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Recensione Valentino Rocchi

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L'eredità di Venanzio

Valentino Rocchi L'eredità di Venanzio
Valentino Rocchi L'eredità di Venanzio

In un mercato in cui diversi best seller risultano essere opere di modesto valore stupisce non poco che un libro come L’eredità di Venanzio non possa avere il giusto riconoscimento che gli spetta.


Non ci troviamo di fronte alla storiellina facile da mordi e fuggi e nemmeno a vicende che non hanno né capo né coda, ma a una scrittura in grado di attrarre la quasi totalità dei lettori, accompagnata da un’ elevata indiscutibile qualità.


Ora, riuscire a conciliare l’aspetto della commerciabilità con la presenza di un notevole merito letterario non è da tutti, anzi è di pochi e Valentino Rocchi rientra fra questi.


Per il suo ultimo libro, La Magìa del Fuoco, avevo scritto che non era un capolavoro, anche se vi si avvicinava molto; per questo posso tranquillamente affermare che si tratta di un’opera di rara bellezza, una delle migliori di questi ultimi anni.


Il romanzo è la storia di una famiglia agiata, proprietaria terriera, il cui capostipite, Venanzio è indiretto protagonista, in quanto già morto da tempo; inoltre vi sono il figlio Guglielmo che lentamente va perdendo il vasto patrimonio paterno, la moglie Cecilia, in depressione per le continue scappatelle del marito, e i figli della coppia, Federico, studioso d’arte e innamorato di una bellissima ragazza ebrea,  e Giovanna, Suor Fedele da quando ha preso i voti.


L’epoca è immediatamente antecedente la seconda guerra mondiale e la campagna, descritta splendidamente, è quella intorno a Urbino.


La vicenda è piuttosto complessa e anche per non toglier nulla al piacere del lettore ne parlerò a sprazzi, in occasione delle mie considerazioni sull’opera.


Già nelle prime pagine la descrizione del mercato bovino di Urbino sembra una serie di quadri di pittori realisti, anche se Rocchi non ama indugiare eccessivamente, anzi usa pochi colpi di pennello per definire le caratteristiche dei personaggi, lasciando poi alla fantasia del lettore il piacere di immaginarli secondo il suo gusto.


Dunque lo stile non è mai ridondante, preciso sì, ma senza essere pignolo, insomma una prosa scorrevole che agevola non poco la lettura.


Ci sono pagine che senz’altro sono più belle di altre, come per esempio la riappacificazione, durante un viaggio, dei coniugi Guglielmo e Cecilia, un vero tocco di classe, con un riavvicinamento che mostra le pudiche titubanze per i rispettivi torti e, se non ritorna l’amore, l’affetto reciproco sboccia poco a poco.


Un altro pezzo indimenticabile è la visita sempre dei due coniugi al padre della fidanzata del figlio Federico. Siamo in epoca di leggi razziali e l’uomo è un ebreo. Il passaggio dal preconcetto iniziale della cattolica Cecilia al rispetto per un individuo di un’altra razza e di un’altra religione è quanto di più bello e delicato che abbia mai avuto modo di leggere.


Del resto, avevo già accennato alla straordinaria sensibilità di questo autore in occasione della recensione della Magìa del Fuoco, sensibilità che gli permette di far cogliere al lettore le sottili venature dei sentimenti, ciò che normalmente non è mostrabile con atti concreti, ma resta nell’intimo dell’individuo.


La prima parte del libro finisce nel corso della guerra con Guglielmo e Cecilia sfollati, mandati via dalla loro avita dimora per necessità belliche.


In verità c’è anche un certo accenno a una vicenda di scomparsa di un individuo, in cui entrano anche i mezzadri di Guglielmo, i Gaglioff, soprannome che la dice lunga, ma sembra inserito quasi come un inciso, tanto che ultimata la prima parte, già di per sé sufficiente a qualificare l’opera, la si dimentica. Ma con la seconda e ultima parte, ambientata alla fine dello scorso secolo, questa misteriosa vicenda ritorna ad essere una sorta di sottofondo a pagine che con il genere giallo non hanno a che fare; l’espediente, tuttavia, permette di riallacciare le epoche (c’è un salto temporale di oltre cinquant’anni), oltre a non far perdere il filo del discorso e  a mantenere viva l’attenzione del lettore.


Fino a ora non ho parlato dell’eredità di questo Venanzio, lascito che si materializzerà nelle ultime pagine con una soluzione del tutto imprevedibile, anche se logica, e che vede Federico, ormai vecchio, ritornare in possesso dell’antica casa padronale che i Gaglioff, con denaro di dubbia provenienza, avevano acquistato.


Non voglio dirvi altro, perché i colpi di scena si susseguono con una logica incontrovertibile.


Concludo con l’invito a leggere questo romanzo, che convince ed emoziona, e, soprattutto, radica nell’animo.


 

Di Renzo.Montagnoli

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