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IL SIGNIFICATO DELLE COSE

A.C. GRAYLING E IL SIGNIFICATO DELLE COSE

Del libro “Il significato delle cose” di A.C. Grayling, scelto da Armando Massarenti per la collana ‘ Letture di filosofia ‘ delle edizioni “Il Sole 24 ore”, mi hanno attirato subito le pagine dedicate alla tolleranza. Grayling è un filosofo inglese, professore alla University of London; scrive sul “Guardian”, sul “Financial Times”, sulla “Literary Review” e sulla “Times Literary Supplement”.Oltre che dei suoi interessi propriamente filosofici, quali la teoria della conoscenza, la metafisica, la logica, in diversi saggi si è occupato di crimini di guerra, legalizzazione delle droghe, eutanasia, secolarismo, diritti umani. Per questa sua attività di divulgatore egli è assai noto in Gran Bretagna. Il libro presenta una lunga serie di contributi ad una conversazione, come lui li chiama, “una miscellanea di pensieri stimolati dalla riflessione sugli aspetti quotidiani della condizione umana”. I temi sono riuniti in tre gruppi: vizi e virtù, tra cui moralismo, tolleranza, civiltà, dolore, morte, speranza, lealtà, colpa, amore, felicità; nemici e false credenze, quali razzismo, intemperanza, depressione, religione, peccato, fede, oscenità, povertà, capitalismo. L'ultima parte è dedicata a “cose buone e piacevoli”, come ragione, educazione, ambizione, pace, leadership, lettura, viaggi, famiglia, vecchiaia,
Parliamo della tolleranza. Il dizionario Treccani la definisce la capacità, la disposizione a tollerare, e il fatto stesso di tollerare, senza ricevere danno, qualche cosa che in sé sia o potrebbe essere spiacevole, dannosa, mal sopportata. Comunemente è ritenuta come comprensiva di ogni forma di libertà, morale, politica e sociale; essa viene identificata con il pluralismo dei valori, dei gruppi e degli interessi nella società contemporanea. Marcuse dice che, se la tolleranza indiscriminata è indispensabile nei dibattiti, nella religione e nella scienza, non può essere ammessa quando sono in gioco la pace , la libertà e la felicità dell'esistenza. K.R. Popper considera la tolleranza indispensabile sia come cammino verso la conoscenza, sia come principio etico in una società aperta e democratica. Bobbio le dà il significato di convivenza con le minoranze etniche, linguistiche e razziali che comporta il superamento dei pregiudizi. La tolleranza in tema di religione si è venuta affermando a partire dalle dispute che contrapposero le diverse parti della cristianità nei primi decenni del XVI secolo, dopo la Riforma protestante. Michel de Montaigne fu uno dei primi sostenitori della libertà di coscienza. Spinoza difese il principio di tolleranza affermando che la violenza e l'imposizione non possono promuovere la fede. Locke nella sua Epistola sulla tolleranza sostenne che essa garantisce ugualmente l'interesse religioso della Chiesa e l'interesse politico dello Stato. Il riconoscimento definitivo del principio di tolleranza venne con l'illuminismo nel sec. XVIII (celebre il “Trattato sulla tolleranza” di Voltaire) e con l'affermazione del pensiero liberale nel sec. XIX. Esso oggi fa parte della coscienza civile dei popoli, con qualche eccezione riguardante gli Stati retti dal fondamentalismo islamico.
Torniamo a Grayling. Egli introduce i suoi ragionamenti rifacendosi a John Stuart Mill che nel suo “Saggio sulla libertà” scrisse: “Gli esseri umani avranno molto da guadagnare se ciascuno tollererà che gli altri vivano come meglio credono, invece di vivere come meglio credono gli altri”. Mill poi afferma che nessuno ha il diritto di prescrivere a un altro come debba essere o come debba agire, purché nel suo essere e nel suo agire egli non danneggi gli altri. Questi, dice Grayling, sono principi centrali del liberalismo, il quale prescrive la tolleranza di concezioni e punti di vista opposti lasciando al libero gioco della democrazia la decisione su quale idea debba prevalere; però spesso succede che chi professa principi rigidi, e non ammette compromessi, finisce per zittire gli animi liberali ed imporre la propria egemonia. La tolleranza, quindi, deve proteggersi: il tollerante non deve tollerare l'intollerante; “chiunque può esporre il proprio punto di vista ma nessuno può costringere gli altri ad accettarlo”. L'intolleranza è sintomo di insicurezza e paura. I talebani che impongono il burqa alle donne e proibiscono loro di uscire di casa, di istruirsi e di lavorare temono le conseguenze della loro libertà. La tolleranza è il riconoscimento del più ampio spazio alla convivenza di posizioni diverse. Uno degli obbiettivi primari della vita civile è riuscire a tollerare noi stessi per tollerare meglio il prossimo.
Razzismo. Grayling rileva il paradosso che emerge nelle società attuali: il razzismo è una realtà, ma il concetto di razza non ha alcun fondamento biologico reale. La razza, di per sé, è un'invenzione. Linneo (Carl von Linné) già nel secolo XVIII, negò ogni base scientifica alla sua classificazione degli esseri umani in razze. Nel XIX secolo lo storico E.A.Freeman e successivamente l'antropologo culturale Ashley Montague affermarono il carattere fittizio del concetto di razza. Lo stesso Hitler era consapevole della sua inconsistenza: “So benissimo che in senso scientifico non esiste nulla che corrisponda alla razza....” Oggi l'analisi del DNA demolisce in modo radicale il concetto di razza. Le differenze fisiche sono dovute alle caratteristiche geografiche del clima e all'isolamento determinato dai grandi flussi migratori. Non vi è alcuna prova che gli uomini, distinti in gruppi per comodità classificatorie, siano differenti nella loro capacità innata di sviluppo intellettuale ed emozionale. La razza è una costruzione concettuale di carattere culturale e politico utilizzato dalle potenze europee per le loro conquiste coloniali. I frutti furono: schiavitù e oppressione. Il mondo antico fu sostanzialmente estraneo alla concezione del razzismo. Per i Greci la sprezzante denominazione di barbari non aveva connotazioni razziali. I Romani lasciarono sempre ampia autonomia alle popolazioni delle terre conquistate. La repressione contro gli Ebrei all'inizio dell'era cristiana fu causata dalla loro resistenza non da ragioni di carattere razziale. Anche le persecuzioni contro i Cristiani, mano mano che si affermava la loro egemonia religiosa, non ebbe mai coloriture razziste. Le forme di discriminazione adottate un secolo dopo l'età di Costantino dall'impero romano diedero origine ad un antisemitismo che nulla aveva a che fare con la razza. Durante l'alto medioevo le comunità ebraiche godevano di grande tolleranza e prestigio. Con le Crociate si arrivò, in Inghilterra, Francia e Spagna, alla loro espulsione, peraltro senza implicazioni razziali di sorta. A partire dal scolo XVI, con l'inizio del colonialismo europeo in Africa e in Estremo Oriente, vi furono le prime discriminazioni razziste da parte di colonizzatori nei confronti delle popolazioni indigene di colore. Non tutte le potenze coloniali praticarono un atteggiamento di superiorità sugli indigeni. Portogallo e Francia mirarono ad assimilare i nativi ai cittadini della madrepatria. La Gran Bretagna invece sui territori conquistati in America sancì la superiorità sociale dei coloni sui neri deportati dall'Africa e sugli indiani. Anche dopo la nascita degli Stati Uniti tale situazione negli Stati del Sud per i neri rimase invariata fino al 1865, anno di abolizione della schiavitù. Le discriminazioni razziali negli USA, a livello giuridico durarono fino agli anni Sessanta del secolo successivo. Come sappiamo, l'acme del razzismo di tutti i tempi si raggiunse in Germania sotto il regime nazista, che affermò e impose la superiorità della razza ariana germanica in funzione antisemita, ricorrendo alle persecuzioni e al genocidio. Nella Repubblica Sudafricana il razzismo assunse forme violente di “apartheid” con discriminazioni sancite a livello legislativo. Infine in una risoluzione dell'ONU del 1975 furono imputate ad Israele delle discriminazioni nei confronti degli arabi. Il fondatore della dottrina della superiorità della razza ariana è il francese Joseph Arthur Gobineau col suo “”Essai sur l'inegalité des races humaines” (1853). Il mito dell'arianesimo fu diffuso in Germania agli inizi del '900 dall'inglese Houston Stewart Chamberlain (“Die Grundlagen des XIX Jahrhunderts”, 1899). La dottrina fu poi rielaborata da Alfred Rosenberg nel “Mito del XX secolo” (1930).
Grayling dice che il superamento del concetto di razza non è certo agevolato dal cosiddetto “razzismo antirazzista”, come quello del Black Power e di altri movimenti, i quali hanno provocato irrigidimenti d'identità e intransigenze, contribuendo a consolidare “l'idea stessa alla radice del problema”. Il razzismo si estinguerà, aggiunge, quando il prossimo sarà valutato esclusivamente come individuo, secondo le sue irripetibili caratteristiche. Concludiamo richiamando lo spirito della dichiarazione sulla razza di Parigi del 1951, emessa presso l'Unesco, secondo cui il razzismo appartiene all'arte di sfruttare per scopi particolari un certo pregiudizio esistente che ostacola la tendenza morale dell'umanità verso l'integrazione.

Antonio Carollo

Di antoniocarollo36

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