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Recensione M. Antonietta Ferraloro

M. Antonietta Ferraloro

Almadoloris e altre storie d'amore

 

“Scrivere delle storie immaginandole come variazioni su un unico tema , l’amore disatteso, o tradito   - l’unico in fondo, destinato a sopravviverci”: questo è il soggetto al centro dei quattro racconti di  Maria Antonietta Ferraloro, Almadoloris  e altre storie d’amore.  Ma, come chi ha scritto quei racconti precisa,”assai più della  fabula  è l’orditura di ogni parolasuono  che… importa, la sua musica segreta e preziosa”.


Così il tema dell’amore   si materializza nello spazio e nel tempo, tra la Sicilia, più presente,  e   spazi meno connotati, come quelli del terzo racconto, La casa, dove la fine, sempre complessa e forse inspiegabile di un rapporto viene rivisitata secondo quel percorso a zig zag, dal presente al passato, sempre privilegiato da chi scrive.  Presenza più pervasiva  e avvertita è invece la Catania gattopardesca e sonnolenta, rassegnata e malinconica, fin dal  primo racconto,  Il Barone, dove il narratore è anche il vecchio protagonista, con la sua profonda saggezza e i suoi desideri trasgressivi. La voce narrante immediata degli altri tre racconti è il narratore onnisciente, ma per il lettore l’effetto è sempre quello di una analisi del flusso dei pensieri e della coscienza del soggetto. Si tratta  infatti  di una  scrittura del sé,  fatta di parole semplici, che  si caricano di senso per l’uso sapiente delle pause e della punteggiatura, delle maiuscole,  come delle associazioni dei suoni, dei  nomi, degli aggettivi. 


Così il fitto tessuto di  un linguaggio intenso e allusivo sa riflettere e comunicare al lettore  il pensiero della mente, la passione dei sentimenti, la presenza,  l’urgenza dirompente del corpo, forse anche naturalmente trasgressiva,  a volte oscura, ma che è sempre tutt’uno con la vita.


E l’amore è senza dubbio  il tema di Almadoloris, il bel  racconto che dà il titolo alla piccola raccolta. L’amore ha tanti volti: è cercato, schivato, subito, nelle sue affermazioni e nelle sue negazioni, è  struggente desiderio senile per il vecchio protagonista, esperienza accettata senza reazioni dalla ragazzina, esplosione di fisicità che compensa la repressione di un matrimonio senza amore  per la bella madre. Sempre protagonista il passare del tempo, un tempo “pressant”, di dimensione joyciana ,  passato che si insinua continuamente nel presente, ne diventa malinconica sottolineatura, malinconica musica di fondo.


La scrittura quindi si pone  nel tempo rimescolando continuamente presente e passato. Punteggiatura e sintassi seguono, così, con sapienti asindeti ed ellissi, i passaggi improvvisi dal presente al passato e ritorno. Fino al quarto racconto, Una giornata del signor Max,  dove per  Massimiliano Buttò, che”ha già compiuto quarantasette  anni, ma non lo ricorda neppure”, il Tempo è pensiero ossessivo, della cui prigionia  -   insieme alle ”stupide consuetudini legate al calendario degli uomini”   -  ha provato a liberarsi,  quando ha buttato l’orologio regalatogli dalla madre “in un folto cespuglio verdescuro di ortiche”. Ma il pensiero del tempo non può essere cancellato ed è  ancora il tempo che lo controlla nel suo isolamento, attraverso quei suoi sogni che egli si ostina a voler rivisitare in un faticoso, frustrante lavoro di montaggio, anche ora nella separazione dal mondo, che ha scelto  per vivere,  solo con il suo lavoro di intagliatore di legno,  deciso a  chiudere fuori   ”il giorno degli uomini  -  degli altri uomini  -che avanza impietoso. Allucinato.Frenetico.” 


Nel passato il suo amore, il desiderio struggente per Anna, della quale si sentirà “unico amico e complice, in una città straniera e ostile”,  non aveva trovato le parole né i gesti degli uomini per comunicare, ma era stato  l’origine di eccitazioni dolorose, di effusioni solitarie e disperate : aveva allora avuto il senso di vivere “tra loro come uno straniero in una terra di esilio” e aveva preso la sua decisione, era fuggito da quel  mondo, senza illusioni. Così  “anche la sua esistenza   - quella di Massimiliano Buttò  -  obbediva al palpito d’una capricciosa aritmia. D’un pericoloso disordine”.


“L’esperimento”  del distacco aveva  coinciso d’altra parte con l’incontro con Dio e  il ritrovamento, alla morte di un padre amorevole,  di “una Bibbia  un po’ squadernata”,   che era diventata  lettura quotidiana,   senza né cercare né aspettarsi risposte dal Libro dei Libri.  La vita degli altri è altrove e Massimiano  Buttò, che da  quella vita si esclude, pure nel tempo continua ad  avvertirne la presenza distante, la sfiora. Così era stato anche  per Janes Duffy,  il protagonista di Un caso increscioso, un racconto di Gente di Dublino di James Joyce.  Anche James Duffy aveva scelto  l’isolamento per  sottrarsi alle ferite della vita, per  cogliere poi il senso finale del proprio  fallimento di emarginato,   di “outcast from the life’s banquet”.   Forse quella porta sul mondo, che Massimiliano Buttò apre alla fine del racconto, è il gesto che può offrirgli una scelta : iniziare una nuova vita, oppure lasciarsi morire.


                                                                  Franca Ruggieri


 


 


 


 


 


Franca Ruggieri è ordinario di Letteratura Inglese presso l’Università Roma Tre. Ha pubblicato monografie, traduzioni e introduzioni a testi , articoli e saggi sulla cultura del Settecento e del Novecento, tra cui Walter Scott e l’Italia (1975), Le maschere dell’artista (1986), Introduzione a Joyce (1990), L’età di Johnson, (1998), Dal vittorianesimo al modernismo (2005). Dal 1995 è responsabile di Joyce studies in Italy e  dal 2007 della Piccola biblioteca joyciana.

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