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Recensione Scott Heim

Scott Heim

Mysterious skin

Dopo una lunga attesa, finalmente del 2006 è stato tradotto e distribuito in Italia. La reticenza che questo libro aveva nei confronti del mercato italiano forse è dovuta alla sua crudezza, al suo trattare di temi scomodi, il suo spingersi sempre troppo oltre.
La storia è quella di Neil e Brian, attorniati da una corta serie di personaggi secondari caratterizzati alla perfezione da Scott Heim, l'autore. Eric, Wendy, la madre di Neil, l'Allenatore. E tutto ruota intorno a questa figura quasi mitica, quasi eroica di un uomo che "somiglia ai bagnini, pompieri, cowboy dei Play Girl" degli anni ottanta. L'omosessualità vissuta da un bambino di nove anni che del sesso da quello che basta, figlio di una donna sregolata che, tuttavia, vede in lui l’unica certezza, l’unico punto d’appoggio in un universo maschile di traditori e uomini invisibili. Lo stupro, la pedofilia vista da Neil e vista da Brian, così diversi fra loro nel rapporto con gli altri e con l’esperienza, traumatica per l’uno, esaltante (o forse è meglio dire, caratterizzante) per l’altro. Se Neil vede nel suo rapporto perverso con l’Allenatore un’autorealizzazione, o forse semplicemente un qualcosa che lo caratterizza così come lo ha formato, Brian non vuole credere, non vuole, non sa o non può davvero ricordare cosa sia accaduto quella notte in cui gli alieni lo rapirono, queste metafore disturbanti di un pericolo segreto, che agisce nel buio, e poi svanisce.
E la figura mitica dell'allenatore aleggia sui personaggi con o senza un volto, con o senza un nome, come un'ombra erotica ed eroica, come un dubbio, come un presentimento, come qualcosa che non si riesce a capire. E infetta con quella sua aura di misticismo anche Neil che diventa, consapevole o no, il nuovo centro di questa storia. Di questa storia senza un finale. Perché non esiste un finale vero per cose così.
C’è qualcosa di estremamente perverso ed estremamente ingenuo in questo libro, qualcosa di ironico e spietato. E' un libro che non ha mezzi termini nelle spiegazioni, che non si risparmia nelle narrazioni. E' un libro senza un lieto fine, senza neppure un finale che concluda il cerchio senza fine della violenza e del cambiamento, senza romanticismi inutili, senza regole. L'autore non ci aiuta a capire, ce li mette davanti, uno per uno, come sotto una tac, scava nelle loro teste e nei loro ricordi. E alla fine ci si rende conto che quello che ha fatto non è stato un "farli parlare, farli sfogare, farli esistere". Come quando Eric si sente diluire in quel quadro di perversioni e innocenza che ha per protagonisti Neil e Brian, solo loro invasi dalla figura mitica ormai scomparsa dell'Allenatore, tutto è contorno. Tutto è un mezzo, un mezzo crudo e vero, per raccontare una storia come ne sentiremmo a decine, se potessimo scavare nella vita delle persone.
Non è un libro che giustifica la pedofilia, non esprime giudizi di valore. Forse è un libro-denuncia, ma il tutto si svolge con freddezza, con calma, con distacco. Come se occorresse vedere e capire, senza giudicare. Forse una mancanza di coraggio da parte dell’autore, o forse si tratta di estremo coraggio, di estrema scrittura, che racconta, non si lascia influenzare, culla i personaggi e li racconta, senza mezzi termini, per rendere loro giustizia, nel bene e nel male.

Di Hellionor

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