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Recensione Sandrone Dazieri

Sandrone Dazieri

La bellezza è un malinteso

Sandrone Dazieri La bellezza è un malinteso
Sandrone Dazieri La bellezza è un malinteso

Un romanzo ben scritto, ma "tecnicamente" sbagliato.


(Sandrone Dazieri, La bellezza è un malinteso, Mondadori, 2010)


- di Federico M. Giuliani


 


Che Sandrone Dazieri sappia come si scrive – nel senso dello "stile" - una detective story d'azione, è lapalissiano: un genere, questo, che appare come l'intersezione fra la detective story classica e la hard-boil crime or thriller fiction; un settore misto, insomma, tutto sommato sparuto in Italia.


Conosce il mestiere, il Nostro, e non a caso ha già all'attivo più di un poker di romanzi, tutti costruiti su quest'io narrante omonimo, detto <> per la sua possanza fisica indistruttibile. E' un ex ufficiale di polizia giudiziaria il quale, dopo essersi salvato la pellaccia per il rotto della cuffia, ha dismesso la divisa per fare l'investigatore privato autorizzato.


Così lo stile è secco e micidiale, come disinfettante etilico (tende a una perfezione d'inseità come Rock 'n' roll suicide di David Bowie, nella celebre esecuzione fatta dal Duca Bianco in chiusura del concerto di Santa Monica del '72). Somiglia d’altronde, la pagina di Dazieri, a Leave me alone, tratta dall'album Bad, anch'essa in versione live del Peter Pan del pop, prematuramente scomparso.


E che si siano scelti, in senso vagamente paradigmatico, due grandi autori musicali di lingua inglese, non è un caso, proprio perché, con un certo italiano strascicato e verboso, Sandrone Dazieri non ha nulla, per sua fortuna, a che vedere.


Insomma, tutto si può dire meno che il nostro Autore debba stare, per dirla con Fabrizio De Andrè, <>. Il rischio, cioè, che Egli prenda dei granchi di forma risulta del tutto inesistente.


Così non stupisce che, anche in questo suo lavoro, lo scrittore si mostri acuto e attento all'action, capace di tenere inchiodato il lettore per duecentottanta pagine fitte come una giungla, stimolanti come l'aglio masticato puro, movimentate come un luna park d'antan o come un ambaradan circense, nel quale vi è sì disarmonia disastrata, ma, per dirla col Roscioni, ben prestabilita.


La storia, tutta ambientata in una Milano livida di freddo e lattiginosa à la Scerbanenco, nasce da una verifica assicurativa per piccoli furti su mezzi di trasporto pesante.


Il conducente, sentito dal Gorilla che è incaricato dalla società di assicurazioni, dopo pochi giorni si getta sotto la metropolitana, sicché l'io narrante è convocato dal magistrato che indaga e, in quella occasione, incontra il personaggio che mette in moto tutta l'avventura mostrandogli - nella confusione mattutina del celebre bar che sta all'angolo tra via Freguglia e corso di Porta Vittoria (il c.d. bar degli avvocati) - un video che ritrae il suicida negli ultimi istanti della sua vita, prima del folle tuffo sotto il convoglio underground.


Il Gorilla non sarebbe tale se, ben al di là dei suoi stretti obblighi consulenziali con l'assicurazione, non si mettesse a indagare per conto proprio, seguendo un filo d'indizi e di fatti sopravvenuti, che l'Autore mette in piedi e dipana, uno dopo l'altro, con sapiente ed efficace maestria.


La suspance è garantita, al pari del brivido cercato dal protagonista come si trattasse di assenzio per Baudelaire.


Bene ci sta davvero, lungo tutto il romanzo, quella fisicità autocosciente del Gorilla, alle volte straziata dai delinquenti eppure mai spezzata.


Bene ci sta tale fisicità, perfettamente evocativa della durezza dei rapporti interpersonali nel capoluogo lombardo, specie quando ci si mette, a isolare le cose e le persone, anche un  "inverno bestia", come si dice sotto la Madonnina.


Bene ci stanno, altresì, i colpi di scena e i folli inseguimenti, i duri pestaggi e il gergo temprato - cui si aggiunge la moglie russa del Gorilla, ben disegnata, nonché i suoi vecchi amici che sempre lo supportano quando c'è uscire dai vicoli ceci.


Bene ci sta, ancora, il retroscena e la sua soluzione progressiva, al suono di pestaggi subiti e di altri rischi grossi.


Bene ci sta tutto ciò, perché Dazieri - lo si capisce già dal nickname del suo protagonista - fa parte del clan dei duri della Milano anti-delinquenziale.


Ed invero egli, se anche di Scerbanenco condivide l'ambientazione di notti e nebbie di castellanetiana memoria, è più vicino al Pinketts per quella fisicità metropolitana lombarda, un po' troppo da "feldmaresciallo" a dire il vero, ma tuttavia efficace nella pagina e nell'immaginazione del lettore.


Rispetto a Pinketts, però, Dazieri è molto più realista, molto meno "drink a Brera" - o à Le trottoir nuova sede "fluviale" di piazza XXIV maggio: meno donnine in televisione, insomma, e semmai più "crime news", più sapore di quella cronaca che, tra il '72 e il '79, stava a Milano nel quotidiano di settore per antonomasia, cioè La notte.


Sandrone, del resto, appare più seguace del Martin Riggs – e Mel Gibson - di Arma letale, che del detective Marlowe di Chandler, reso dal glaciale - e pure possente - Mitchum.


Siamo, insomma, in un contesto di situazioni originale, un po’ sul filone cantautorale meneghino di un (seppure marchigiano di nascita) Gianfranco Manfredi (non a caso autore di un romanzo come Cromatica), piuttosto che di un Enzo Jannacci antiborghese trasognato, e pure esile cardiochirurgo d'urgenza.


Va bene tutto, insomma, in questa prova dazieriana.


Ma non vanno bene le cose, purtroppo per il Nostro, nella tecnica dei contenuti.


         Vi è, infatti, un appunto piuttosto grave da muovere a questo romanzo, nel suo essere tutto meno che fantastico, e dunque piuttosto "realista di genere".


Dazieri, cioè, risulta al fondo essere tutto meno che realista in punto di diritto, per ciò che concerne i fatti narrati.


Anzitutto, appare alquanto "improbabile" (a voler essere generosi), che un magistrato, al termine di un'udienza, si rivolga a chi è appena comparso al suo cospetto (il Gorilla), dicendogli che fuori della porta "c'è qualcuno che lo aspetta" – come se, chiuso il verbale, un magistrato possa realisticamente trasformarsi in una sorta di portiere d'albergo, il quale peraltro non fa nemmeno il nome di colui che annuncia all’ospite.


Inoltre, se si seguono con attenzione tutte le condotte del Gorilla, ancorché tenute a fin di bene e con un ottimo esito conclusivo contro "i cattivi" (taluni poliziotti "marci" inclusi), ci si accorge che quest'io narrante inanella una tale serie di violazioni di legge e abusi anche informatici - di rilevanza civile e penale -, che non si possono cancellare con la bacchetta magica, o fare finta che non rilevino in chiave critica, viste soprattutto le premesse - e promesse – autorali.


Né d'altronde, per tali illeciti di varia natura – ancorché commessi da un investigatore privato "autorizzato" -, si possono fondatamente invocare (come invece si fa tra le righe del racconto) talune scriminanti. o cause di giustificazione. Mi riferisco a circostanze che, per legge, escludono l'antigiuridicità delle condotte, quali l'esercizio di un diritto o l'adempimento di un dovere, lo stato di necessità e via dicendo.


Infatti è fuor di dubbio che, in capo al Gorilla nel momento stesso in cui pone in essere tutta una catena di atti in sé illeciti, non sussiste alcun diritto, né adempimento di dovere di sorta, da fare valere/esercitare in concreto; e ciò neppure quale investigatore privato, a quest'ultimo in quanto tale essendo semmai consentiti, dai nostri codici, ben altre condotte.


Sembrerebbe d’émblee fare eccezione solo l'esimente della legittima difesa. Ma anche qui va detto che, secondo quanto precisato dalla Corte di Cassazione (sent. 11 maggio 1980, in Riv. pen., 1980, 987),  viene meno il requisito della necessità della difesa, o della ingiustizia dell'offesa, ogniqualvolta la situazione di pericolo è volontariamente cagionata dal soggetto che reagisce; e ciò, purtoppo, accade quasi sempre nelle scorribande invasive del nostro investigatore "fisicato”.


E ancora, alle volte il Gorilla potrebbe tentare d'invocare, ex post, lo stato di necessità, quale ulteriore causa di giustificazione. Ma – si badi bene – questa esimente vale soltanto quando l'agente è spinto dalla necessità di salvare non se stesso, bensi altri, dal pericolo attuale di un grave danno alla persona  - viceversa venendo in considerazione la legittima difesa di cui si è detto. Con il che questa scusante, per il Gorilla, risulta applicabile soltanto a una parte delle sue condotte aggressive (quelle finali del racconto), le quali in effetto sono illecite eppure non antigiuridiche. Ma ciò non vale con riferimento a tutti gli atti illeciti posti in essere dal protagonista, lungo il lungo percorso azionato del racconto.


Che se poi, per avventura, si volesse opinare che il Gorilla non è imputabile per incapacità d'intendere e di volere, a sua volta cagionata da quella sorta di doppione interiore che lo spinge alle predette azioni – <>, come lo chiama il Nostro -, allora bisogna pensare che assai difficilmente, e legittimamente, il Gorilla potrebbe svolgere in tali condizioni psichiche la professione d'investigatore privato.


Insomma, nonostante le ottime apparenze – le quali si esauriscono per lo più sul piano scritturale – il romanzo in parola, e la sua stessa struttura, vanno cassati senza rinvio per disinformazione, e mancanza di doveroso approfondimento tecnico e carenze settoriali.


La prossima volta – viene da dire - se Dazieri desidera fare compiere al suo Gorilla tutto ciò che gli piace – quasi fosse legibus solutus soltanto perché è un detective privato -, allora scriva in un milieu e di un'atmosfera corruscamente immaginari (a costo di competere con Pinketts), ed eviti accuratamente uno pseudo-realismo, il quale sennò rischia di risultare infondato.


 

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