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Recensione Josč Saramago

Josč Saramago

Tutti i nomi

Il signor Josč č un’impiegato della conservatoria generale dell'anagrafe. E grazie a questo suo ruolo, puņ avere accesso a "tutti i nomi" della vita di una persona: i nomi dei genitori, del prete che l’ha battezzata, della persona che ha sposato. Ha una strana passione: ricercare”tutti i nomi”della vita di personaggi famosi, e lo fa ovviamente servendosi dei moduli della conservatoria generale.
Il signor José č un uomo abitudinario e grigio, una figura apparentemente senza storia, senza misteri. Ha la fortuna di abitare in un piccolo appartamento adiacente alla Conservatoria, alla quale puņ accedere ogni notte, aprendo una vecchia porta, per "rubare" le informazioni private dei personaggi famosi. Č sempre un po’ rischiosa questa sua attivitą, qualcuno gią sospetta.
Un giorno, per caso, gli capita in mano il modulo di una donna sconosciuta, e decide che”deve”assolutamente trovarla.Deve trovare dove vive,deve conoscerla. E inizia a girare per la cittą, ripercorrendo le tappe della vita di questa donna per lui misteriosa: il palazzo dove č nata, la scuola che ha frequentato.
Lo stile di questo romanzo č spigoloso e quasi selvatico. La storia appare surreale, specialmente quando l’autore ci guida nel ventre della conservatoria generale, tra”tutti i nomi”dei morti, esiliati per sempre anche nella loro copia cartacea dal mondo delle copie cartacee dei vivi. Si viene comunque rapiti dalla appassionata ricerca del signor Josč; e anche quando a un certo punto verrebbe da dire “e adesso?”, Saramago dą alla storia una nuova piega e una nuova spinta.
Questo romanzo mi pare una delle opere che meglio rivelano il rapporto etica-estetica in Saramago. Vita, mondo, tempo, spazio incontrano in questo romanzo il plutonico riferente dell'Archivio in cui tutto č scritto. Il protagonista cerca ostinatamente nella geometria filata dell'archivio della Conservatoria Generale del Registro Civile, concepito come un universo di archivi o come l'universo archiviato, materializzazione del rapporto tra spazio e tempo, imbalsamati entrambi. Se per Borges l'Universo era o meritava di essere una Biblioteca, Saramago ci propone che il mondo sia la Conservatoria Generale del Registro Civile con due soggetti dominanti: Il capo e don Josč, definibile come il "probo funzionario", della stirpe dei funzionari ottocenteschi, conoscitore ormai della nausea dell'autodidatta e dell'indeterminazione di Josep K. Saramago si diletta nella ricostruzione di un romanzo di impiegati in un ufficio dall'atmosfera ottocentesca, quasi cercando la scenografia falsamente naturalistica, una scenografia sotterrata, sepolta, prekafkiana. Ed č questo uno dei maggiori successi del libro. Se nel romanzo introverso degli anni Sessanta e Settanta i protagonisti impiegavano trenta pagine a salire una scala e quaranta ad aprire una finestra, in "Tutti i nomi" don Josč ne impiega quaranta ad aprire una cartella, con l'intima soddisfazione di chi č proprietario delle vite di tutti nei loro dati pił ovvi. Il lettore si vede sottoporre all' intrigo dell'atteso disvelamento e accetta l'approssimazione fino a raggiungere la luminositą della notizia di una donna che condurrą don Josč e il lettore fuori del Registro, forse con la speranza di uscire dal labirinto. Ormai bisogna dire che se la metafora del mondo č la Conservatoria, il labirinto lo č della vita. Forse quella donna che chiama don Josč dalla sostanza stessa di un pezzo di carta ammuffito č Arianna che gli offre il filo redentore. Il labirinto interiore č separato da quello esteriore mediante la pelle, ma Valery scrisse che nell'uomo la cosa pił profonda č la pelle. Don Josč, lo stesso Saramago, pensa che noi non prendiamo decisioni, ma che sono le decisioni a prenderci. Ecco qui la prima presenza di Beckett: "Questo non č muoversi, questo č essere mosso". Nei suoi percorsi nell'intento di costruzione di una donna reale, don Josč la sta decostruendo, perché l'indagine lo porterą alla morte, all'interno dei due emisferi separati della Conservatoria dei Registri, quello dei morti e quello dei vivi. Il capo, al corrente di tutte le piccole, angosciose trasgressioni che don Josč ha dovuto tramare per attraversare il sottile muro che separa la vita dalla morte, gli propone di contemplare i due emisferi come se fossero uno solo.
In una patetica scena quasi finale, l'indagine gli consente di ascoltare la voce della donna cercata in una banale registrazione su una segreteria telefonica. Il protagonista confessa di essere rimasto senza pensieri e la voce sul nastro č il secondo apporto di Beckett, il referente de "L'ultimo nastro di Krapp". La vita č registrata, registrata soltanto, e a malapena ha un senso rispetto a tale voce.
Per questo splendido romanzo, o il lettore accetta il suo tempo lento, la sua identificazione del rapporto del tempo e dello spazio imbalsamati, o non entrerą nel labirinto e nella sua metafora.

Gianpaolo Mazza (gianpaolo.mazza@virgilio.it)


Di gianpaolo.mazza

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