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Recensione Edward Carey Observatory Mansions
le prime pagine
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I
L'arrivo
Indossavo guanti bianchi. Vivevo con mio padre e mia madre. Non ero un bambino. Avevo trentasette anni. Il mio labbro inferiore era gonfio. Indossavo guanti bianchi anche se non ero un domestico. Non suonavo in una banda. Non facevo il cameriere. Non ero un mago. Ero il custode di un museo. Un museo di oggetti significativi. Indossavo guanti bianchi per evitare danni ai novecentottantasei oggetti contenuti in quel museo. Indossavo guanti bianchi per evitare contatti diretti alle mie mani. Indossavo guanti bianchi per evitarmi la vista delle mie mani nude.
Vivevo, come capita a molta gente, in una città, una città piccola, una città insignificante, una città non molto rinomata. Vivevo in un palazzo, ma avevo accesso solo a una piccola porzione di esso. Intorno a me vivevano altre persone. Le conoscevo appena.
Il palazzo dove vivevamo era un enorme cubo di quattro piani, in stile neoclassico, denominato Observatory Mansions. Observatory Mansions era un posto sudicio. I muri esterni erano pieni di chiazze scure simili a piaghe, e sul grigio della facciata spiccavano scritte gialle e rosse in vernice spray, vergate nottetempo da anonimi vandali. Quella che più de e altre balzava agli occhi era: ANCHE TU PUOI TROVARE L'AMORE. L'unica peculiarità dell'edificio, a parte le dimensioni e la quasi totale assenza di peculiarità, erano le quattro colonne che sostenevano la pensilina del portico. Sbreccate, piene di crepe, e, specialmente una, sbilenche. Un'altra particolarità dell'edificio era la cupola sul tetto a tegole, in corrispondenza dell'atrio. Un tempo quella cupola aveva ospitato un osservatorio. Un osservatorio adesso sguarnito di telescopi e ridotto a ufficioso ostello per i piccioni — per la loro cacca, i loro piccoli, i loro moribondi e i loro morti.
Un tempo Observatory Mansions sorgeva in aperta campagna, circondato da scuderie e capanni, da un parco e da campi coltivati. Con l'andar degli anni la città si era trascinata fin lì, ogni anno inghiottendo un nuovo campo, fino a raggiungere prima il parco, che aveva spalmato d'asfalto, poi le scuderie e i capanni, che aveva raso al suolo. Soltanto il palazzo, quell'enorme cubo nero, era rimasto. Tutt'attorno gli era stata eretta una muraglia circolare alta tre metri — un baluardo, una promessa che lì la città si sarebbe fermata. Invece la città aveva proseguito, in un caotico accavallarsi di strade e case che si era spinto ben oltre la nostra dimora. Con l'avanzare della città, le strade che lambivano Observatory Mansions erano diventate sempre più ampie e battute, un fiume sempre più ardito, un assedio sempre più serrato, finché Observatory Mansions era diventato un'isola. Una rotatoria, un'isola pedonale, dimenticata dalla città ma accerchiata dal suo convulso fluire. Spesso pensavo alla nostra dimora come a un vecchio, un vecchio titanico e glabro, seduto con le ginocchia strette fra le braccia flaccide. Il vecchio assisteva sconsolato allo snodarsi del traffico, al pullulare di edifici moderni, all'andirivieni di gente indaffarata e sterminata. Sospirava, non si capacitava di essere ancora lì. Quel vecchio non stava bene, quel vecchio stava morendo. Era affetto e tormentato da innumerevoli mali, la sua pelle era terrea, i suoi organi interni liquefatti dall'emorragia.
Quella era la nostra dimora, e noi eravamo passabilmente contenti che lo fosse, fino all'arrivo di un nuovo inquilino.
La prima notizia del nuovo inquilino ci giunse in forma di bigliettino affisso alla bacheca nell'atrio. C'era scritto:
Appartamento 18
Affittato.
Tra una settimana.
Un semplicissimo bigliettino che ci riempì di paura. Ad affiggerlo era stato il Portiere. Il Portiere sapeva cosa ci premeva sapere: ci premeva sapere chi fosse la persona che intendeva affittare l'appartamento 18. Il Portiere si era premurato di affiggere quel bigliettino perché sapeva che così ci avrebbe turbato. Avrebbe potuto astenersi, avrebbe potuto non fare niente, e al settimo giorno saremmo rimasti di stucco sentendo rumore di vita nell'appartamento 18. E invece ci aveva avvertito, sapendo che così ci avrebbe turbato. Il suo unico scopo era turbarci. Sapeva che ciascuno di noi avrebbe passato quella settimana tormentandosi sull'identità della misteriosa persona che avrebbe occupato l'appartamento 18, e che quell'informazione sarebbe rimasta suo patrimonio segreto, poiché il Portiere non parlava con nessuno.
Il Portiere apriva bocca soltanto per sibilare. Se ci avvicinavamo troppo, il Portiere sibilava. Quel sibilo significava: Andate via. E noi acconsentivamo volentieri. Non era piacevole avvicinarsi troppo al sibilo del Portiere. Non era piacevole avvicinarsi troppo al Portiere. Sicché, se ci fossimo azzardati a chiedergli qualcosa sul nuovo inquilino, la risposta sarebbe stata un sibilo. Andate via. Ci toccava aspettare. E aspettare era la cosa che odiavamo più d'ogni altra. L'ansia era letale per i nostri cuori malandati. Non ci restava che immaginare il futuro inquilino dell'appartamento 18 — per un'intera settimana. E per un'intera settimana fummo terrorizzati. Dormivamo poco. Ci scoprivamo a vicenda appostati davanti all'appartamento 18, come se il semplice trovarci in quella specifica porzione d'edificio che tanto ci riempiva d'inquietudine potesse farci immediatamente capire che tipo di persona stesse per occuparla. Allora, quando ci sorprendevamo davanti all'appartamento 18, sgattaiolavamo via, pieni di vergogna. Talvolta, invece, quando li davanti nessuno ci scopriva e noi non scoprivamo nessuno, riuscivamo a entrare nell'appartamento, ma vi trovavamo immancabilmente il Portiere, un Portiere intento a pulire, accanito a pulire, che subito ci scacciava a furia di sibili. E noi correvamo a rintanarci in casa, tremanti.
© 2002 RCS Libri Editore
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