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Recensione Luciano Bianciardi

Luciano Bianciardi

La vita agra

Luciano Bianciardi La vita agra
Luciano Bianciardi La vita agra

Questo romanzo, in larga parte autobiografico, si sarebbe potuto anche intitolare Missione impossibile e il perché lo comprenderete con le righe che seguono.


La vicenda prende origine dal disastro minerario di Ribolla nel 1954, in cui perirono 43 minatori, per negligenza, ma soprattutto per calcoli di economia del padronato in cui il valore di una vita umana non rientrava minimamente.


E’ così che il protagonista, nel desiderio di vendicare quegli innocenti, da buon anarchico vuole colpire il simbolo del potere che si annida in un palazzone di Milano, il torracchione, da far saltare con una giusta combinazione di aria e metano, proprio come era avvenuto per lo scoppio di grisù in miniera.


Il proposito è ardito, la volontà è salda, ma la grande città è un mostro che piano piano ingloba, appiattisce, distrugge la vita e gli ideali.


Nemmeno il desiderio di coinvolgere i suoi cittadini schiavi in un moto di ribellione (bellissima la descrizione delle partenze degli operai alla sera dalla stazione Centrale di Milano) può trovare sbocco, perché in quei sudditi l’appiattimento si è trasformato in apatia e l’abitudine in rassegnazione, anzi è gente che crede di poter convivere con il mostro che li asservisce.


E’ un’umanità impersonale, quasi i suoi componenti non avessero il volto, oppure questo è sistematicamente eguale fra le donne, una sorta di automi inaciditi e invecchiati prima del tempo, a cui al massimo è concessa la facoltà di far le scarpe agli altri, in una modesta carriera che assomiglia a uno scontro quotidiano. Solo una appare non inglobata, quella Anna di cui lui, già sposato con Mara rimasta al paese con il pargolo, si innamora perdutamente, per reazione e perché tanta è la differenza rispetto alle altre.


In concomitanza con la conoscenza di questa compagna di vita iniziano le pagine più autenticamente rivoluzionarie con una visione libera totalmente della vita sessuale, con un richiamo forte a un amore fisico secondo natura, scevro dall’ossessiva pubblicità che sembra dare e invece toglie tutto, in una satira della classe dirigente come prima non si era mai scritta.


Nell’attesa, sempre più disillusa, di arrivare a far saltare non solo il torracchione, ma il coperchio di potere che schiaccia la città, il protagonista, per mantenere sé, la sua compagna e la famiglia, è costretto a lavorare, a fare il traduttore di testi letterari che, nella realtà, come ebbe a dire Bianciardi, divenne poi la sua effettiva occupazione.


E’ un lavoro duro, non valutato adeguatamente, in cui un intellettuale preparato, impegnato ore e ore, finisce presto in preda all’amarezza, a quella vita agra che dà il titolo al libro. Sono pagine intense, anche di profonda commozione e che riescono a dare la misura del disagio esistenziale. Al riguardo mi permetto di citare due righe, non di più, ma ampiamente sufficienti per comprendere l’agro della vita: “Non è un mestiere avventuroso; le sue gioie e i suoi dolori dall’esterno si vedono assai poco.”.


E’ la disgregazione di un ideale, è una rassegnazione che si spegne dentro, con un finale profondamente triste: l’anarchico, in origine saldo, determinato, pieno di ardore, è stato avvinto dai tentacoli di quel sistema che lui voleva scardinare.


La sua è stata solo una missione impossibile.


 

Di Renzo.Montagnoli

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