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E sono creta che muta

   La morte di Salinger ha scatenato una piena di saggi e articoli. Quello scritto da Sandro Veronesi, uscito su Repubblica il 19 febbraio scorso, contiene un riferimento ai diari di Diderot che mi è sembrato illuminante: «[…] ognuno, ha detto Diderot, si costruisce una statua interiore, e lo fa nel momento peggiore della propria vita, l’adolescenza, quando non sa ancora nulla di sé e del mondo, e non ha la minima idea di come si costruisca una statua – e poi passa il resto dei suoi giorni a cercare di somigliarle. Se gli va bene arriva il momento in cui se ne rende conto e comincia a demolirla, ma è impossibile sbarazzarsene del tutto, ed è per questo che nessuno riesce mai a essere felice».


   Tutto questo mi è venuto in mente (ri)leggendo il libro d’esordio di Mavie Parisi, E sono creta che muta (Perrone Lab, Roma 2009, euro 18).


   Cos’hanno a che fare Salinger e Diderot con una storia attuale che intreccia telefonate, sms, trascrizioni di incontri in chat, appuntamenti e uscite con le amiche, cene, bagni al mare e nuotate in piscina?


   Il titolo, tratto da una poesia di Giovanni Pennisi, è evocativo e nello stesso tempo programmatico: la nostra volontà ma soprattutto la vita stessa tendono a demolire o scalfire la statua interiore che con caparbietà ognuno di noi costruisce su più o meno illusorie certezze e vera saggezza forse è proprio quella di lasciarsi mutare come la creta sotto le dita di un’invisibile artefice, senza rimpianti ma con la serenità di chi si adatta alla corrente della vita senza ostacolarla ma assecondandola.


   La protagonista, Kita Narea, porta nell’animo i segni della recente separazione. L’ansia di ricostruirsi una vita – sentimentale ma anche professionale e familiare: l’arte come ridefinizione di sé e una maternità ricomposta e più consapevole – la portano agli incontri virtuali e reali delle chat, ad un alcolismo “domestico” ma non meno pericoloso della dipendenza tossica.


   L’idea di corrente, di stream come i flussi di informazioni di Facebook, non è solo contenutistica: situazioni e dialoghi scorrono con fluidità e Mavie Parisi è abile nel farci immergere nella liquidità della vita di tutti i giorni. La narrazione si dipana senza strappi o stacchi bruschi, con un linguaggio semplice che però scava nelle psicologie dei personaggi.


   Kita usa il pc come uno specchio dei propri desideri, delle proprie angosce. Cerca tra le righe delle conversazioni una frase, una parola che dia un nome alla propria ricerca. Come nelle quêtes medievali, il senso del viaggio sta nel viaggio stesso. Alla fine del romanzo, che non è una vera e propria conclusione – proprio come nella vita – ma una tappa, uno stadio incompleto ancora ma più conscio della statua di creta che è la sua esistenza, Kita accetterà il cambiamento come crescita.


   Il classico romanzo di formazione, il Bildungsroman, qui è un romanzo di trasformazione, di scomposizione e ricomposizione di sé, in cui l’arte è catarsi e conforto, l’amicizia e l’amore sostegni, puntelli,


   La tecnica utilizzata – alternanza di capitoli in prima e in terza persona – permette al lettore di osservare la vita della protagonista da angolature differenti. Le finestre della Bovary qui sono le finestrelle dei programmi per chattare, schermi che sono difesa oltre che sguardo virtuale sul mondo sconfinato delle solitudini.

   L’azione qui è tutta interiore e non c’è bisogno di effetti o colpi di scena per appassionarsi alle vicende di Kita, Stefano, Damiano, dei figli di Kita disorientati dalla separazione dei genitori ma pronti a recepire gli umori della madre, delle amiche pronte a dispensare consigli di sopravvivenza pur vivendo al pari di Kita le esistenze complicate del nostro vivere attuale.

Di Elizabeth Bennet

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