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Recensione Remo Rapino

Remo Rapino

Un cortile di parole

Remo Rapino Un cortile di parole
Remo Rapino Un cortile di parole

Remo Rapino. Risorge la prosa poetica

Curioso come possa succedere di conoscere dei bravi scrittori, quasi essi siano sorrisi piovuti dall'alto del sempreperfido Fato. Nel mio caso ho trovato questo narratore e poeta abruzzese, grande estimatore di Borges e Marquez, curiosando fra i vincitori del Premio Penne 2007, al quale avevo partecipato, ma da perdente. Infine ne ho letto l'incantevole ''Un cortile di parole'' (Carabba 2006) e mi sono detto: eccola, una vittoria autentica. Ed eccola anche, fortunatamente estranea ad ogni suggestione novimillenaristica, la storia di un muratore brasiliano appena alfabetizzato che, ad iniziare con un libro di Marquez trovato abbandonato per strada, va a costruire una biblioteca enorme (non a caso si chiama Aureliano come il Buendia marqueziano). Be', sarebbe di per sé usata e logora, la faccenda, a dirla cosí per le spicce, e porterebbe sulle spalle anche il sospetto di una buona dose di infatuazione magicorealistica, se non fosse che la scrittura di Rapino è carica di dettagli unici ed autogeni, ovvero di evidente italianità di vissuto interiore, letterario e fantastico. Vi porto per il momento queste frasi a dimostrarlo, descriventi il ''suo'' Aureliano tartagliante e sciancato: ''(...) Tutto il corpo gli balbettava e se provava a girarsi indietro non vedeva mai nessuno: era proprio l’ultimo della fila il povero Aureliano Nemésio Veloso. Del mondo scorgeva un’ombra che s’allontanava, un vai veloce, una risata crudele e niente, appena le spalle. Come starle dietro? E lo ricordava ancora, – ah se lo ricordava! – quel volo mentre sguinciava tra i volti sconosciuti della gente, che bella dritta s’affrettava a casa per la cena. Lui no, sbilenco di passo e di mente, ché dopo il botto al cantiere non era stato piú lo stesso e se la portava dentro la carne – e che no? – quella impalcatura messa su alla sciacquarosa e vivagnese, mica la scordava: uno strazio ogni volta, specie quando il giorno imbruniva e i pensieri venivano sgomitando dal cuore alla labbra e gli danzavano in tondo, allo stesso modo che i ragazzi facevano stralunare di rabbia e dolore lo scemo del paese o un vecchio cane senza piú denti.'' (p. 14).
Ebbene: riflettere fraternamente sul personaggio (uno solo, dopotutto, per oltre trecento pagine, ma ante litteram italiano e poi brasiliano, cosí allora ecumenico... il Pio Enea) e sentirlo, abbracciarlo e farlo poetare, cristallino come un verso di Ungaretti ma intimo quanto un orto montaliano, e lasciarlo parlare dei suoi pensieri e sentimenti scrivendo poeticamente il tutto, è operazione che compete ai veri scrittori, è narrazione mitologica che ci ricorda la carnale-metafisica foga degli antenati, i nostri; è darci un uomo che ne comprende mille altri con mille cani, albe, soli, sudori, dolori e piaceri, donne e figli. Tutti col proprio nome, unici e veri quanto un sogno, che sappiamo è appunto vero. È, cosí, rendere un personaggio veramente grande, seppur in gemellaggio spirituale con dei ''fratellini'' d'oltreoceano, suggeritori molto superati da penna italica. Questa, pertanto, è un'opera che presto troverete con qualche marchio importante, credetemi – se la grande editoria ancora non si è bevuta del tutto il cervello: remota ipotesi di salvezza per le patrie Lettere che non affermerei manco sotto tortura, ma che spero come si spera in una giornata soleggiata per il mattino successivo... mentre sta piovendo, certo.

Sergio Sozi

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