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Recensione Fabrizio Manini

Fabrizio Manini

Grigie distese

Fabrizio Manini Grigie distese
Fabrizio Manini Grigie distese

Non so se succede anche a voi, ma a me capita sempre così.


Prendo in mano una silloge e comincio a leggere; all’inizio trovo sempre un po’ di difficoltà, una sorta di atteggiamento di cauto approccio che, per fortuna, viene superato con un semplice ragionamento, che consiste poi in un atto di umiltà, quasi una sottomissione al messaggio del poeta di turno.


Per comprendere e apprezzare la poesia si deve necessariamente avere la massima disponibilità ad ascoltare quanto l’autore ci dice.


La stessa cosa è accaduta con Grigie distese e, lirica dopo lirica (in totale sono 101), sono arrivato alla fine con la piena consapevolezza di aver letto un’opera di notevole gradimento. Di norma, in questi casi, esce spontaneo un aggettivo, che può essere bella, magnifica, stupenda, ma che in questo caso è stato il frutto di un nuovo conio, e così mi è sfuggito dalle labbra un’intensa, quasi a voler qualificare, più che la soddisfazione, l’intera sua costruzione. Preciso che intensa è stato il primo della serie, perché poi è seguito un mirabile e infine un realistica.


Subito dopo, scatta l’inevitabile domanda: perché?


Questa volta, complice il caldo afoso, che rallenta i riflessi e impigrisce la mente, prima di rispondere con le mie considerazioni a questo quesito di rito, quasi inavvertitamente ho incautamente letto, cosa che invece di solito faccio solo dopo aver scritto la recensione, l’introduzione di Taylor Grant Hawkes, poeta e saggista americano.


Ebbene, queste poche righe sono state scritte in modo talmente esauriente che ho finito con il pormi  un’altra domanda: che scriverò ora?


Per farla breve, ho deciso, nella circostanza, di mutare completamente il mio modus operandi e dopo questa premessa, forse un po’ lunga, anche barbosa, ma a mio avviso indispensabile, di seguito potrete leggere la mia recensione.


La noia, non quella che ci prende ogni tanto, quando siamo insoddisfatti temporaneamente della nostra esistenza, è alla base di questa silloge.


E’ una noia che trova origine in un contesto esistenziale:



Anche oggi/chiude gli occhi/chi non trova posto/nel tacito patto/di esistenza/fra il milite ignoto/e la trincea del nulla.  (NOIA I).



Del resto già il titolo dell’intera raccolta è di per sé esplicativo. Fra tutti i colori quello più opprimente è il grigio, un colore non colore, una massa uniforme che ci isola dagli altri e che separa noi dalla realtà, come una nebbia persistente. Se poi aggiungiamo una distesa di questo colore, possiamo comprendere come l’isolamento sia totale, come profondo e insanabile sia il senso di solitudine di chi riesce a vedere oltre le immagini, a differenza di chi opera sulle apparenze.


E’ un rifiuto insanabile di fare parte di qualche cosa in cui non si crede, è una lenta presa di coscienza di ciò che si è, di quello che non si è e di nient’altro.



A un eroe inutile/è concessa solo/ la forza di odiare/i giorni che si ripetono (da Noia LXXXIII).


 In un trauma interno, in un conflitto fra la comprensione del proprio stato e il ripudio della possibilità di essere parte del mondo omologandosi, scaturisce un’ emozione catartica quale l’odio.


E’ il passo indispensabile nell’enfasi cosciente della sensazione, ossessiva, del tempo che scorre per giungere a un lucido stato di pazzia,  con cui si finisce con l’accettare quel destino, quel fardello che altri portano senza sapere.


La silloge termina con una lirica stupenda, un omaggio di un essere rassegnato alla nemica, ma in fondo amica, perché propria del suo sentire: sempre, eternamente la noia.


E così, con la Ballata della noia, si conclude un’opera non solo di elevato livello stilistico, ma di pregnante, rilevante analisi psico-filosofica, dove le risultanze dell’introspezione diventano una visione più generale della vita, di quello che gli altri sono incapaci di avvertire.

Di Renzo.Montagnoli

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