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Recensione Andrea Villani

Andrea Villani

Il cielo sotto

Il ritorno alle origini, a dove si è nati e si è cresciuti, è sempre una tappa indispensabile affinché attraverso il ricordo si abbia la certezza di essere vissuti e si possano gettare nuove basi per il futuro.


Andrea Villani, più conosciuto come autore di noir, ha un vincolo indissolubile con la sua terra, con quella parte della provincia di Parma che si snoda fra rilievi collinari e vera e propria pianura, vale a dire fra Salsomaggiore e il Po, un territorio fecondo punteggiato da piccoli borghi ognuno con la sua storia e la sua anima.


Ecco, l’autore con questo libro strutturato a cornice riesce a farvi sentire il respiro di una zona, lo spirito dei suoi abitanti, in una sorta di immaginario viaggio condotto, con la fidanzata, su un vecchio vespone.


Però, ha avuto nel prologo l’abilità di iniziare con un paesaggio diverso, ai tropici, proprio per acuire la differenza fra ciò che è bello solamente e ciò che ci piace perché lì sono le nostre radici.


Nel leggere queste pagine, scritte in modo semplice, immediato, viene spontaneo pensare a un grande cantore della provincia quale è stato Piero Chiara. Lo stile è indubbiamente diverso, l’ambientazione pure, ma si ritrovano elementi comuni nel descrivere luoghi e fatti con una naturalezza sconcertante, ma che avvince e lega indissolubilmente il lettore all’opera anche quando si arriva all’ultima pagina.


Ho parlato prima di una struttura a cornice, poiché in effetti si tratta di racconti uniti da un filo comune (il citato viaggio con il vespone); questa modalità di realizzazione contempla il vantaggio che ognuno dei capitoletti si chiude, come se fosse a se stante, pur restando nell’insieme legato agli altri.


Si può dire, senza timore di sbagliare, che ogni paese incontrato ha il suo racconto, magari una leggenda tramandata oralmente e che ora assurge agli onori della scrittura, oppure, in altri casi, fatti realmente accaduti, sviluppati con l’aggiunta di un po’ di fantasia.


In questo senso, sembrerebbe di conforto alla ipotesi di cui sopra un periodo che troviamo a pagina 29, laddove la fidanzata si dimostra un po’ scettica sulla veridicità di certi episodi narrati e lui risponde così:


”Voglio dire che qui comincia la terra dove il vero, quello più genuino, ce lo siamo sempre inventato.”


E si può in effetti credere a questa affermazione, leggendo la vicenda di Walter Braschi, oppure la storia paurosa di Bruno Iori.


Non si riesce però a discernere dove il vero diventa fantasia, dove l’estro creativo prevale sulla realtà in altri casi, come la vicenda, veramente splendida, dei due vecchi partigiani che partono da Fontanellato per andare a mangiare il culatello a Zibello, o anche nel ricordo di un’intervista ai figli di Giovannino Guareschi, dove l’emozione, sincera, si sovrappone ad altri eventi, si guarnisce di aneddoti.


Non mancano inoltre indovinati incisi, come quello che descrive che cos’è effettivamente la via Emilia, una chicca di prosa poetica assolutamente da non perdere.


Su tutto domina la genuina ironia di un emiliano che, riscoprendo la propria terra, vede dentro di sé, lo stesso sottile e arguto umorismo che troviamo all’imprevedibile finale del libro, quasi a voler confermare il pensiero di un grande della letteratura (Hermann Hesse), secondo il quale solo la risata immortale consente di vivere.


Per arrivare a questa conclusione, lo scrittore tedesco ha dovuto scrivere un romanzo come Il lupo della steppa, greve, sovente anche troppo.


Invece, Villani ce lo ha sciorinato come una canzone popolare, in un modo scorrevole tale che il libro si legge in un fiato.


Scusate se ho fatto questo accostamento, che potrà anche sembrare irriverente, ma altri non è che la verità. Però mi sorge un dubbio: non è che sia frutto della mia fantasia, in preda all’atmosfera di questo bellissimo libro?


Leggetelo e nulla vi sembrerà più vero di quello che inventerete.


Di Renzo.Montagnoli

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