerarsi “al di sopra”, oltre e fuori dal gregge degli altri esseri umani. Il protagonista di “Disperazione” vive a Berlino e in un viaggio d’affari a Praga incontra un vagabondo che gli sembra essere il suo sosia, con l’aiuto di Lydia, la rosea, sciocca e innamoratissima moglie, stipulata un’ingente assicurazione sulla vita, indotto il barbone – astutamente raggirato – a uno scambio di abiti, lo fredda con un colpo di pistola. Ma un particolare insignificante un misero bastone del clochard di cui non ha tenuto conto, lo tradisce, vanificando il suo perfido piano criminale, ordito con satanica freddezza. Il tema del sosia, del “doppio”, tanto frequentato dalla letteratura russa, in Nabokov – maestro dei divertissement verbali - si colora di una pregnanza diversa, più beffarda e autoironica, quasi di presa in giro di se stesso, di sberleffo o parodia della presunzione di chi, credendosi onnipotente, perdendo di vista i parametri del reale, non sa distinguere tra il desiderato e l’attuabile. E questa è appunto la marcia in più che consente all’artista di volare oltre e al di sopra delle meschinità, sfuggendo ai limiti e alle imperfezioni del mondo, poiché l’Arte sa vivere in un pianeta diverso

Di Grazia Giordani

Di Grazia

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