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Recensione Arnaldur Indridason

Arnaldur Indridason

La sigrora in verde

Una drammatica storia colorata di giallo in clima nordico.

Chi si affeziona ai poliziotti dei thriller, ovvero a quei protagonisti “fissi” di cui non segue solo il logico lavorio del cervello, le geniali congetture al fine di scoprire il colpevole, ma ne apprezza il temperamento, quasi immedesimandosi nelle piccole manie, nei tic, nelle umane debolezze – e basterebbe citare il simpatico Maigret, uno per tutti, al fine di avvalorare quanto stiamo dicendo – non potrà non restare toccato dall’umanità di un poliziotto come Erlendur, protagonista de “La Signora in verde” (Titolo originale: Grafarpögn, Guanda, pp.271, euro14,50), uscito dalla penna di Arnaldur Indridason, nella bella traduzione italiana di Silvia Cosimini. Il nuovo romanzo dell’autore islandese - nato a Reykjavik dove ha sempre vissuto, dedicandosi a una fervida attività di scrittore, giornalista e sceneggiatore, nonché critico cinematografico per il “Morgunbladid”, la maggior testata della sua terra – ci fa respirare un’aria assolutamente nordica, creandoci associazioni di idee per luci livide e atmosfere allucinate con il clima estetico di Selma Lagerlöf , indimenticata autrice della “Saga di Gösta Berling”, vincitrice del Nobel nei lontani anni Dieci.
Sulle colline di Grafarholt, al limitare di Reykjavik, avviene un ritrovamento raccapricciante: una mano scheletrita che spunta dal terreno quasi a chiedere un disperato aiuto. Erlendur e i suoi colleghi, supportati da un a squadra di archeologi, si mettono al lavoro per il recupero dei resti. Le piste che conducono alla collina si intersecano e complicano come solo la penna di un autore di qualità sa fare, stuzzicando la nostra curiosità sempre più coinvolta. I temi sono molteplici tali da farci anche retrocedere nel tempo, tornando alla seconda guerra mondiale, con la presenza di inglesi ed americani in Islanda, per cui vi fu un consistente congtingente di militari che strinsero rapporti con gli abitanti del luogo.
Le indagini sembrerebbero insabbiarsi, quando, sulla collina del ritrovamento, nel luogo dove sorgeva una casa ed ora resta un cespuglio di ribes, comincia a comparire una misteriosa Signora in verde, malferma sulle gambe, addirittura storta ma di aspetto molto dignitoso. Attorno alla sua figura ruoterà tutta la soluzione dell’enigma che Indridason ci centellina a piccoli sorsi, senza fretta, riportandoci nei miseri bassifondi di un passato indigente e, per contrasto, in case di ricchi borghesi, facendo riaffiorare odi e soprusi sepolti, ma non dimenticati.
L’autore affida all’umanità di Erlendur, a sua volta ulcerato da gravi problemi familiari, il compito di farci immergere dentro una storia composita e drammatica, colorata di giallo a partire dall’incipit, con un continuo rimando da presente e passato, ponendo l’accento sui temi forti della solitudine individuale e sociale e soprattutto degli abusi domestici, delle violenze subite in famiglia, incorniciate dentro un’ Islanda algida e inospitale, affascinante anche per le sue luci che avrebbero incuriosito registi come Bergman o Dreyer, una terra propizia ai misteri e alle sparizioni.
Come non provare pietà per una figura femminile, personaggio importante del romanzo, vittima di inenarrabili violenze da parte dello spietato coniuge che la brutalizza al cospetto dei figli, due maschi di cui Simon, a lei disperatamente legato, e una piccola disabile, nata da una precedente relazione? Anche se il lettore comprende che la chiave del mistero si nasconde proprio in seno alle sofferenze di questa famiglia, l’abilità dell’autore sta nel distrarlo, depistarlo, facendo sì che l’epilogo sia completamente imprevedibile e nessuno o quasi sarà in grado di sospettare che la misteriosa Signora in verde sia proprio, proprio… Sì, stavamo quasi per dirlo, commettendo a nostra volta un imperdonabile delitto. Erlendur non ci avrebbe approvati, poiché in lui a prevalere è soprattutto la pietà.

Grazia Giordani

Di Grazia

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