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Recensione Heman Zed

Heman Zed

Intervista a Heman Zed

 di Francesco Abate - «L’Unione Sarda»
Tito, quel ragazzino rosso che sognava CCCP

Lo scrittore padovano incontra i lettori la prossima settimana a Sassari, Cagliari e Nuoro.
La cortina di marzapane: Heman Zed racconta il suo romanzo di formazione controcorrente.

Tito è un ragazzino strano: mentre i suoi coetanei sognano l’America, lui spera di trasferirsi nei paesi dell’Est. Mentre altri, con indosso il Moncler, corrono su Vespe scintillanti, lui trotta su un macinino jugoslavo a due ruote, il Tomos A3. Snobba Rivera per Sparwasser, calciatore-operaio della Germania comunista. Un tipetto strambo, dunque. E ancora più strano è il suo creatore quel Heman Zed (nom de plume) che ha raccontato l’avventura controcorrente di Tito in un fulminante romanzo per Il Maestrale. Zed è padovano, ha 41 anni, su un fisico da milizia spartana.

Perché non firma con il suo vero nome? Secondo: come sonorità il suo pseudonimo ha un richiamo ebraico. Un caso? O è voluto dato che La cortina è pervasa da humor tipico della scrittura ebraica?

Non firmare col proprio nome è una sorta di schermatura. Crearmi un alter ego è stato funzionale per mantenere un distacco emozionale tra il narratore e il resto di me. In poche parole, io sono io, quello che scrive è l’altro e se non mi piace ciò che scrive posso liberamente insultarlo. Per quanto riguarda la sonorità, invece, negli intenti non c’era nessun richiamo all’ebraismo. Il mio vero nome è Emanuele Zanon e in Heman Zed ho notato una forma grafico-sonora che poteva essere un tributo alle mie due culture di riferimento: anglosassone e mediterranea. Humor ebraico? Può essere, di sicuro non voluto per la scarsa conoscenza che ho della letteratura ebraica. Certo è che a Woody Allen preferisco Peter Sellers.

Lei è padovano, vive per 5 mesi in Trentino. Il suo personaggio è triestino, la storia si sviluppa nell’Est, poi in Grecia. Nutre un certo fascino per il nomadismo?

In Trentino mi trasferisco nei mesi estivi con compagna, figlia e quest’anno anche un criceto perché Padova d’estate è un paese equatoriale: 40 gradi di pura umidità. Sì, affascinato dal nomadismo è il termine esatto anche se devo fare i conti con una pigrizia di fondo che mal si concilia con l’essere nomade. Più che altro mi affascina l’idea di poter vivere per periodi medio-lunghi in svariate parti del mondo. Un nomade stanziale insomma. L’importante è che ci sia acqua nelle vicinanze: mare, fiume, lago, anche una pozzanghera va bene, purché possa vedere e sentire acqua. Si riflette anche in ciò che scrivo: l’elemento acqua è una costante.
In Sardegna ci si arrovella sul tema dell’identità. Sembra che con questo romanzo, lei, sull’appartenenza a un luogo, dia un’interpretazione molto chiara: non importa dove nasci ma ciò che scegli di essere.
L’identità territoriale è una questione molto sentita anche in Veneto e credo sia una peculiarità di tutti quei popoli con forti radici culturali, legate appunto al territorio. C’è una comunità di veneti che vive in Brasile da almeno quattro generazioni che continua a parlare in dialetto e a mantenere usi culinari tipicamente veneti. Non sono d’accordo quando dietro il paravento dell’identità culturale si celano atteggiamenti di chiusura o peggio ancora di xenofobia. Ciò che siamo, tutti noi italiani, è frutto di secoli di contaminazioni con i popoli di mezza Europa e del bacino del Mediterraneo. Quando si sceglie ciò che si vuole bisogna tenerne conto.

Tito è uno controcorrente, La cortina è un romanzo di una formazione molto particolare, unica. Altri si sarebbero crogiuolati nel raccontare isolamento e solitudine di un diverso, lei ha scelto la strada dello humor. Perché?

Tito è un personaggio creato dalla mia fantasia. Lo spunto iniziale è stato dettato da un mio vecchio amico e probabilmente il carattere di questa persona ha influenzato la costruzione del protagonista. Tito ha preso vita nell’istante in cui ho iniziato a scrivere il romanzo e il mio ruolo è stato quello di accompagnarlo fino alla fine mettendogli a disposizione la scenografia dei miei viaggi nell’Europa dell’Est. Perciò la scelta di una via più umoristica che introspettiva è stata dettata soprattutto dal profilo psicologico di Tito.

La scelta di Tito è dettata da affinità estetica o ideologica? O è solo una scelta “diversa”?

È una scelta dettata in primis dalla magia. Quella magia infantile che ci permette di sognare e costruire mondi fantastici paralleli a quello reale e che tendiamo a perdere con l’età adulta. Tito sa, si rende conto di essere diverso ma intuisce che fino a quando manterrà intatto il suo pensiero magico, troverà un posto nel mondo. Quando però comprende che la magia è svanita con molto coraggio va a cercarsi un mondo parallelo reale.

Tito ha un alter ego, Sony. Se è vero che ogni autore mette porzioni di sé nei libri, lei su chi ha riversato le sue?

Sony era nato come personaggio secondario e invece poi, com’è nella sua natura, ha preso sempre più spazio fino a diventare coprotagonista ma io e lui siamo agli antipodi. Credo che qualche mia caratteristica sia finita più o meno inconsapevolmente in Laszlo Horvath, forse il personaggio del libro che preferisco.

Se Tito dovesse essere oggi il ragazzo che è stato negli anni ’80 che anticonformista sarebbe?

Non vorrebbe fare il calciatore per poi doversi fidanzare con una velina, letterina, paperina e con ogni probabilità sarebbe ammaliato dal mondo di Harry Potter e immaginerebbe Hogwarts più simile al Cremlino che a un castello.

C’è tanta musica in questo libro. Fa ancora il dee jay?

Ho smesso di fare il dj parecchi anni fa quando si è un po’ esaurito il filone trip-hop di Bristol. Massive Attack, Portishead, Tricky e compagni sono stati gli ultimi a coinvolgermi l’anima, poi calma piatta: a parte i Gogol Bordello e David Bowie che anticipa sempre tutto e tutti, non ho più sentito cose interessanti o quanto meno in grado di emozionarmi. Ho invece ripreso a suonare la batteria per un progetto legato a un romanzo che prevede una colonna sonora. In questo periodo sto riascoltanto gli Who, prima di loro i Catherine Wheel. Adoro guardare su YouTube Ringo Starr suonare nel periodo dal ’63 al ’66.

Lei è stato anche importatore di abbigliamento fetish e anelli per body piercing. Questo mondo entrerà prima o poi in un suo romanzo?

C’è un riferimento a quel mondo in un romanzo di prossima uscita. Per il futuro non so, non mi è ancora balzato nulla nella testa che possa avere attinenza col fetish e gli anelli da piercing. A dire il vero qualche tempo fa, una notte, ho buttato giù una serie di omicidi legati a un paio di stivaloni fetish di vernice nera ma il mattino dopo ho realizzato che l’intuizione notturna era in realtà il prodotto di difficoltà digestive. Il tritacarte ha gradito.

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