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Recensione Giancarlo Marinelli

Giancarlo Marinelli

Ti lascio il meglio di me

So bene che non ha molto senso acquistare un libro per la foto in copertina.
Ma una nuca di donna con uno chignon attorcigliato, basso e morbido, mi ha attratto come può attrarre, con curiosità, una figura che si presenta di spalle.
Che mostra solo una parte di se, lasciando all’immaginazione più pura le fattezze di un viso di cui non si sapranno mai il sorriso o la tristezza degli occhi.
Una foto così ed un titolo che è quanto di più desiderabile ed auspicabile per quando non più carne né ossa, resterà di quel che siamo solo un pensiero e forse un ricordo sbiadito.
Ti lascio il meglio di me.
Una storia in cui parla l’amore. Magistralmente raccontato con linguaggio poetico dallo scrittore. L’amore si racconta e lo fa con la voce interiore dei suoi personaggi, prendendo il via dalle strade di Praga, città “stanca” come il mondo ma, allo stesso tempo “magica” come pare essere la vita dei protagonisti che si incontrano nello scorrere della narrazione.
Un uomo, architetto famoso, Sebastiano Caleri, Giuliana sua moglie e Minerva la figlia.
Minerva, il nodo della storia. Dieci anni e pensiero sensibile da adulta. Stravolgente nelle sue pacate affermazioni “da grande”. Lei è al centro della vicenda. Quello che le accadrà sarà la partenza per questo viaggio attraverso trecentocinquantasei pagine di romanzo che si dipanano e intrecciano da Praga a Ferrara, fino a sospendersi nel luogo natio dei protagonisti della vicenda: Sant’Urbano, piccolo antico paese del padovano, posato tra lo scorrere dell’Adige e la foschia perenne del Polesine.
Inutile snocciolare una trama che va sviscerata ed analizzata, per la sua prosa. Si potrebbe amare oppure odiare. Non lascia, secondo me, spazi all’incertezza ed al “forse”.
Le impressioni, riportate durante la lettura, sono forti e contraddittorie.
Sebastiano e Minerva: “Di chi sei tu, papà?” “Tuo”.
Il rapporto intenso ed a volte quasi morboso, tra padre e figlia, con cui si apre la storia suscita stupore ed a tratti anche rabbia.
Un cuore di donna e di madre mal li sopporta e supporta. L’esclusione della figura femminile della moglie/madre ha il suo apice nella considerazione amara di Giuliana che pensa: “… tutti i mariti tornano dalle loro mogli, tornerai con i pantaloni bagnati, le ginocchia spellate, le illusioni rotte, irrite, spezzate di una giovinezza che testardamente e vanamente cercherai di avere indietro, e io non potrò far altro che scoperchiare la tua vergogna con una carezza che in quel momento mi farà sentire strana; quella stranezza tipica delle donne che a un tratto scoprono di essere diventate del proprio marito le madri.”.
Il precipitare all’improvviso in una dimensione quasi extra sensoriale, il ricordo di vicende lontane che sanno di tragedie accadute e, all’apparenza, inspiegabili, il ritrovare tra un bosco antico, le cose vere del mondo e, la folla tutta dei personaggi, ognuno di essi a suo modo speciale, si intrecciano con l’esistenza di Sebastiano e il suo grande dolore.
E tutto sembra incantarsi e il tempo è come sospeso.
“Ti lascio il meglio di me” porta il lettore nel mondo del “dolore oltre”.
Una storia in cui, ogni domanda posta, avrà alla fine una risposta.
E allora il passato abbraccerà le vicende del presente per portare finalmente luce al domani.
“Che anno è, che giorno è, questo è il tempo di vivere con te.. “
Canterà Sebastiano.
Fino a ritrovare il coraggio. Quello vero. Quello di vivere.

Di SamCàrtiss

Di SamCàrtiss

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