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Recensione

Antica Civiltà Atlantica e ruolo dei Shardana-Tirreni

Premessa

Un libro contenuto dai molteplici contenuti.
Contenuto in quanto l'autore affronta un argomento vasto e complesso con spirito di sintesi. La concisione, però, non porta lo scrittore a lasciare discorsi in sospeso ma lo aiuta a toccare più temi e a spaziare a campo libero dall'antichità alla modernità, dall'archeologia alle stelle, dalla storia alla filosofia, dalla teologia alla politica e all'animo umano.

Prime impressioni

Fin dal principio questo libro mi è parso molto più di un semplice saggio di storia o archeologia. Vi è spazio per riflessioni cosmologiche, politiche, escatologiche...

Siamo soli nel cosmo? Da dove viene e cos'è la vita? Cosa c'è dopo la morte?

Questi alcuni dei quesiti che emergono nel corso della lettura.

Sempre in relazione alle prime impressioni datemi dal libro, posso dire che mi ha colpito subito la sua struttura, l'organizzazione dei contenuti e i contenuti stessi.

Se partiamo dal titolo:

Antica Civiltà Atlantica

e ruolo dei Shardana-Tirreni

possiamo aspettarci un trattato di storia. Sfogliando il libro, però, ci rendiamo conto che a precedere la trattazione vi sono sei tavole che affrontano i seguenti argomenti: lo sviluppo dell'embrione; l'architettura del soggetto vivente; il laboratorio fisico-chimico degli esseri viventi; il codice genetico; la forza dell'atomo; noi e il cosmo.

Penso sia normale chiedersi cosa abbia a che vedere tutto ciò con i Shardana.

Come vi ho detto, non credo che questo sia un semplice trattato di archeologia.

Mi sono reso conto che il passato in Verona diviene pretesto per criticare il presente.

Tornando all'architettura dell'opera, sono certo che sia stata strutturata in maniera sapiente. Vi sono ben due prefazioni (la prima bellissima), un'introduzione profonda e imperdibile, sei tavole propedeutiche seguite da 15 capitoli brevi ma densi di nozioni e spunti di riflessione, una piccola parentesi teologica (e non solo) in appendice, una postfazione, un documentario fotografico ad arricchire le parole d'immagini, una bibliografia nutrita per dar da bere agli assetati.

Contenuti

Prepotente, nella storia della Sardegna, è la presenza di luoghi comuni secondo i quali, per esempio, pare che i Sardi antichi avessero in odio il mare e vivessero di pastorizia. Francesco Verona decide di scavalcare questi stereotipi e di seguire un arduo percorso che l'ha portato a elaborare una sua personale teoria sulla storia sarda. Per capire meglio le origini della cultura isolana e la sua connessione con la civiltà Atlantica, l'autore parte dallo studio del Crizia e del Timeo di Platone, analizza a fondo Erodoto, Diodoro Siculo, Omero, Plutarco e Strabone. E lo fa in lingua originale (greco). Tralascia gli scritti latini che, a suo parere, potrebbero essere stati influenzati nei contenuti dal potere centrale che non vedeva di buon occhio la resistenza sarda.

Nell'introduzione all'opera si legge:

“[...] Ogni avvenimento che accade in un sol punto del nostro pianeta è necessariamente legato a tutto il resto come in una grande ragnatela. Se in un settore di questa grande ragnatela viene imprigionato un 'insetto' l'avvenimento si trasmette a tutto il tessuto e, quando nel reticolo si verificano degli strappi diminuisce la funzione di tutto il sistema. Se poi gli strappi sono ampie lacerazioni, l'utilità di tutto il reticolo potrebbe andare perduta per sempre [...]”.

Ha così inizio un'attenta speculazione storica, archeologica, filosofica (etc.) che ci accompagna alla scoperta dell'antica Civiltà Atlantica e di noi stessi.

Ma cosa si intende per Civiltà Atlantica?

Con questo termine l'etnologo tedesco Leo Frobenius (1873-1938), si riferì a una cultura localizzata da Gambia fino a San Paolo di Loanda, civiltà recante numerose analogie con quelle mediterranee antiche. Ma questo si scoprirà solo nell'ottavo capitolo.

Il primo capitolo si apre con alcune citazioni tratte dal Libro di Enoch (Enoch era il bisnonno di Noè per la Genesi).

Si respira immediatamente, fin dalle prime parole dell'autore, una forte tensione al mito e al mistero. Si parla di giganteschi esseri dal grande sapere e ci si domanda chi fossero. Addirittura in alcuni estratti dell'antico libro, si ha l'impressione di assistere alla prima cronaca di un rapimento alieno.

Giunge rapido il monito di Verona:

“Se qualcuno ha pensato che la Terra possa essere stata visitata in passato da esseri extraterrestri, non sorridiamo con fare di superiorità! Ricordiamoci che la teoria geocentrica è stata superata da un pezzo!”

Le parole precedenti riportano alla tavola n°6 che rappresenta la Terra come una goccia nell'oceano rispetto all'intero universo. Questo discorso ritorna ancora ma in forma diversa nel capitolo XI (La forza dell'input) in cui si discute dell'Io, dell'intelletto umano e della sua intuitività.

L'immagine dell'immensità dell'universo dovrebbe suggerire all'uomo modestia, invece si assiste troppo spesso a persone che non hanno trovato un equilibrio tra necessità di nutrirsi, propagazione della specie e intuizione. In un delirio di onnipotenza, obbedendo all'istinto di glorificazione del proprio Io, compiono delitti efferati.

Allora Verona si domanda: “Come uscire da questo stato di cose che fa l'umanità di oggi ancora primitiva?”. La risposta giunge rapida: “Non v'è altra via se non quella della conoscenza della natura e di noi stessi che di essa facciamo parte. Vi è una sola verità ed è quella scritta nel cosmo che è ordine, supremo equilibrio”.

Ho citato questi passi per dare un esempio di quanto detto in apertura: quello di Francesco Verona non è un semplice saggio di storia. Ho anche affermato che per l'autore il passato diviene pretesto per criticare il presente.

Nel capitolo XV, per esempio, si parla della politica e possiamo leggere frasi come la seguente:

“Difficilmente al governo d'una democrazia occidentale vediamo salire personaggi di grande saggezza e dirittura morale, ma i più scaltri, quelli che sanno condizionare le folle”.

E ancora...

“Affidare un dicastero qualsivoglia a un incompetente, solo perché militante in un partito politico, è come affidare la propria vita a un chirurgo mai entrato in sala operatoria”.

Ogni avvenimento è legato agli altri come in una grande ragnatela...

Apparenti divagazioni trovano radici profonde nel tema suggerito dal titolo e, pertanto, fanno parte anch'esse della storia.

Ma veniamo ora alla tesi sui Shardana.

Tra le argomentazioni proposte, Verona suggerisce che i sardi possano esser stati un popolo di navigatori. A sostegno della sua ipotesi l'autore riporta l'affermazione dello studioso Giovanni Feo, successiva alla scoperta di un complesso nuragico a El Ahwat (entroterra israeliano) che il prof. Adam Zertal attribuisce ai Shardana.

Dice G. Feo:

“Quella dei Shardana non era vaga etnia senza tratti definiti, chiusa a riccio nella sua isola, ma una vera e propria civiltà che spingeva le sue navi verso terre lontane del Mediterraneo, costruiva avamposti e teneva contatti con altri popoli, proponendosi come punta avanzata dell'assetto socio-territoriale del Mediterraneo”.

Sui Shardana si affrontano diversi temi: i nuraghi, la lingua, il credo religioso, il loro ruolo nella storia (Attivo? Passivo?), la loro scrittura. Per quanto concerne quest'ultimo punto, l'autore cita la Stele di Nora, reperto visibile al Museo Nazionale Archeologico di Cagliari. Studiosi insigni come Ferruccio Barreca, ritengono la stele Fenicia e la datano a 3000 anni fa. Francesco Verona si chiede se la stele possa essere Sarda e anteriore al periodo indicato e, come ricorderò più avanti, azzarda un'interpretazione.

Tra i vari “insetti” di questa ragnatela di eventi e concetti, non poteva mancare la religione e il suo rapporto con la scienza. Riporto una frase molto significativa:

“Si dice che la scienza sia contraria alla religione. Non è vero. [...] La differenza di opinioni fra coloro che ritengono di interpretare il volere divino senza l'uso della ragione, e del fare proprio dell'uomo, crea contrasti e odii fra i popoli. La fede è un male. La fede è contro Dio che ci ha dato la ragione”.

Conclusioni

Di Francesco Verona, come ho avuto modo di dire, ho apprezzato enormemente la capacità di sintesi e il linguaggio scorrevole e, nei limiti del possibile, svincolato da tecnicismi. Queste due componenti esaltano il carattere divulgativo dell'opera e rendono la stessa fruibile anche dai non addetti ai lavori.

All'inizio mi sono chiesto il senso delle 6 tavole, significato che forse è suggerito dalla tavola numero 1 che si riassume nell'affermazione: “L'ontogenesi è il riassunto della filogenesi”, cioè l' insieme dei processi di sviluppo di un organismo riassume l'evoluzione dei raggruppamenti sistematici animali e vegetali a partire dalle forme più primitive. Come lo stesso Verona afferma nell'estratto dell'introduzione qui proposto, “ogni avvenimento che accade in un sol punto del nostro pianeta è necessariamente legato a tutto il resto come in una grande ragnatela”. La regola non muta al mutare del sistema di riferimento spazio-temporale.

In conclusione mi sento di affermare che quello di Verona è un saggio ardito. Se pur discutibili alcune tra le idee espresse, è apprezzabile il suo essere propositivo su più fronti. Per andare contro corrente ci vuole coraggio ma occorre ancor più ardimento per proporre delle soluzioni. Così facendo, si mette a nudo la propria forma mentis, il proprio orientamento ideologico, le proprie debolezze (ma anche i propri punti di forza!).

Nel mio discorso resta una questione irrisolta. In apertura ho riportato il quesito: “Tradotta la stele di Nora?”, domanda che compare sulla quarta di copertina del trattato.

Chiaramente la risposta non la troverete qui ma nell'interessante saggio di Francesco Verona.

Vi auguro una buona lettura!

Marco Diana

Antica Civiltà Atlantica e ruolo dei Shardana-Tirreni
Francesco Verona
[P.T.M., 2007]
www.ptmeditrice.com

Di Paesedombre

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