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Recensione Fabio Barcellandi

Fabio Barcellandi

Nero, l'inchiostro

Penso che l’evento più saliente della vita, quello che volutamente ci scordiamo, sia la sua fine, cioè la morte.


Ora parlare di un tema così delicato, al punto che la mente umana lo accantona per poi riprenderlo in occasione di decessi altrui o in prossimità del proprio, non è certo cosa facile, quasi da scongiuri verrebbe da dire se si volesse ironizzare volando bassi.


Invece l’argomento ha la sua dignità e la sua logica, tanto che in altri autori, scrittori o poeti, assurge a protagonista.


Fabio Barcellandi, in questa sua seconda silloge, si propone come antagonista in un dialogo con la signora dal nero mantello, a diversi livelli di discussione, ma penso con un’unica finalità, quella di esorcizzarla.


Il tema ricorre anche quando apparentemente il percorso è diverso (io sono/un fiore/d’esser colto/in attesa di/ morir/fra le tue mani); si potrebbe pensare a versi rivolti a un’amata fanciulla, ma non è così, perché invece è un abbandono totale all’ultimo passo, quasi un invito alla dolcezza dell’atto stesso con cui finisce la vita terrena.


A scanso d’equivoci, c’è addirittura una lirica dedicata alla morte (Morte), curiosamente contraddistinta da versi costituiti da una sola parola, quasi un sillabare devoto a chi è più forte di noi.


 Per non parlare poi di La Morte, assai riuscita nella sua completa essenzialità (canto/d’amore/per la vita/ché tutta per sé la vuole). L’antitesi è fra il positivo (la vita) e il polo opposto che è la morte, una belva sempre vincente nella tenzone.


Ma poi ricompare il pessimismo che comporta inevitabilmente  il parlare di qualcosa di certo e definitivo come una dipartita e allora i versi si tingono di malinconia, di una rassegnazione pacata propria di chi sa che a nulla serve opporsi (Ho paura / So già che morirò / il giorno in cui accetterò di voler vivere /…per sempre! / E ciononostante ho paura.)


Si scopre, però, l’arcano di questa consapevolezza meditata nei versi che si susseguono, volti a lenire il fato, e nella speranza che esista un dopo. Del resto, in tutte le religioni la finalità è di provvedere a una vita, se pur diversa, dopo che quella che ci siamo portati appresso per tanti anni se n’è andata (da Resurrezione - …./ non la fine dunque ma l’inizio / sì).


Eppure, il tema della rassegnazione è come un refrain, e lo troviamo anche nella bella I vecchi. Forse di fronte all’unica certezza che a un certo punto la vita finisce, il timore che poi ci sia solo il vuoto si riflette nella consapevolezza della nostra caducità, in questa impossibile lotta da cui già sappiamo che usciremo sconfitti. La malinconia non è tristezza, non è dolore, ma è il trovarsi bambini separati dalla mamma senza possibilità di ritrovarla, è il riconoscersi deboli quando spesso ci siamo atteggiati a forti senza esserlo.


E la conclusione, l’ultima poesia è dedicata all’antitesi, alla vita (un grido / fino a perder / la voce / a diventare assordante / …così / assoluto silenzio), ma finisce con l’essere l’ennesimo tributo alla morte, in questa esistenza che per sempre si spegne.


Da leggere, senza lasciarsi impressionare, ma riflettendo affinché ci si renda conto di quanto ogni vita meriti, sempre, di essere vissuta.


 

Di Renzo.Montagnoli

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