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78 ragioni per cui il vostro libro non sarà mai pubblicato

Forse che no forse che sì
che pubblicheranno il vostro libro

Le statistiche parlano di italiani scarsi lettori e, per contrasto, in gran numero aspiranti scrittori. Sembrerebbe antitetica questa constatazione, se non si consolidasse in noi il divertito sospetto – avanzato a suo tempo dalla mente ironica di Indro Montanelli – per cui ogni nostrano aspirante scrittore, chiuso dentro un diabolico cerchio, tenderebbe ad essere, come un cane che si morde la coda, lettore soltanto di se stesso. Scavalcando il toscano piglio moqueur del compianto Montanelli, resta aperta la vexata quaestio per cui sia così difficile pubblicare libri in Italia, dato e non concesso che vi sia poi chi li legge.
A questo proposito, Pat Walsh ci espone le molte ragioni per cui il nostro libro potrebbe non assurgere alla gloria della stampa, affiancate al numero più esiguo di motivi per cui non è detto che si debba perdere ogni speranza, in “78 ragioni per cui il vostro libro non sarà mai pubblicato &14 motivi per cui invece potrebbe anche esserlo” (Titolo originale. Reasons why your Book may never be published &14 Reasons why it just might”, TEA, pp.230, euro 9, traduzione di Daria Restani) .
Walsh non manca certo di esperienza in materia, in quanto editor e co-fondatore della casa editrice MacAdam/Cage, anche se a noi sembra troppo pragmatico e rigidamente codificato, in perfetto stile americano, il fatto che esistano norme ferree per cui un libro verrà pubblicato e un altro verrà invece rifiutato, non potendo dimenticare che la prima parte della Recherche di Proust e che Gli Indifferenti di Moravia, non sarebbero mai apparsi nero su bianco se gli autori non avessero posto mano al loro portafoglio.
Per Walsh la questione non sta soltanto nella bontà intrinseca dell’opera, ma piuttosto nel modo di proporla, dribblando le trappole che l’aspirante scrittore dovrebbe evitare, come ad esempio quella dell’invio della prima stesura, del rifiuto di rivedere il testo o di contattare editori senza aver prima operato un’adeguata ricerca ragionata, proprio perché “esistono tre tipologie di case editrici – ci assicura l’editor autore del manualetto che stiamo consultando -: i Colossi, la stampa accademica e gli editori indipendenti. Io lavoro per una “casa editrice indipendente” o, come alcuni tenderebbero a puntualizzare, una piccola casa editrice. (Tutte le case editrici piccole sono indipendenti, ma non tutte quelle indipendenti sono piccole)”. Sincero fino al cinismo, com’è bene che sia per non creare false speranze, alimentando illusioni, il nostro editor insiste sull’opportunità di procurarsi un agente affidabile, sottolineando le amarezze della competizione e la sofferenza di un viaggio tanto irto di trabocchetti e di difficoltà. Illustrati i settantotto passi falsi che vanno da un libro non scritto, ma che avremmo in animo di scrivere, a un’ iper opinione di noi stessi, alla lusinga dei falsi complimenti, alla sciattezza lessicale, contrastata da uno stile troppo inamidato, per giungere alla falsa meta della pubblicazione di propria tasca, il nostro esperto di editoria, sparge qualche cucchiaino di miele sulle deluse speranze di chi vorrebbe vedersi pubblicato.
“Quando il vostro lavoro verrà respinto un numero di volte sufficiente, potreste persino passare dal numero di coloro che dichiarano di non dare importanza al fatto di ricevere brevi note di rifiuto a quelli che hanno fatto il callo alle telefonate di diniego. Come minimo, imparerete a farvi prendere meno dall’ansia aspettando una risposta”. Il segreto sembra stare nel lavorare sodo, nel migliorare l’approccio, nel comprendere le motivazioni della macchina industriale, nell’evitare gli errori sopra accennati e nel non perdersi d’animo, perseverando.
Walsh è simpatico sa condire di humour la sua durezza, ma a noi resta il rammarico per cui ci si debba per forza così americanizzare, mangiando hamburger, piuttosto che un bel piatto di lasagne e scrivendo libri supportati da agenti ed editor, per vederli poi decorosamente stampati.
Ma che faccia avranno mai fatto l’editore e i suoi consigliori che hanno rifiutato Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, divenuto, alla morte dell’autore, un caso letterario di risonanza mondiale?

Grazia Giordani

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