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Nuvoletta e l'orto stregato di Zuccalà

«Cambiato il nome, questa favola è la tua», scriveva Orazio. È “tua” non certo nel significato letterale del termine. Non ne siamo diventati di colpo gli autori per qualche sorta di miracolo, ma qualcosa è successo […] (dalla prefazione di Lia Levi). Le favole, tutte le favole, raccontano qualcosa di noi, del nostro passato, della nostra infanzia mitica e oscura, delle nostre paure latenti, dei nostri sogni e desideri. Psicanalisti come Carl Gustav Jung e Bruno Bettelheim hanno sviscerato i sensi nascosti di favole e fiabe della tradizione svelandone i significati che rimandano alla sfera del rimosso, dell’inconscio. Propp invece, con la sua “Morfologia della fiaba” ha individuato figure e schemi ricorrenti nelle fiabe, nelle favole e in tutte le narrazioni in genere, fornendone un’interpretazione strutturalista. L’essere umano è homo fabulans, essere che racconta e che ama sentir raccontare storie, e il bambino lo è al massimo grado. I bambini inventano e si raccontano storie, amano ascoltare l’adulto che racconta, per dare forma a pulsioni e sentimenti, per sciogliere i nodi della loro psiche in formazione: fanno propri i pensieri e le azioni dei protagonisti secondo il ben noto meccanismo dell’identificazione e dopo l’ascolto non sono più gli stessi, perché ne hanno introiettato il senso profondo. Tra i maggiori autori di storie per bambini in Italia ricordiamo Roberto Piumini e Bianca Pitzorno. A Siracusa vive e scrive Annamaria Piccione, che ha tra l’altro reinterpretato momenti e figure della storia della nostra città proprio per i bambini. Diversi autori “per adulti” spesso si cimentano in storie dedicate ai più piccoli: pensiamo a Susanna Tamaro, a Francesco Costa, a Lia Levi… Quest’ultima ha scritto la prefazione a questa deliziosa fiaba di Lia Sellitto, “Nuvoletta e l’orto stregato di Zuccalà”, illustrato dai disegni di Bianca Pacilio e pubblicato da Mephite. Nuvoletta è una bambina curiosa e timorosa insieme. Ama le zucche e vi disegna sopra occhi naso e bocca, poi lo dimentica e ne ha paura. È come tutti i bambini, affascinati e intimoriti insieme dal mistero, dalla fantasia, dalla vita. Specie se i grandi fanno la loro parte: una mamma, in particolare, che non comprende la particolare sensibilità della figlia e si diverte a prenderla in giro inventando un’oscura fola sulle sue origini… Il libro centra con garbo sensibile molte delle emozioni che si ritrovano a vivere i bambini coetanei della protagonista: paure di abbandono, le ansie e le incertezze sulla propria identità ancora in costruzione… e l’autrice, psicoterapeuta e docente di Counselling SIPI-Scuola (Società di Psicoterapia Integrata), non solo si rivela competente ma dimostra anche un autentico talento di scrittrice nel tratteggiare le figure di Nuvoletta, della nonna Corallina, del fratellino rosolino, di mamma Adalgisa e della zingara, che imprimerà una vera e propria svolta nell’esistenza della bambina. Rivolgiamo qualche domanda a Lia Sellitto. Quale è stata l’idea di partenza che ti ha spinto a scrivere questa storia? Sei partita dalla “fabula” o l’hai “costruita” sul concetto che volevi esprimere? Prima viene il racconto. Il tema, che è quello della vicinanza, si scopre dopo. Questa fiaba è incentrata su un bisogno, un’esigenza: quella di costruire la propria identità e darle dei contenuti. Nuvoletta vive la confusione tipica dei bambini della sua età. Sconta inoltre la sua diversità – crea un mondo d’invenzione fatto di zucche perché le relazioni che vive sono poco empatiche: vedi il fratello genitoriale o la mamma, anaffettiva e giudicante – con delle paure ingiustificate che l’altro non contiene. Quando questo accade, quando la paura viene negata e non se ne fa veramente esperienza, il bambino crea dei mostri, proprio come fa Nuvoletta con le zucche. Qual è stata la prima immagine, il nucleo da cui hai iniziato a procedere? La casa di pietra dei miei nonni in paese, nella Valle Caudina. Esattamente a Cervinara, in provincia di Avellino. Quando si inizia a ricordare il meccanismo è quello della madeleine di Proust: i ricordi sono come album di fotografie che man mano vengono fuori e, almeno per qualche mi riguarda, sono legati alle persone. A cosa stai lavorando attualmente? Prossimamente, forse a Natale, dovrebbe uscire un’altra delle mie storie, sempre per Mephite, visto che c’è una sorellanza, una contiguità tra le due storie. Il prossimo libro parla di un ragazzo che riesce a cogliere ciò che gli adulti non possono o non vogliono cogliere. Disegna, sogna, costruisce, immagina… Il tema è quello della distanza. Distanza giusta, a metà fra il troppo vicino (l’oppressione, l’eccessiva fusione, la simbiosi che impediscono la differenziazione e diventano prigionia) e il troppo lontano (il distacco eccessivo). Questa nuova storia fa quindi un po’ da pendant al primo libro e avrà come quello i disegni di Bianca Pacilio. Si intitolerà “Il ragazzo che sognava gli aquiloni”. E l’ho ideato prima di Hosseini, giuro… Ho notato che anche con la storia di Nuvoletta hai in un certo senso anticipato un tema che invece si sta rivelando molto attuale: la figura della zingara mi ha fatto immediatamente pensare alle discriminazioni e alle tensioni razziali che riguardano i rom… In effetti gli zingari sono uno spauracchio molto antico: rappresentano l’elemento di turbamento. Il contrasto fra Adalgisa e la zingara rispecchia l’opposizione tra madre e matrigna, che spesso attraversa la stessa percezione che i bambini hanno della figura materna: qui è la nonna ad essere ablativa, accogliente, mentre Nuvoletta gioca da sola perché risente del rapporto problematico con la madre. Puoi parlarci delle presentazioni del tuo libro? L’ho presentato in occasione della Settimana della cultura, in occasione del progetto Biblioteche aperte, ad Avellino, a Loreto, nella Biblioteca nazionale di Montevergine… ed anche nell’ambito del convegno sul piacere di leggere organizzato per festeggiare i dieci anni del giornalino scolastico “Libera-mente”. Quale riscontro hai avuto? Ne sei soddisfatta? Sono felice di presentare il libro in pubblico, specie ai bambini, che a volte ti pongono domande che ti fanno riflettere. Ad esempio, mi è stato chiesto il perché Nuvoletta sia nata in un giorno di nebbia. Il nome della bambina viene scelto, tra l’altro, dal padre Màttio, un uomo dalla fantasia fervida, mediatore del meraviglioso. Con lui la fiaba irrompe nella vita della bambina. Adalgisa, la madre, già dal nome evoca, almeno per me, distanza e una certa durezza. Per tornare alla nebbia, potrebbe far pensare alla separazione, all’allontanamento, mentre invece – e devo ringraziare l’insight di una segretaria della scuola – può rappresentare un elemento di contenimento: è come se fosse un’ovatta protettiva. Di cosa ti occupi? Come psicoterapeuta e counsellor della SIPI-Scuola mi occupo della formazione di docenti e genitori. Il mio compito è lavorare sulla relazione, per far crescere la consapevolezza della responsabilità e del ruolo educativo degli operatori della scuola e dei genitori nei confronti dei ragazzi. Cosa ne pensi dei recenti interventi del governo sulla scuola? Ad esempio, per quanto riguarda la questione dei moduli, la presenza di tre insegnanti su due classi costituisce un arricchimento per il bambino, che ha maggiori possibilità di accrescere e sviluppare le proprie capacità e competenze. Trovo inoltre sbagliato adottare modelli economici per capire e risolvere problemi pedagogici.


Maria Lucia Riccioli


Lia Sellitto, Nuvoletta e l’orto stregato di Zuccalà, presentazione di Lia Levi, disegni di Bianca Pacilio, Mephite, Atripalda (AV) 2007.

Di Elizabeth Bennet

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