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Recensione Francesco Costa

Francesco Costa

L'IMBROGLIO NEL LENZUOLO

Francesco Costa L'IMBROGLIO NEL LENZUOLO
Francesco Costa L'IMBROGLIO NEL LENZUOLO

Napoli, 1905.
L’Unità d’Italia è una realtà da più di trent’anni, ma per Federico Bory, “cinematografaro” ante litteram, non è più che un cambio di nome per la Via Toledo. O forse è la possibilità d’incantare la gente come un apprendista stregone: «Non poteva comandare, va da sé, tutta la luce che inonda la terra, ne aveva asservito solo un fascio, però era già più di quanto capitasse di norma, e quel fascio di luce andava a buttarsi tutte le volte che lui voleva dentro un lenzuolo da cui tirava fuori cose mai viste, una magnifica femmina e paesaggi d’incanto voi vi chiederete che diavoleria è mai questa, e io che non voglio tirarla in lungo, vi rispondo che faccio il cinematografo, voi saprete di che sto parlando, sì, sono un direttore di scena, ho realizzato una film e ho venticinque anni appena finiti».
E cos’è per Beatrice Sismondi, torinese inquieta, l’Unità d’Italia? Il sentirsi attratta e respinta assieme da Napoli, il sogno realizzato di scrivere sul Mattino come l’ormai leggendaria Serao, di pubblicare a puntate Eunice, l’orfana tisica, improbabile feuilleton strappafazzoletti.
Marianna Mazzolati, bellissima e analfabeta, taglia corto. Chi è del Nord viene «dall’altra Italia», quella in cui si parla una lingua sconosciuta, quella che ti strappa il tuo uomo, Giocondo Gaudio o Gaudio Giocondo – valli a capire i misteri dell’anagrafe del Continente – per farlo soldato a forza.
E chi è la casta Susanna che s’immerge come una ninfa antica nelle acque del lago d’Averno e danza nuda, immortalata su una pellicola?
Cafè chantant, esilaranti produttori cinematografici, amori e passioni in una Napoli smagliante e chiassosa, incantata dal cinema, “l’imbroglio nel lenzuolo”, che fa spavento e attrae dando corpo ai sogni e scrivendoli con la luce.
E poi c’è il fascino della Napoli sotterranea, dell’Averno e del Lucrino, con la grotta della Sibilla e i suoi misteriosi sussurri, il paesaggio affatturato di ginestre e indorato di sole in cui si mescolano profumi e colori, le piante che Marianna raccoglie e impiastriccia per le sue incantagioni curative.
Francesco Costa è un giocoliere di parole e di luce, quella luce mediterranea e partenopea in particolare che fa pazziare i suoi personaggi e che forse li farà rinsavire.
“L’imbroglio nel lenzuolo” è una girandola di situazioni e di trovate, un flusso di narrazione in cui i personaggi principali si rimpallano la storia e se la rigirano a proprio modo. Al lettore il compito di sbrogliare il lenzuolo, di sorridere indulgente ai propri sogni e a quelli usciti dalla penna di Francesco Costa.
 
Questo libro gioca intanto sull'equivoco del titolo, "L'imbroglio nel lenzuolo". Puoi spiegarcelo?

L’imbroglio nel lenzuolo... Non è un’espressione inventata da me. Quando è nato il cinema, dallo schermo (che era spesso un lenzuolo appeso al muro di una casa di paese) scaturivano diavolerie come treni in corsa e navi in mezzo al mare, oltre a gente morta che pareva viva, e per questo l’invenzione dei fratelli Lumière fu denominata dai napoletani (e con una sorta di reverenziale terrore) “l’imbroglio nel lenzuolo”...

Mi è piaciuto molto il gioco di alternanza tra le voci di Federico, Marianna e Beatrice. Come è nata l'idea di questa struttura tripartita?


L’alternanza di tre voci che ricostruiscono ciascuna a modo suo la vicenda riguardante la realizzazione di un breve film muto intitolato “La casta Susanna” mi è nata dalla voglia di calarmi in tre diverse psicologie e di sperimentare tre diversi tipi di linguaggio: Marianna è l’erbivendola analfabeta che ha un linguaggio primitivo, fitto di espressioni dialettali, mentre Federico proviene dalla piccola borghesia napoletana e parla già in modo più pulito. A loro ho voluto contrapporre Beatrice, ricca signora torinese, che usa espressioni più fiorite, visto che siamo nell’epoca del liberty, e adotta pose dannunziane. Una forestiera mi serviva oltretutto perché sul Meridione si posasse uno sguardo “alieno”, affascinato e insieme allarmato dalle contraddizioni e dalle attrattive del nostro Sud.
  
Sei uno sceneggiatore cinematografico e televisivo oltre che uno scrittore, il tuo romanzo d’esordio, “La volpe a tre zampe”, è diventato un film di Sandro Dionisio con Miranda Otto e Angela Luce; il film di Alfonso Arau “L’imbroglio nel lenzuolo” con Maria Grazia Cucinotta, Geraldine Chaplin e Anne Parillaud uscirà tra breve... inoltre leggendo il libro si nota la tua familiarità con l’ambiente del cinema. Puoi parlarci del tuo legame con il mondo della luce, con “l’imbroglio nel lenzuolo”?


Il mio legame con la luce è nato praticamente insieme a me. Ho amato il cinema fin da quando ero piccolo e anche la lettura (e di conseguenza la scrittura) l’ho sempre intesa come un “dare la vista a chi non ce l’ha”. Mi si dice da più parti che la mia scrittura ti permette di “vedere le cose” e senza per questo rinunciare a essere una scrittura inequivocabilmente letteraria. Non amo quei romanzi che sembrano sceneggiature cinematografiche: i miei romanzi sono romanzi, e questo non può negarlo nessuno.

Sei soddisfatto della resa filmica del romanzo?
 
Uno scrittore non dovrebbe mai esprimersi sulla qualità dei film tratti dai suoi romanzi, almeno per una questione di eleganza, ma posso azzardarmi a dire che gli interpreti di “L’imbroglio nel lenzuolo” ingaggiano una vera e propria gara di bravura, e sono tutti encomiabili: la Cucinotta, la Chaplin, il divertente Ernesto Mahieux che impersona il produttore Gennarino Pecoraro, il giovane Primo Reggiani e la francese Anne Parillaud (interprete del mitico “Nikita”) che mi sembra esattamente la Beatrice descritta nel mio libro. Anche la regia ha vigore, ha ritmo... Insomma, staremo a vedere come sarà accolto dagli spettatori.   

Mi è molto piaciuto l'impasto linguistico che hai utilizzato, un dialetto napoletano che si fonde con l'italiano, come a significare l'incontro fra il mondo quasi primitivo di Marianna e quello più intellettuale e sofisticato di Beatrice. Come hai trovato la lingua di questo romanzo?
 
La lingua di questo romanzo è stata generata da una sorta di “full immersion” nelle psicologie dei tre protagonisti. Ho scritto il libro nell’ordine in cui lo si legge, saldando l’uno all’altro (la parola che chiude ogni capitolo è la stessa che apre quello successivo) gli sfoghi accorati dei tre personaggi. Di volta in volta diventavo semplicemente ora l’uno e ora l’altro, e li facevo parlare come immaginavo che potessero parlare. In più dovevo badare al tempo della narrazione che inizia al presente per tutti tre i personaggi, poi affonda nel passato per ricostruire l’origine dei loro drammi e poi torna al presente. È il più elaborato dei miei sei romanzi, e anche il più documentato: per descrivere gli effetti delle erbe raccolte da Marianna ho consultato un antico erbario e per il contesto sociale ho studiato per mesi periodici d’epoca alla biblioteca nazionale. La scrittura del romanzo ha richiesto esattamente dodici mesi. Contrapporre il linguaggio primitivo di Marianna a quello sofisticato di Beatrice significava nelle mie intenzioni sottolineare non tanto le differenze fra le due donne quanto la loro affinità: in fondo combattono entrambe per difendere il loro diritto all’amore. Volevo anche affrontare il tema della creatività artistica (Federico e Beatrice sono artisti: scrivono lui per il cinema e lei per i giornali) e dei suoi aspetti più pericolosi (le ambizioni di Federico costano quasi la vita a Marianna). Si tratta inoltre di una doppia storia d’amore (quella dei poverissimi Marianna e Giocondo contrapposta a quella dei tormentati Beatrice e Federico) che, dopo alterne vicende, approda a una conclusione felice, perché io amo la vita e mi piace quindi guidare i miei personaggi in un processo di maturazione che annovera tappe dolorose, ma li porta verso un futuro migliore.      

Domanda un po’ scontata, ma sono curiosa... quali sono i tuoi progetti futuri? Cosa stai scrivendo?
 
Ho terminato un mystery ambientato nel 1924, nei giorni roventi del delitto Matteotti, e ne sto scrivendo il seguito che si svolge nell’estate del 1926, più o meno nel periodo in cui morì prematuramente l’attore Rodolfo Valentino. Il tragico evento ha una connessione con l’intreccio del romanzo. Delitti, misteri, scambi di persona, sullo sfondo di un paese sui cui si allunga l’ombra di una dittatura che durerà oltre vent’anni.
 
Maria Lucia Riccioli

www.salani.it


www.marialuciariccioli.splinder.com
 

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