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Recensione Luigi Meneghello

Luigi Meneghello

Libera nos a Malo

Luigi Meneghello Libera nos a Malo
Luigi Meneghello Libera nos a Malo

Nel corso della lettura mi sono chiesto più volte se questo libro può essere effettivamente classificato come romanzo (così lo definiva tuttavia l’autore), perché per alcuni aspetti è un’autobiografia, ma per altri è un saggio sociologico, oppure anche un trattato linguistico.


Ora Libera nos a Malo è tutti questi generi, senza essere totalmente uno di essi e questo forse costituisce una certa difficoltà per chi si appresta a leggerlo e che abituato al romanzo, con una trama ben definita, resta all’inizio un po’ disorientato, ma poi, entrato nello spirito dell’opera, permeata da una sottile autoironia, finisce inevitabilmente con l’apprezzare, per comprendere il vero scopo di questo lavoro. Meneghello, in buona sostanza, non ha fatto altro che raffrontare due epoche, dalle differenze profonde, vissute in un microcosmo costituito dal paese; e questo senza cercare di dimostrare che l’una è meglio dell’altra, ma unicamente per far emergere il contrasto fra una visione del mondo di quando era bambino e quella ampiamente disincantata dell’adulto,  in un ricordo, a tratti anche commosso, altre volte esilarante, che finisce con il rappresentare la coscienza storica della propria esistenza.


Il filo conduttore è la vita dello scrittore vicentino in un piccolo paese, Malo, con tutti gli aspetti dei rapporti sociali intercorrenti fra i suoi abitanti alla luce degli istituti e dei comportamenti di una comunità. Così troviamo l’aulica retorica del fascismo, con tanto fumo e niente arrosto, la storia della famiglia Meneghello, il mondo scolastico, i giochi dell’epoca, i primi turbamenti sessuali, amorazzi vari, corna a profusione, e, tipica del Veneto, quella dipendenza dalla religione così come espressa dalla Chiesa più che da una spiritualità uniformata all’insegnamento cristiano.


Ho scritto sopra dell’ironia presente nella scrittura di Meneghello, ironia che troviamo subito nel titolo, un gioco con le parole finali del Padre Nostro in latino e con il nome del suo paese.


Ma Libera nos a Malo è per certi aspetti anche un trattato linguistico, perché il dialetto locale ritrova una sua dignità, con tanto di dissertazione in cui gli si attribuisce il concetto di prima e vera lingua - in quanto parlata dalla nascita - rispetto a quella ufficiale, a quell’italiano frutto di costruzioni che non possono avere la spontaneità del volgare.


Non posso che dargli ragione, soprattutto quando ricorre al dialetto non con intere frasi, ma con una, massimo due parole che esprimono in modo assolutamente diretto il concetto.


Insomma, accanto a una cultura ufficiale fatta di testi ponderati, c’è quella grande tradizione di una cultura popolare  basata su storie o dissertazioni pressoché totalmente orali.


E’ la riscoperta della valenza della tradizione, di quel perpetuarsi della storia grazie al quale è possibile sapere  chi siamo poiché conosciamo da dove siamo venuti.


Quindi, Libera nos a Malo ha più di un pregio, mantenendo a distanza di anni (è stato pubblicato per la prima volta nel 1963) un’attualità che sorprende, ma non più di tanto, qualora si abbia a mente che lo scopo principale è stato senz’altro la conservazione della memoria, quel sottile filo logico che lega due epoche anche così differenti, ma che permette di comprendere i motivi di questa diversità, consentendo perfino di guardare in avanti, verso il futuro, consapevoli di ciò che siamo.


Mi pare ovvio che la lettura sia più che raccomandata.   


 

Di Renzo.Montagnoli

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