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Recensione Roberto Amato

Roberto Amato

VIAGGI DOMESTICI


Roberto Amato è un dissimulatore. Fino a cinquant’anni è stato un poeta in incognito, vendeva scarpe al mercato di Viareggio, si perdeva in argomentazioni trascendentali con i clienti, mangiava felafel a un chiosco in passeggiata. Poi, nel 2003, è venuto fuori con un libro di poesie bellissimo, “Le cucine celesti”, e ha vinto il premio Viareggio. Perché Amato è unico nel paesaggio poetico italiano, come un albero appartato in cima a una delle nostre colline. Fosse più vicino alla città, ci sarebbe sempre pieno di gente a fare spuntini alla sua ombra, operai, ragazzi, coppiette. Invece bisogna sapere dov’è per trovarlo e allora di gente ce ne va poca. E’ un po’ quello che succede ai suoi libri, che in giro ci sono ma vanno saputi scovare, che sui quotidiani appaiono ma scompaiono subito. Eppure sono così belli da leggere, e così facili, se ancora ci fosse l’abitudine di leggere.
Naturalmente io volevo scrivere un romanzo. E, lo devo ammettere, perfino l’editore ha compreso le mie intenzioni e mi ha rinchiuso, benignamente, in una collana che non è “solo di poesia”. Così scrive Roberto nella “Nota di credito” che apre il suo nuovo libro, “L’agenzia di viaggi” (Diabasis). Credo che questa affermazione vada presa sul serio, anche se dire cosa racconti Amato non è facile. Il suo è davvero una sorta di romanzo (in versi), che però (poeticamente) non è riassumibile, riconducibile ad una trama. Eppure la spinta a narrare è sincera, si sente che Amato deve raccontare qualcosa, un’esistenza, una condizione, un cammino nel mondo. Come in un romanzo ci sono dei personaggi: l’io poetico-narrante, la moglie Ada-Adelaide, il figlio Lapo- Ireneo, la popputa vicina di casa Elsa e poi Nedo il brucatore di gerani…Insomma, c’è un ambiente, un microcosmo, delle figure che sono lontane da tanta poesia del Novecento e anche di questo Novecento Allungato che viviamo, tutta poesia chiusa su un’interiorità insondabile, oppure fatta di un linguaggio esploso, senza più referenti di realtà. Qui, invece, senza un rigoroso ordine cronologico, Amato racconta e descrive un suo universo domestico che ha accenti da commedia: Nell’udito finissimo del nonno Giardiniere/a volte si insinuavano i fantasmi/di culone fantesche/lui spengeva la luce/forse/su quelle chiappe/di purissimo spirito/allungava le mani.
Ecco un altro tratto fondamentale della poesia di Amato: l’ironia, davvero una merce rara tra i poeti italiani contemporanei. Nei confronti della poesia c’è una sorta di soggezione, una deferenza male intesa, per cui quando si scrive in versi ci si veste con la toga degli antichi, si intona la voce, ci si sforza di dire cose memorabili e profonde, come se ancora si concepisse la poesia come un momento di sacralità. Invece, nei versi di “ventofino” Amato, c’è sempre un refolo d’ironia, leggera ma costante, una corrente d’aria che circola dalle finestre e dalle porte aperte delle case che racconta. Si potrebbe dire che la sua è una poesia familiare, fatta di mogli cuciniere, zie, prozie, ave e bisavole, figli malinconici, padri inetti e tormentati dal nulla. Ma l’angoscia dell’esistenza è sublimata, il domestico si trasforma in fantastico, la prigionia casalinga in euforica cosmogonia. Il gioco degli slittamenti analogici è continuo. Si dirà che in poesia è normale procedere per somiglianze e opposizioni, che il linguaggio poetico è analogico. Ma Amato ha trovato il modo di dissimularlo, come fosse quella la norma del linguaggio. Leggendolo, ci sembra sempre di essere all’interno di un ragionamento sensato, di un racconto lucido, mentre siamo in uno sragionare amabile e perenne. Assieme alla narratività e all’ironia, è proprio questo continuo passaggio dal metaforico al letterale, dall’astratto al concreto, dal fuori al dentro a fare della poesia di Amato un vero e proprio “unicum”. La miseria del mondo viene elevata a dignità celeste, le altezze siderali vengo abbassate ad uso e consumo dei terrestri. Si prenda, ad esempio, il “Profumiere”, dove il carretto di un ambulante sale i cerchi concentrici del mercato come fosse in paradiso, e dove il paradiso è affollato di avventori come un mercato. Altrove basta anche meno, e una pioggia di stagione diventa epica come un diluvio: Piove nella cantina/i grandi macchinari/di mio padre/le frese/le cucitrici a doppio/filo/le presse ad aria/le tranciatrici dagl’immensi/volani/calano verso il basso/verso il fondo allagato/del Creato."

Alessandro Trasciatti, Il Grandevetro, n. 76, ottobre novembre 2006

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