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Recensione Giuseppe Bonaviri

Giuseppe Bonaviri

Il vicolo blu

Giuseppe Bonaviri Il vicolo blu
Giuseppe Bonaviri Il vicolo blu

Magia sublime


 


“Nel frattempo dalle colline vicine, che si estendevano in una linea che andava da occidente ad oriente dove per prima il giorno imbruniva cominciavano a cantare gli assioli.


Come si sa, sono uccelli notturni, per natura tristi, il cui canto, a differenza di quello dei grilli, pareva disassimilasse lo spazio, ossia lo trasformasse in rotonde isole sonore intercalate da pause di silenzio che si formava fra melograni, carrubi e mandorli; o si infossava nelle grotte e nei botri profondi.”.


 


 


Con Il vicolo blu Giuseppe Bonaviri ritorna al suo paese natale, Mineo, a distanza di anni da Il sarto della strada lunga. E’ trascorso molto tempo e quella sua naturale vena poetica, accompagnata da un’analisi ontologica di ogni essere reale, si è notevolmente affinata, così che questo lavoro di fissazione della memoria riesce a giungere a risultati straordinari, di palpitante intensità e commozione.


Il mondo rurale, povero, quasi derelitto, ma ricco di una solidarietà oggi sconosciuta, con tutti i suoi contrasti, sorretto da una fede panteistica, viene tratteggiato in modo esemplare.


E la vicenda di una modesta villeggiatura d’epoca, una fuga dal buio dei vicoli di Mineo, assurge a una gigantesca corale sinfonia in cui ogni elemento della natura, uomini, animali, vegetali, perfino sassi, ha la sua voce, la sua tonalità, si imprime indelebilmente nell’animo del lettore, consapevole che Bonaviri con questo suo lavoro ha cantato un mondo che non esiste più.


Sono tanti i passi in cui la vena poetica dell’autore trascende dalla visione apparente per entrare in un’atmosfera di elevata intima spiritualità, pagine a cui lasciarsi andare, volando oltre la nostra realtà per ritrovare il respiro dell’eterno che tanto ci manca.


E’ la Sicilia antica quella così mirabilmente descritta, in una visione teocritea che raggiunge vette sublimi e che solo nelle Bucoliche di Virgilio ho potuto constatare.


Bonaviri, con quella sua aria pacata, per nulla saccente, sembra volerci dire che se il destino dell’uomo è rincorrere vanamente se stesso, c’è un altro mondo intorno a noi, in cui entrare con il cuore e scoprire meraviglie che la nostra scienza, perfetta, ma arida, ci ha con il tempo nascoste.


Un semplice temporale, con il mutare del colore del cielo, l’afrore della terra zuppa d’acqua, le reazioni degli animali e degli uomini sono il preludio a pagine ancor più intense, come quelle della raccolta delle stelle cadenti, in cui la fantasia, nel superare la realtà, ci restituisce questa in un’altra dimensione, con l’uomo che, da oggetto del disegno imperscrutabile dell’universo, ne diviene soggetto, partecipe e non più succube, fermo restando la sua limitatezza di essere infinitesimale, un atomo di un progetto troppo grande per essere compreso.


La vita di ogni giorno, così misera, con i suoi lutti e le poche gioie, finisce con il diventare l’occasione di continue scoperte, di meraviglie che affascinano non solo i bimbi protagonisti, ma anche gli adulti; è questa una civiltà arcaica, di forti contrasti, in cui un contadino è capace di comporre una laude per violino sulla morte dei capretti sgozzati, o dei papaveri tagliati durante l’aratura. In tal modo fra la magia dei fanciulli e il naturalismo senza tempo degli adulti non c’è contrasto, anzi si instaura un’armonia perfetta.


Tutto procede secondo natura, non c’è tempo e nemmeno l’occasione per le attuali depressioni, perché il vivere a stretto contatto con il mondo che ci circonda e che procede immutabile da secoli, a parte la ciclicità delle stagioni, induce l’uomo a scoprirne l’essenza, a considerarsi parte integrale dello stesso senza superbia, con la immensa modestia degli umili, con quella capacità di trascendere la realtà che il progresso ci ha tolto.


Bonaviri ha saputo trasmetterci non solo questo suo messaggio di avvertimento, affinchè la nostra civiltà rallenti la sua corsa inutile, ma ci ha portato con lui in questo altro mondo, dove la dolcezza dell’asina Ririrì incanta e intenerisce il cuore, dove la solidarietà della povera gente permette un funerale quasi pagano a un bimbo morto a nemmeno due mesi di età, dove la scomparsa per tetano di un compagno di giochi è vissuta in un lutto collettivo non di circostanza, ma di profondo affetto.


Il vicolo blu è il testamento letterario di Giuseppe Bonaviri, in cui generosamente ha lasciato a tutti la sua visione della vita, stupendoci dalla prima all’ultima pagina, in una narrazione che riesce a giungere più volte a vette sublimi, proprie di quello che può essere considerato un autentico capolavoro.  

Di Renzo.Montagnoli

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