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Il colore del caffè

Di un libro si devono leggere le pagine interne per poterlo valutare, ma mi permetto questa volta di iniziare parlando della copertina di Vincenzo Bosica, che introduce benissimo all’atmosfera del romanzo.


Quei tre personaggi d’altri tempi, fotografati lungo la via di un borgo, che si nota con le sue torri sullo sfondo, il militare che fa parte del terzetto e, più in alto, quasi a sbucare dal cielo, le immagini dei volti di un maresciallo dei carabinieri e di una donna sognante sono la miglior porta d’ingresso che potesse essere fatta per una vicenda che, al primo colpo, può sembrare scontata, ma che poi, evolvendo pagina dopo pagina, avvince il lettore costringendolo, beninteso volentieri, a vivere in un’epoca passata e in un mondo piccolo, popolato da piccoli grandi uomini.


Bernava è riuscito a ricreare l’atmosfera di un paesino abruzzese nel periodo che va dagli anni ’30 alla fine della seconda guerra mondiale, una realtà chiusa solo in apparenza, perché nell’ambito ristretto fioriscono personaggi e idee forse più che in una grande città.


C’è tutta la solidarietà della povera gente, la dignità di quelli che sembrano vinti dalla vita, ma che invece hanno saputo conoscere il suo vero significato, il tutto raccontato con piccole storie che piano piano si concatenano, dando vita a un affresco corale di rara efficacia e peraltro assai gradevole.


Sì, il personaggio principale è il maresciallo Modiano, della locale stazione dei Regi Carabinieri, ma all’intorno si animano figure solo in apparenza minori, ognuna con un ruolo ben definito che recita al meglio.


Romanzo che agli inizi può apparire senza pretese, Il colore del caffè finisce con il diventare uno di quei piccoli gioielli della letteratura che sono delle vere e proprie icone non solo per il messaggio contenuto, ma anche per lo stile, non consueto, agile, mai ridondante e che consente all’autore anche delle divagazioni di prosa poetica senza che le stesse risultino fuori luogo e comunque tediose. Anzi, queste poche parentesi sono le riflessioni del narratore che forniscono spiegazioni, consuntivi dei fatti che si susseguono, spesso esposti con un tono velatamente ironico che stempera certe malinconie che prendono a leggere del cieco Alfredo, del trovatello Nennè e di Gerolamo, rinchiuso a lungo in manicomio perché non parlasse.


In questo romanzo, poi, troviamo la grande forza del libro, la sua capacità di raggiungere i cuori, di far pensare, di emozionare, e in questo senso è un omaggio alla scrittura, alla carta stampata che permette di farla conoscere a tanti, al suo profumo inconfondibile, come quello del caffè, che piace tanto al maresciallo Modiano.


Nelle pagine c’è già chi ha fatto delle scelte, mentre alla fine ci sarà chi finalmente e consapevolmente saprà fare la sua scelta, scoprendo il vero senso della vita.


Il colore del caffè è un romanzo d’esordio, eppure sembra scritto da un autore già esperto, che rifugge facilmente la retorica e la facile commozione per offrirci un lavoro di autentica eccellenza.


La lettura è vivamente raccomandata.


 

Di Renzo.Montagnoli

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