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Recensione Luana Trapè

Luana Trapè

Il cappotto bianco - recensione di Diego Zandel

 Intorno a tre autentiche lettere risalenti al 1876 e trovate nell’archivio del manicomio di Fermo, Luana Trapè ha costruito il suo ultimo romanzo “Il cappotto bianco”, edito da Pequod. Sono due lettere di una stessa donna, a cui nel romanzo – stando a una nota dell’autrice - è stato dato il nome fittizio di Lucia, e una di un medico del manicomio, tutte relative a un ricoverato, chiamato, sempre nel romanzo, Luigi. Il risultato è un romanzo che, per la sua impostazione classica, potremmo definire postmoderno: un prodotto che rivela una grande consapevolezza, da parte dell’autrice, dei propri mezzi espressivi e testimonia una cultura letteraria forgiata negli studi e nelle letture del nostro più alto ottocento. Un secolo che per gli eventi storici, traguardati attraverso la provincia italiana più appartata qual era all’epoca quella delle Marche in cui il romanzo è ambientato, per le tensioni ideali che li agitano, la delineazione dei personaggi, l’ambientazione, sembra uscire direttamente dalle pagine di un Nievo o di un Fogazzaro, però con quella lucidità intellettuale, al limite ideologica, che solo un autore d’oggi può possedere.
Il romanzo racconta una storia in cui echeggiano con forza le idee che attraversavano l’Italia nei primi anni della sua unità, in uno scontro culturale e di potere tra il diffondersi delle idee laiche e liberali, non prive, grazie al mito di Garibaldi, di influssi anarco-socialisti, e quello confessionale della Chiesa in una terra, le Marche, appunto, già appartenente allo Stato del Vaticano, con le sue cittadine raccolte e ordinate, i suoi signori, eruditi e fedeli al Papa, privati ormai dei loro vecchi privilegi, ma ostinati a conservare a tutti i costi un anacronistico predominio religioso da apparire reazionari.
Protagonisti della storia due giovani, Luigi, orfano di un soldato, passato dalle fila del Papa a quello dei Piemontesi, caduto nella battaglia di Vicenza del 1848 contro gli Austriaci, e Lucia, orfana a sua volta di madre e padre, quest’ultimo anticlericale, che viene adottata dalla zia, Armida Fabbri Calcanti, sorella del padre, una nobildonna rimasta sola e vedova, economicamente decaduta, costretta ad affittare alcune stanze del suo palazzo. Luigi, molto studioso, ha potuto diplomarsi maestro grazie all’aiuto del marchese Traversi Stella che ha visto un po’ in lui il figlio che non ha avuto. All’inizio, i due giovani abitano in città diverse, fin quando Luigi trova impiego come maestro nel paese in cui vive Lucia, diventando affittuario in casa della zia di lei, la nobildonna Fabbri Calcanti. Sono, queste, pagine di grande rappresentazione ottocentesca, per la figura e il carattere dei personaggi, l’ambiente, l’atmosfera. In questo quadro di discrezione e delicatezza sentimentale Luigi e Lucia si incontrano e si innamorano, con slanci emotivi in cui hanno la loro importanza anche l’adesione di entrambi, ciascuno nel ricordo del proprio padre morto, agli ideali garibaldini. La scoperta reciproca avviene con tutte le cautele del caso, perché la riconoscenza verso i loro tutori, tutti filopapalini, e l’educazione ricevuta li costringe a tenere per se i propri ideali. Fino a un certo punto però, perché poi, messi nelle condizioni di scegliere, non potranno esimersi dal manifestare le proprie idee. Ma se questo potrà essere senza conseguenze per Lucia, ecco che nei confronti di Luigi, per il suo ruolo di insegnante, si appuntano gli strali dei tanti anticlericali che vedono in lui sempre più un nemico da colpire, pericoloso per l’educazione dei ragazzi, subito additato da qualche genitore preoccupato come sovversivo e, per questo, inevitabilmente richiamato dalle autorità. Le stesse persone che prima lo apprezzavano, gli sono contro. Il parroco stesso interverrà contro di lui, a nome di due genitori. “Siamo venuti a conoscenza” protesterà presso il direttore della scuola “che il maestro Spina tratta argomenti sovversivi ed elogia le gesta di alcuni facinorosi gabellandole per imprese patriottiche, causando grave turbamento negli animi fiduciosi degli allievi” per poi concludere “Perciò lo invitiamo vivamente a osservare i suoi doveri, conformandosi inoltre al dettato dei testi sanciti dalla fede per quanto attiene all’istruzione religiosa che gli compete”.
Un incidente in particolare, uno schiaffo dato a un alunno che Luigi casualmente aveva colto in fragrante a rubare e che aveva reagito minacciandolo se lo avesse denunciato al padre, lo farà sentire in colpa e lo esporrà a nuovi attacchi, anche fisici oltre che morali, da ritrovarsi un giorno, senza sapere come nè perché, al manicomio. Questo lo prostrerà tanto da far credere ai medici, quella di Luigi, una vera forma di depressione suicida. E la chiusura nell’istituto tanto repentina da far perdere le sue tracce a Lucia, che comincerà a cercarlo disperatamente fino all’incredibile scoperta. La sua prima lettera a Luigi, che troveremo in chiusura, e quindi le altre due daranno il giusto suggello all’intera vicenda che Luana Trapè ha costruito in piena fantasia con la meticolosità di un cesellatore, ma sopratutto con adesione tale ai suoi personaggi e alle loro tensioni ideali da sfiorare la passione.

Diego Zandel
La Gazzetta del mezzogiorno 15/6/2008

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