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Recensione Lisa Tucker

Lisa Tucker

C'era una volta; A giochi fatti

DUO CORBACCIO

Che il precipuo interesse del Corbaccio si concentri sul “pianeta donna”, ovvero scandagli con particolare cura l’ambito del femminile, salta agli occhi, ormai da anni, nonostante le incursioni che questa casa editrice sa fare con ottimo impegno anche nella saggistica, basterebbe citare, a questo proposito, la splendida monografia su Céline, scritta da Alméras.
Tra gli ultimi titoli, freschissimi di stampa, abbiamo notato il talento e la grazia di Lisa Tucker, col suo nuovo romanzo C’era una volta (Titolo originale Once Upon a Day, pp.331, euro 18,60, trad. Elisa Frontori). Un’autrice, la Tucker, dalla vita sui generis che – nata nel Missouri e cresciuta a zonzo nel Midwest americano, con una jazz band e lavorando come cameriera, si è laureata in letteratura inglese e ha tenuto corsi di scrittura creativa all’University of Pensylvania e ora insegna all’Università di Los Angeles. Come a dire che solo in America possono avvenire certi miracoli! Questa volta, la nostra scrittrice ci offre un movimentato dramma familiare, venato di noir, in bilico tra perdita, violenza e capacità di perdonare, dove la speranza resta il centro focale della narrazione, poiché anche se la vita può serbarci crudeltà da crepacuore, da notte fonda dei sentimenti, ogni nuova alba può regalarci consolatori fortunati incontri.
La cifra stilistica di questa scrittrice è improntata a un linguaggio moderno, parlato, che pure sa conservare una sua composta eleganza, non priva di poesia.
A giochi fatti (Titolo originale: Madre que estas en los cielos, pp. 340, euro 16,60, trad. Silvia Bogliolo), è il romanzo d’esordio del cileno Pablo Simonetti, nato in Cile in una famiglia di origine italiana. Laureatosi in ingegneria, ha deciso nel 1966, dopo varie esperienze di lavoro, di dedicarsi completamente alla letteratura. La sua opera prima è già pubblicata in quindici edizioni in tutta l’America Latina ed è stata per ben 44 settimane in classifica in Cile.
Protagonista del romanzo è Julia, una donna cilena di 77 anni – figlia di immigrati italiani – che, quando scopre di avere un cancro, sente di scrivere una storia di famiglia, partendo dalle origini. Storia privata e pubblica sembrano fondersi in un unico sentimentale abbraccio.
“Julia non solo ripercorre la vita della sua famiglia e di buona parte della storia del Cile – afferma l’autore – ma si addentra anche in alcuni temi essenziali dell’esistenza umana a me particolarmente cari. Il romanzo si apre con una frase di Julia che in qualche modo riassume il senso dell’opera, lei dice che usciamo dall’adolescenza con un’impronta, con una sorta di gesto vitale, e tutti i nostri atti successivi non sono che la metamorfosi di questo gesto”.
Una storia soprattutto di sentimenti, dunque, il testamento d’amore di una madre rivolto ai suoi figli, espresso in lingua molto raffinata, una vera lezione di vita sulla famiglia e il perdono.

Grazia Giordani.

Di Grazia

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