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Recensione Franco Loi

Franco Loi

Incontri con Franco Loi

La Provincia Regionale di Palermo, ha organizzato l’incontro con l’Autore Franco Loi, poeta, critico letterario e scrittore che il 22 gennaio 2006 ha incontrato la città di Palermo al centro Biotos di Via XII Gennaio 2 – Palermo.
Con il poeta, il prof. Tommaso Romano, assessore alla cultura per la Provincia di Palermo e la poetessa Franca Alaimo, importante personalità della letteratura palermitana, redattore della rivista Spiritualità e Letteratura, edita da Thule e diretta da Tommaso Romano.
Franco Loi è un personaggio delicato, capelli brizzolati, forse lunghi per un uomo nato nel 1930, occhialuto come chi non chiede alla montatura nient’altro che poter leggere e scrivere senza corrompere la moda, magro che parla con una vocina molto sapiente, leggera come una piacevole lode incantevole. Ma tutti abbiamo sentito.
Si tratta di una vita intera trascorsa a far letteratura e Franco Loi che è nato a Genova, nipote di nonna catanese (tale Ninfa Nobile), madre emiliana e padre sardo, è un poeta anomalo, perché scrive in vernacolo milanese, una koinè che lo ha consacrato al gotha della poesia, subito tradotta in italiano e stampato anche in altre lingue. Come ci spiega lui stesso, il dialetto incarna la storia del popolo. E di questa sensibilità linguistica, della icasticità insita proprio nel dialetto, il poeta ha eretto il suo tempio alla umanità, alla letteratura e alla storicità.
Di Franco Loi, si nota subito la disinvoltura di personaggio vissuto, che ha saputo fare le scelte giuste per dominare la banalità e dare un senso profondo alla vita. Una dottrina personale multiforme e polisensa dove c’è di tutto, dalla nostalgia della terra d’origine, all’impegno politico appassionato fino al mito. Quest’ultimo è un periodo antifrastico alla poesia, che sarà causa di un lungo silenzio poetico. Però, in Franco Loi covava l’ansia creativa, tant’è che dopo l’abbandono della militanza politica, la delusione dell’essere e la morte del mito sfogheranno in una attività poietica e poetica a dir poco forsennata, praticamente monomaniacale: una voce eroica che narra le gesta foriere di memoria, di sentimenti ed emozioni migliori, sottoforma di cantate, drammi, racconti e poesie. Ancora non è conosciuto, ma i contenuti affini alle cose dell’uomo sono vettori di comunicabilità molto potenti, tanto da farsi notare. Loi capisce la forza della parola dialettale, avverte il carisma ammaliante e la trascendenza del verso, ne parla come un potere ipnotico in cui confidare. Infatti, quasi chiedesse conferma, ci ricorda che da quando è mondo, i più importanti messaggi del potere sono stati scritti in versi. Tutti i libri religiosi sono stati scritti in versi. Perché la poesia è una sonorità comune, è musica e colore dell’istinto, è un ritmo interiore precodificato nell’intelletto che illumina di significato l’anima. Scrive della sua vita che non gli è passata addosso, ma che è stata testimone di cambiamenti anche radicali. Così, invece di reificarsi alitandosi allo specchio, Franco Loi ha saputo scegliere senza compromessi, ha cambiato ideologia ed ha rinunciato alla violenza, abiurando all’albagia dei dogma che promettono arcadie scivolando come un tappeto sulla ingenuità degli altri. E questo dinamismo esistenziale è l’atto di fede del poeta che echeggia fra gli itinerari delle amenità, addugliandole all’uomo comune, attore nella tradizione che ha sottomesso o esaltato la natura, ma anche capace di creare neologismi potenti, inventati, come ci ha detto, per strada.
Forse Franco Loi aveva qualcosa da dire e non sapeva come fare? Ed è diventato poeta? No. Non è così. Infatti, il nostro, è al di sopra di ogni sospetto. Un poeta che arrovella il dialetto milanese per interpretare l’esperienza di cui è spettatore. Parole che Loi invera nella potenza espressiva del verso affascinando l’intuito con la malia dell’immediatezza; termini insaporiti di tradizione, significati e figurazioni istantanee, di storia errante, di folgorazioni dell’anima e di immagini mentali che entrano immediatamente a far parte del linguaggio popolare, etimologicamente di strada. Schierandosi a spada tratta per il dialetto, la poesia di Franco Loi, è una ricerca logistica nella cronologia del popolo lombardo. Comunque, ci dice, una razza in via d’estinzione, perché il milanese si vergogna di esserlo, milanese d.o.c. Invece, Franco Loi si trasforma, abbandona le illusioni e i voli pindarici del comunismo, da genovese si naturalizza lombardo e riprende a scrivere versi. Mentre ha molto omologhi, prima di lavorare per l’ufficio stampa della Mondatori, scrive i paesaggi della natura lombarda e le storie di umanità che sembrano favole, perché le cose vere dell’uomo vero non sono soggette a trasformazioni. Si evolvono si, ma mantengono la loro dignità. Succede spesso a chi pensa: a Giuseppe Ungaretti, per esempio. A Gabriele d’Annunzio, che sarà di esempio a tutti i pensatori, compresi gli uomini politici come Wiston Churchill che stigmatizzò la necessità della coerenza e il primato delle idee con il famoso aforisma <> La verità è un bene che appartiene alla poesia e chi capisce la poesia, non ha dubbi sugli auspici della filantropia: poesia, è comunicare valori morali, è sconfiggere l’ignoranza attiva e rinunciare al nichilismo, è sconfiggere il materialismo più gretto artefatto dall’ambizione del potere. Poesia, è dire la verità in tutti i modi che appartengono all’uomo senza tradire la vita. Un esempio: nessun poeta potrebbe scrivere di una madre che annega la propia figlioletta di due mesi nel fiume! Ecco, intendo dire che la nostra specie si riconosce nell’etica che ci appartiene e che la poesia, meglio di qualsiasi altro linguaggio, è capace di rappresentarci. Poesia è fare la pace, adoprarsi per le generazioni future. Come disse Flaubert, “se l’uomo capisse la poesia, non farebbe le guerre.” Un universo a tutto tondo, contro la violenza, per fare la pace. Per seminarla. Solo i versi sono congeniali ad esprimere l’empatia con le amenità della vita. La poesia come metononio. Motivi che dittano dentro: un sintagma che lo stesso Loi ha voluto ribadire, recitando i versi di Dante che influenzano da secoli l’inconscio collettivo dei poeti e dei narratori: cosa dice Dante? Dice “Io mi sono uno”. Cioè l’affermazione di una dimensione personalissima, sensibile all’ascolto ed alla interiorizzazione dell’esperienza, tale che la verità “ditta dentro” il costrutto intelligibile, e dunque, il verso. Valori e virtù che possono affermarsi senza immodestia. Perché se “Uomo” è sinonimo di Pensiero”, l’umanità intera ha il dovere di non rinunciare al comprendonio dei sentimenti e delle emozioni, fonti di ogni pensiero che - egli afferma- diverrà realtà: Franco Loi pensa il pensiero una riserva di metempsicosi. La verità è semplice. Una semplicità che si lascia attraversare come luce, che convive insieme alle idee eccellenti. (Dico idee, perché gli argomenti virtuosi sono i più svariati. La poesia è uno dei semi della virtude!)
Il valore universale della poesia è il credo del prof. Tommaso Romano che si adopra a tempo pieno per la diffusione del pensiero e considera il suo impegno per la poesia al primo posto rispetto ad ogni incarico. Ed io, non solo gli credo, ma dobbiamo essergli riconoscenti se arricchisce di saggezza la nostra Palermo. Oh cara, Palermo. Noi di bellezza facciam progetto. Quindi, Franco Loi ci ha raccontato la sua storia personale, con l’immediatezza dei sentimenti e la chiarezza della letteratura, rispettivamente a braccio della verità e della affabulazione. Ha cominciato dalle origini quasi siciliane – la nonna Ninfa Nobile, appunto – raccontandoci della sua trasformazione da genovese di nascita a poeta lombardo. Una catarsi che farebbe inorridire tutti gli psichiatri e psicologi d’Italia che esorcizzano in nome della psichiatria il pressappochismo professionale dagli apoftegmi luciferini. Oh, quanti tappeti infedeli sulla vita di molte vittime usurpate. Perché, il fato volle che Franco Loi desse corpo alla voce inconscia che lo invasava di vena poietica. Udite, udite… Il padre, per motivi di lavoro si trasferì da Genova a Milano e il giovane Franco si trovò disorientato. Tutto era diverso dalla Liguria: la Lombardia è senza mare e dove abitavano, a quel tempo era periferia, ancora una campagna coperta dalla nebbia così fitta da non vederci a venti centimetri. Questa situazione è probabilmente la causa di una temperie inconscia che fece riaffiorare ogni tipo di ricordi, un rifiorire della memoria che il poeta ha definito “emozioni e suoni del mio passato”. Un sommovimento interiore che ne sovrastò le pulsioni emotive tanto da fargli comporre 169 poesie soltanto nel mese di settembre del 1962. Sembrava una vena creativa praticamente incontrollabile, come ci dirà lui stesso, traslata da un inconscio chiacchierone. Tuttavia, erano i tempi della militanza nella estrema sinistra, un coinvolgimento appassionato che lo allontanò dalla poesia, fino a scomparire nel 1968, quando fu completamente assorbito dal movimento studentesco. Ma quella comunista, a Milano come nel resto d’Italia, è una ideologia che covava progetti violenti e messe di lotta armata e di guerriglia cittadina dai quali Franco Loi dissentì, abiurando. Furono anni decisivi per la sua formazione perché imparò a conoscere se stesso ed il suo alter ego, che gli appariva furioso in quegli anni settanta, ovunque fosse, costringendolo a scrivere continuamente sul suo carnet di appunti. Un alter ego che recitava in milanese con tanta foga e prosperità che nel giugno del 1971 in soli venticinque giorni, scrisse una settantina di opere tra poemi, canzoni e ballate, tutte in vernacolo. Chi fra gli strizzacervelli non direbbe che è un pazzo schizofrenico, preda di fantasie paranoiche degne dei peggiori neuroni? Ancora si aggirano come baroni i rodomonti della psichiatria feudale. Ma a noi, l’ignoranza attiva non fa paura, neanche se l’altra metà del portafogli è per un quarto alla mafia e per un quarto ai giudici.

Da Futuro Eventuale di Tommaso Romano p. 66

Che follia, questi artisti

l’esperienza della psiche si fa arte
e crea il genio compreso oltre
l’incomprensione
degli ignari pavidi e “normali”

Abbiamo bisogno della follia degli artisti
per essere oltre l’apparire
più consapevoli e più liberi.

Possiamo affiatarci. Franco Loi resterà sano e capace di intendere e di volere facendo la qualità e la storia della letteratura ancora per molo tempo. Viva la poesia; Viva l’Amore verso il prossimo. Viva la bellezza della vita. Viva la voglia di vivere. Viva la perfezione della natura. Viva le idee. Viva Palermo, oh cara!
Ma dobbiamo essere soprattutto Uomini e perché no, anche artisti.

Marcello Scurria
nato a Palermo il 19-11-1956


Di marcello scurria

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