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Recensione Fausta M. Rigo

Fausta M. Rigo

Pied-à-terre

Fausta M. Rigo Pied-à-terre
Fausta M. Rigo Pied-à-terre

Svenimenti.


Vertigini.


Attacchi di panico.


Sintomi di un disagio interiore, di un blocco strutturale nell’affrontare la vita.


Compriamo biglietti per esistenze complicate. Corriamo perché temiamo di perdere la nostra personale navetta verso il cimitero.


E allora, visto che è così difficile tenere i piedi ben ancorati a terra, alla realtà solida e rassicurante di tutti i giorni che quotidianamente si sfarina sotto le nostre scarpe, meglio la fuga, meglio camminare a dieci centimetri da terra. Ma è la vera soluzione?


Quando il nostro senso della realtà è compromesso, paradossalmente a salvarci sarà una subversion, una sovversione dell’ordine costituito, che è quella del gioco, del sogno, della letteratura che ad essi si apparenta.


Potrebbe essere materia da romanzo psicologico, da sociologia dei nostri tempi confusi e nevrotici. Invece è l’oggetto di un romanzo lieve e surreale, Pied-à-terre di Fausta Maria Rigo, uscito per Salani.


Tra le prove di una Madame Bovary in una versione teatrale stralunata e magica, disastri sentimentali e (auto)ironia, cani molto, troppo umani, pattini e vaschette per il ghiaccio, la storia scorre limpidamente rivelando però una sua verità psicologica esaltata anziché smentita dalle stranezze che l’attraversano.


Lo stile è agevole, dialogato – risente della lunga frequentazione del teatro da parte dell’autrice – con un che di onirico nelle metafore.


 


Parliamo con l’autrice e ci congratuliamo con lei: ci ha appena detto che il libro verrà ripubblicato.


Le abbiamo proposto di fare un giro di presentazioni anche in Sicilia e ci risponde entusiasta:


 


Sarà banale dirlo, ma la Sicilia è una terra meravigliosa anche dal punto di vista culinario. Io che sono un’appassionata di cannoli ci verrei molto volentieri… per non parlare della cassata! Spero che in occasione della ristampa si possa fare…


 


Nel romanzo la protagonista si trova coinvolta in un progetto teatrale per bambini con problemi di vario tipo. Hai avuto a che fare anche tu con questo genere di esperienze?


 


Conosco la realtà dei laboratori teatrali e dei centri terapeuti e mi interessa il gioco in quanto medium catartico per eccellenza nei bambini ma anche per gli adulti. Il teatro, per il quale ho scritto e lavorato per anni, nelle sue dinamiche conserva molto del gioco.


 


Le tue esperienze sono varie: attrice, regista, autrice teatrale… di cosa ti occupi attualmente?


 


Giornalismo in rete. “Blogosfere” è un contenitore di blog, ma non nel senso tradizionale: potrebbe essere considerato quasi una matrioska, perché contiene blog che costituiscono delle vere e proprie rubriche tematiche in cui si affrontano temi di politica e società, si parla di teatro cinema…


 


Cosa ne pensi del ruolo di Internet e dei blog nel panorama letterario attuale?


 


La rete è un mezzo molto bello, per i contatti che crea e le possibilità che offre, di ricerca, studio, aggiornamento, informazione. Internet ha un po’ ridimensionato e in alcuni casi annullato la figura del critico letterario, sostituendosi per quanto riguarda il commento e le recensioni dei testi all’autorevolezza del giornale: ha svalutato e demolito quelli che erano dei miti condivisi e riconosciuti, ma molti blog svolgono una funzione positiva di scambio e dibattito letterario.


 


Hai portato in scena i tuoi testi?


 


Preferisco dirigere testi originali ma non miei, perché la scrittura comporta un maggiore grado di coinvolgimento. Il distacco, la distinzione delle due funzioni mi giova.


 


Giornalismo, teatro… puoi parlarci del tuo “salto” alla narrativa?


 


Uno spettacolo teatrale per forza di cose è il “prodotto” di una serie di figure: autore, regista, attore… e acquisisce tutto il suo valore grazie al fruitore che gli conferisce senso. Il libro invece è nato dalla necessità di raccontare questa storia, una storia che fosse tutta mia, come uno spettacolo per me in cui ci fosse tutta me. Avevo bisogno quindi di un rapporto intimo, diretto, meno mediato tra me e la storia e questo poteva essere dato solo dalla narrativa.


 


Nel tuo romanzo quello che colpisce fin dalle prime battute è l’atmosfera di sogno, quasi surreale, che lo pervade.


 


De Chirico, e come lui tanti altri artisti, diceva che l’arte è sogno. La metafora onirica è alla base di molte opere letterarie e per quanto riguarda il rapporto artista-personaggi penso a Freud: noi che sogniamo siamo tutti i personaggi del sogno, così come l’autore è tutti i suoi personaggi, nei quali c’è un frammento di sé. La stessa cosa avviene per il gioco: il bimbo è tutti i personaggi dei suoi giochi immaginari.


 


Dimensione onirica e ludica, dunque.  


 


Dai sogni vengono le idee, soprattutto da quelli ad occhi aperti: una mente creativa utilizza il materiale surreale dei sogni e vi pesca immagini, storie.


 


La tua protagonista vive la sua singolare condizione di “sospensione”, di subversion come la chiami tu, con un misto di sorpresa, sgomento, paura…


 


Certo, il subconscio del mio personaggio è come imbracato a qualche centimetro da terra. Anche se la storia è surreale raccontata con linguaggi diversi ci sono sempre i sentimenti primari, la ricerca di affetto.


 


Una presenza divertente nel tuo libro è quella degli animali. Che rapporto hai con loro?


 


Gli animali in sé sono personaggi. Ognuno di loro ha una personalità diversa, inoltre un animale ha un rapporto immediato con la realtà, senza “fuffa” e sovrastrutture intellettualistiche come gli umani… Possiamo dire che, letteralmente, gli animali ci salvano la vita con la loro semplice presenza. Ultimamente vengono utilizzati anche a fini terapeutici: la famosa pet therapy ne è la prova. Vicino a dove vivo io c’è un centro e spesso gli animaletti scappano per il quartiere. La gente ormai c’è abituata: riacchiappa questi coniglietti e li riporta al centro… Immagino un futuro in cui i conigli, con i loro camicini bianchi, diventino i nostri medici…


 


La fantasia di Fausta è inesauribile…  Passo a chiederle di un gioco, del gioco che si rivelerà risolutivo per la nostra protagonista.


 


È un gioco infantile che si fa con lo specchio.


 


Non vi rivelo nulla per non rovinarvi la sorpresa e non scendo in particolari, ma a Fausta voglio confessare che questo gioco era uno dei miei preferiti da piccola. Lo giocavo anche con mia sorella.


Sento che Fausta è coinvolta, quasi commossa come lo sono io: leggendo il libro ho ritrovato un pezzo di me stessa, del mio passato. Cosa possiamo chiedere di più ad un libro?


 


Questa è la cosa più bella che potessi dirmi. Non sai quanti lettori, dopo aver chiuso il libro, mi hanno rivelato di aver giocato con lo specchio proprio come io ne parlo nel romanzo.


 


È vero, Fausta. Se ne parla poco, come se non si volesse rovinare, parlandone, un ricordo prezioso, intimo.


 


Concordo con te. Posso dirti che il gioco è stato la molla, l’idea centrale, il nucleo attorno al quale è nato il libro.


 


Vedo che la sovversione, la “follia” piccola o grande che sia sono i temi conduttori del libro…


 


La pazzia è una metafora: insegna a vedere di nuovo le cose, ci riporta all’essenzialità. La bambina, tramite il gioco, riporta la protagonista sulla terra. Il ritorno all’autenticità, allo sguardo dell’infanzia aiutano a guarire, perché tornare bambini vuol dire riportare se stessi al nocciolo, alla propria entità sana e integra, alla levità del tuffo che ci fa riscoprire la profondità oltre la superficie. Non è un processo semplice né indolore, perché scopre la carne viva riportata alla luce oltre la nostra dissennata quotidianità.


 


Il tono del libro è in apparenza leggero, così come lo stile, molto diretto, comunicativo, dialogato, direi quasi cinematografico, però poi rivela questa profondità inattesa, piacevolmente sorprendente.


 


Sì, il tono è frivolo, specie all’inizio. Ci sono anche diverse battute comiche, poi c’è un processo di drammatizzazione progressiva che segue il percorso di rinascita della protagonista.


 


Come scrivi? Sei metodica e lenta oppure scrivi in maniera impulsiva, di getto?


 


Vorrei essere più sistematica nella scrittura, ma impiego molto tempo perché non lo sono. Dopo una prima stesura c’è una revisione che richiede molta analisi. Ogni giorno scrivo una media di due pagine e mezza, poi lavoro di cesello e vado a limare: man mano che vado avanti rileggo quello che ho già scritto. Invidio la metodicità di un Moravia ma non fa per me!


La fase di correzione richiede più metodo ma mi rendo conto che la pagina “ispirata” ha una qualità differente rispetto a quella scritta più consapevolmente, perché ti viene dalle viscere…


 


Cosa legge Fausta Rigo?


Non mi piacciono gli scrittori che parlano male dei colleghi e dicono bene solo di scrittori morti… preferisco parlare di quelli vivi e vegeti più che ostentare la lettura di Sartre o di Stendhal… 


 


Scopro che io e Fausta abbiamo gusti letterari vicini… Quando le chiedo chi tra i contemporanei preferisca o senta più vicino al suo modo di intendere la letteratura mi parla di…


 


Melania Mazzucco: ammiro la sua cultura, la sua capacità di trovare metafore bellissime, di ricostruire ambientazioni credibili e poetiche al tempo stesso. Mi piace molto anche Veronesi: Caos calmo è un bellissimo libro, al di là delle polemiche sorte per via del film. Del resto, a quei livelli la pressione a cui è sottoposto uno scrittore è molto forte.


 


Autori o generi che senti distanti da te?


 


Non mi piace la letteratura dei “cannibali”: spesso è sciatta, fine a se stessa, fumettistica. Amo invece la scrittura di Marco Viti, autore di genere – scrive gialli – che ritengo molto valido perché la sua onestà autoriale viene captata subito, fin dalle prime pagine. Comunque in questo seguo molto Pennac: se un libro non mi piace lo mollo, lo regalo… ci sono troppi bei libri per sprecare tempo a leggere testi che non amo.


 


A cosa stai lavorando?


 


Il mio prossimo libro si intitolerà “L’ultima volta”. Racconta di una donna che torna negli Stati Uniti a trovare il padre ottantenne. “L’ultima volta” vuol dire tante cose: l’ultima volta che la figlia vedrà il padre, l’ultima volta che lo vedrà da non-madre, in quanto adotterà una bambina…


 


Noto che il rapporto padre-figlia torna, come in “Pied-à-terre”…


 


In effetti sì, perché è un nodo fondamentale. La genitorialità di oggi è differente da quella precedente: bisogna trovare una mediazione o magari la salvezza dell’incoscienza contro l’ipercoscienza e l’intellettualizzazione di tutto da una parte e l’autorità dall’altra. Chi è genitore oggi fa i conti col bisogno di ritrovare valori semplici, primari.


 


La tua esperienza di artista ti ha portata anche negli Usa, che ritroviamo sia nel romanzo che hai pubblicato che in questo che stai scrivendo. Come hai vissuto il rapporto con gli States?


 


Avevo circa 25 anni quando sono andata a vivere negli Usa. Ci ho vissuto da spaesata, come se avessi perso la mia identità italiana, specie linguisticamente, e non riuscissi ad assumere quella statunitense.


 


Però la tua scrittura – la tua lingua sicuramente – credo ne abbia risentito, perché si avverte subito che è molto cinematografica: il tuo stile è immediato, fresco…


 


Sicuramente la letteratura americana ha influenzato il mio stile, ma io mi sento e sono innanzitutto italiana. Non mi piace chi tenta di americanizzare troppo la letteratura italiana. Ammiro Ammaniti, il suo cinismo caricaturale, ma si ride a denti stretti: la letteratura deve tentare di esplorare e rappresentare la complessità dell’essere umano, deve essere un ritratto a tutto tondo, non una visione parziale e deformante.


 


La chiacchierata è stata lunga e piacevole: ho scoperto un’autrice giovane, appassionata e originale, che avrà modo di offrirci ulteriori prove del suo talento.

Di Elizabeth Bennet

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