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Recensione Pino Roveredo

Pino Roveredo

Capriole in salita

Le capriole in salita: l'appoggio della testa sulla strada che sale, le braccia forti della giovinezza piantate sul terreno e l'entusiasmo dell'inizio nella rincorsa del corpo. Pronti, attenti e via, oplà!
La giravolta impossibile parte nello slancio sfidando l'innaturale, ma la capriola non sarà mai capriola quando la figura inciampa nell'aria stramazzando ogni volta nella delusione del suolo, le escoriazioni dell'insistere diventano cicatrici e i capitomboli quotidiani si fanno abitudini nella sfida dell'acrobazia contro la montagna.

Questo libro racconta la vita del suo autore e scorci di vite che si sono incrociate con la sue: vite chiuse in manicomio, vite ammanettate in prigione, vite segnate dalla prigionia di una bottiglia, di una siringa…
Pino nasce Giuseppe, nasce in una situazione difficile, da genitori sordomuti, in una famiglia il cui unico suono è quello un po’ triste del silenzio, quello tenero dei gesti, che però non sono sempre gesti d’amore, sono anche gesti di disperazione di un padre, che trova nell’alcol una specie di megafono in cui urlare la desolazione del silenzio, che è silenzio dell’anima prima che del corpo.
Pino cresce in collegio, senza protezione, succube della violenza dei più deboli tra gli uomini, dei guardiani crudeli della sua libertà bambina, dei vigliacchi che sono forti solo con gli inermi, con la necessità di trovare una soluzione. Obbedire o ribellarsi. Scappare o sopportare per costruirsi e costruire e non bruciarsi, ma continuare ad illuminare, nonostante tutto. Non ce la fa. Scappa, dal collegio e dalla normalità e trova conforto nella prima sigaretta, nel gioco sottile di farsi del male.
Poi arriva, come una condanna, l’alcol, vizio paterno, che non avrebbe mai creduto di ereditare. E invece era nel fondo della sua anima, nel desiderio di affondare la nave dei dispiaceri, delle delusioni, delle solitudini. Ma questa è una nave che trova appoggi ben saldi in ogni bicchiere, che ne moltiplica la portata, aumentandone il carico, facendola viaggiare a vele spiegate nei sentieri dell’anima.
E poi l’umiliazione del carcere, del manicomio per un tentato suicidio, i metodi brutali, punizioni troppo dure per chi la vita cominciava appena ad assaporarla. Eppure aveva ancora la possibilità di scegliere: cadere o tentare un’ardua salita. Ogni giorno è una scelta, ogni scelta è un passo avanti o indietro e non è mai senza conseguenze. Presto o tardi il conto arriva.
Il suo è stato salatissimo. Ha perso tutto, ma l’ha anche riconquistato. E questa è la forza che gli permette di comunicare ad ogni parola che scrive. Mentre leggevo sentivo da una parte la tentazione di cadere, forte, fortissima, quasi l’ebbrezza della caduta, quasi potessi assaporarla, gustarla, come il bicchiere che Pino beveva per non pensare, spinto da una maledetta sete, che non avrebbe mai soddisfatto perché era sete di qualcosa che solo l’amore gli avrebbe regalato. Era sete di felicità.
E così verso la fine del libro sentivo anche la forza e l’orgoglio di chi è fuori dall’inferno e ha imparato a costruire il paradiso sulla terra giorno per giorno. E si sente anche la voglia di farlo ritrovare questo paradiso.
È una lettera da Pino a Pino, un Pino che è stato e che ora non c’è più, che è cambiato, ma senza dimenticare quello che ha passato, anzi che della memoria ha fatto le basi della sua rinascita.
Un’autobiografia scritta nell’emozione e senza mezzi termini, che arriva, volenti o nolenti, al cuore e che comunque suscita emozioni forti di rimando, siano di condanna o di partecipazione. Ci si sente coinvolti a leggerlo, perché si è costretti a confrontarsi con la realtà che ogni giorno si ignora, con il vizio e il peccato, la colpa e l’espiazione che sarebbero stati senza dubbio più rapidi se avesse incontrato prima qualcuno disposto a mostragli l’importanza della volontà.
La volontà che gli è stata insegnata in una comunità di recupero, recupero della propria dignità di uomini, che sono corpo e anima insieme, che nel corpo portano i segni dell’anima ammalata quando la voglia di vivere diventa voglia di star male e si manifesta chiara, magari, nell’andatura barcollante dell’ubriaco, nel suo sguardo spento, nel disinteresse per un corpo che è una seconda bottiglia in cui travasare il contenuto di ogni altro bicchiere, bottiglia, caraffa, botte che si è in grado di trovare.
Dall’inferno si esce quando si decide che è il momento di vivere.
Perché solo da dentro può partire la rinascita, perché è dentro che si comincia a morire.

La vita non è una linea retta, nessuno sa come percorrere il tratto di strada che gli è stato assegnato e certo non pretende di farlo questo libro .
Ma ogni tanto è possibile trovare per strada qualche segnale…
Nei zig – zag più o meno tortuosi della vita non possiamo dimenticare che ci si può perdere, si può cadere…burroni enormi aspettano solo nuovi caduti…
Per entrare nel club dei disperati i requisiti non sono molti, basta arrendersi e lasciarsi scivolare…
Annegando nel desiderio di un bicchiere
Lasciandosi avvolgere dal fumo…sottile delle sigarette…più pesante di una canna…e se non si è bravi a fermare il gioco in tempo…si cede alla cocaina o al fascino della siringa…
Basta smettere di vivere cominciando a sopravvivere…
Tanto la vita fa schifo
Tanto lottare non serve
Io mi arrendo
Nessuno ti tira fuori dal tuo desiderio di non vivere
Nessuno tranne la persona che conta di più: te stesso.

Di lolilith

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