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Recensione Paolo Mazzocchini

Paolo Mazzocchini

L’anello che non tiene e altri racconti

Carlotta Vissani, in www.mangialibri.com:
Un professore epicureo appassionato di papirologia resta beffato e deluso dalla ricercatrice universitaria di cui si è invaghito; un predicatore atipico sconvolge i fedeli durante la messa per la notte di Natale mettendo a nudo la loro natura ipocrita e gretta; un insegnante di Filosofia patisce ancora per la passione provata per una sua ex allieva; un artista veneziano, amante delle tradizioni carnevalesche, finisce per diventare il grottesco alter ego di se stesso; una moglie tradita e frustrata considera atto d’amore l’uccisione del marito infermo; Lazzaro confessa a Maria che Cristo non è un maestro ma un impostore. A chiudere il libricino una fiaba inquietante che vede protagonista una volpe ed i suoi sogni angosciosi ed angoscianti...
Una raccolta di cinque racconti brevi legati da un sottile filo che li accomuna: la consapevolezza di una condizione di vita infelice e irrisolta in particolare che piomba come un meteorite letale sui protagonisti, spesso delusi, nostalgici e incompresi, e lo svelamento della natura beffarda dell’esistenza in generale.
Ognuno di questi scampoli narrativi è avvolto da un’aura surreale, onirica, tanto che le storie appaiono più allegoriche che realiste, quasi che ognuna di loro avesse una morale di fondo, come nelle antiche favole. Esordio narrativo per il filologo Mazzocchini che ci regala una lettura rilassata e piacevole da gustare in un paio di ore. [c. vissani]

Cinzia Ceriani, in www.kultvirtualpress.com:
Una raccolta limpida e palese. Cinque racconti snocciolati sui ritmi sconnessi e disarticolati che imbastiscono gli eventi dominanti la vita dei protagonisti. Ognuno con il proprio scherzo del destino con cui scontrarsi; tutti accomunati da un senso d’impotenza e dalla conseguente presa di coscienza di sé, dei propri limiti e del proprio essere semplici e comuni uomini.
Un libro, quello del professor Mazzocchini, docente di lingua e letteratura greca e latina, scritto con semplicità e franchezza, estrapolato dalla tipica quotidianità d’individui dediti allo studio e alla cultura, riflesso della personalità e dello stile di vita dell’autore.
Opposto, ma comunque utile ai fini della narrazione e dei messaggi che l’autore vuole comunicare, è la figura del religioso, un frate che, forse per la prima volta, si trova a dover disobbedire agli insegnamenti ricevuti durante gli anni di seminario e ammettere, nero su bianco e senza remore, la verità di ciò che è diventata la comunità cristiana, attenta al superfluo, al denaro e ai preziosi beni materiali. Una comunità, in un certo qual modo, menzognera, intenta a nascondere vizi ed ipocrisie dietro una fitta corazza di perbenismo, anche in un luogo di culto, a dimostrazione di come essa si serva di Dio per servire se stessa.
Uno stile lento ed equilibrato caratterizza i brani, all’apparenza ingenui scorci di un banale vissuto, carichi di profonde riflessioni sul significato ultimo dell’esistenza umana, dei suoi dei suoi dubbi, dei suoi valori, quelli veri, delle sue speranze e dei suoi obiettivi, in nome dei quali vale probabilmente la pena compiere delle rinunce ed accettare esili sentimentali, trasformati, negli anni, in malinconiche illusioni.
Degno di menzione è, infine, lo scritto intitolato “La morte di Lazzaro” proposto in chiave insolita attraverso un genere letterario spesso dimenticato dalla narrativa moderna, il genere teatrale.
Il soggetto è di nuovo a sfondo religioso e racchiude in sé un’accusa, un profondo dolore dell’anima, costretta a soffrire due volte, come in una sorta di pena del contrappasso, determinato da uno dei miracoli più famosi e decantati dal Vangelo.
E’ una lettura introspettiva e scrupolosa sugli effetti delle scelte umane che induce a mettere in discussione parte delle convinzioni insite nella mentalità delle persone e nel loro modo di percepire il mondo circostante. Esse vengono messe nelle condizioni di pensare e soffermare l’attenzione intorno a dei punti saldi, ad una bussola che indichi il giusto percorso da seguire. Un viaggio alla ricerca, pagina dopo pagina, tentativo dopo tentativo, del possibile parametro di equiparazione fra ciò che si desidera veramente e ciò che, invece, si è ottenuto. (C. Ceriani)

Gianfranco Franchi, in www.lankelot.eu:

Esordio narrativo di Paolo Mazzocchini, letterato classe 1955, “L’anello che non tiene” è una raccolta composta da cinque brevi racconti, un atto unico (l’umanissimo e blasfemo “La morte di Lazzaro”) e una favola metempsicotica. È un’opera dai toni elegiaci e malinconici, improntata a un equilibrio stilistico sommesso e compassato; è la trasfigurazione di una serie di sconfitte esistenziali, interiorizzate all’insegna quando d’un saggio fatalismo, quando d’un ultimo atto di volontà – naturalmente, distruttiva o autodistruttiva, come nel caso del racconto eponimo, de “Il rendez-vous mancato”, de “Atto d’amore”, de “La morte di Lazzaro”. Spiace a chi scrive non avere conoscenza diversa dalla lettura di schede o di (sintetiche) recensioni a proposito dell’attività da pamphlettista del filologo di Castelfidardo; poteva essere interessante apprezzare la distanza tra il prevedibile tono satirico di quei libelli e quello, tendenzialmente tragico a dispetto di qualche slancio pindarico, di questa opera in prosa. Contentiamoci intanto di registrare coerenza, coesione e uniformità nel registro narrativo, deliziose reminiscenze scolastiche (Lucrezio, Cicerone, Eraclito, Savonarola) disseminate con disinvoltura e senza forzare eccessivamente il tessuto del racconto, coscienza della decadenza e delle rovine dei sogni. Il lettore ideale è un collega e un coetaneo di Mazzocchini; questo libro farà la gioia di molti amareggiati e antieroici professori di provincia e non solo. (G.Franchi)

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