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Recensione Ignazio Silone

Ignazio Silone

Fontamara

Ignazio Silone Fontamara
Ignazio Silone Fontamara

Che fare?
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“In capo a tutti c'è Dio, padrone del cielo.
Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi, nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire ch'è finito.”


Scritto nel 1930 durante l’esilio, Fontamara è probabilmente il più famoso romanzo di Ignazio Silone.
E’ indubbio che per il tema trattato e per il suo svolgimento possa costituire un testo indispensabile per l’effettiva conoscenza del nostro meridione, e in ciò costituisce un preciso atto d’accusa a un sistema che tende a cristallizzare i ceti sociali, impedendo di fatto una positiva evoluzione verso un miglioramento materiale e l’acquisizione di una coscienza nazionale forte ed egualitaria.
Fontamara, che già nel nome porta in sé un destino ingrato, fatto di miseria e sofferenza, è un paesino della Marsica, il più povero fra tutti, isolato, una semplice espressione geografica, parte di uno stato che non se ne cura, che preferisce lasciare le cose come stanno, perché questo torna utile a interessi di pochi e mai soddisfatti poteri ben delineati, quali la Chiesa, il Governo (nel caso specifico quello fascista), l’imprenditoria d’arrembaggio, il cui fine non è solo il profitto, ma anche il piacere perverso di imporsi sugli altri.
In questo contesto si sviluppa una storia di soprusi, di inganni, di raggiri, tutti a danno di questi miseri contadini, i cafoni tanto per intenderci.
A loro è lecito chiedere tutto, a loro è negata ogni possibilità di elevarsi su un mondo talmente statico in cui l’esistenza non ha mai sussulti, né gioie, ma solo dolori.
Giorni e giorni sono trascinati senza speranza in un buio anonimo in cui i sentimenti si smorzano e subentra un’eterna e atavica rassegnazione, che si estrinseca in una domanda senza risposte: Che fare?
Uno di loro cercherà la soluzione, immolandosi per il bene di tutti, per unire quello che l’egoismo della miseria divide, e se il suo sacrificio sembra sortire l’effetto sperato, ben presto ci si accorgerà che nulla è cambiato e che l’alzar la testa per protestare, in ciò stimolati da un giovante antifascista, il Solito Sconosciuto, avrà come conseguenza solo una feroce repressione di cui tanti resteranno vittime.
In tutta la vicenda c’è un’amara constatazione: sfruttati da sempre e da tutti, i cafoni sono stati sfruttati anche da chi ha loro prospettato la possibilità di un riscatto, magari in buona fede, se pur in una visione più generale di carattere politico, che particolare di carattere sociale.
Questa è gente che nulla sa, che vive senza luce elettrica perché non ha soldi per pagarla, che quando scoppia una guerra ne viene a conoscenza solo tramite la coscrizione obbligatoria, che vede nei “cittadini” degli esseri lontani mille anni, solo degli alieni che popolano un mondo che non è il loro.
A Fontamara il tempo è immobile ed è fortunato solo chi se ne va, magari oltre l’oceano, a cercare fortuna, ma spesso solo altra miseria, aggravata dalla nostalgia per il proprio paese, che non è l’Italia, bensì quelle quattro povere case dove si nasce, si vive e si muore, senza che qualcosa cambi.
In questa emarginazione è naturale e spontanea la sfiducia nei confronti dello stato, un’istituzione vista come un lontano potere che tutto toglie senza dare.
La visione di Silone è indubbiamente pessimista, scaturisce anche da un profondo sentimento di riscatto non solo dei contadini della Marsica, ma anche dei diseredati di tutto il mondo, un atto di denuncia più civile che politico e proprio per questo, libero da orpelli e da retorica, giunge più direttamente al cuore del lettore, in una nuda sincerità che si limita solo a raccontare, magari sostenuta da una sottile ironia che sembra stemperare il dramma anche con episodi picareschi, ma che alla fine si rivela per un pugno ben assestato allo stomaco, una sconvolgente rivelazione che accompagna anche a libro ultimato e che scuote la nostra colpevole indifferenza.
Fontamara non è solo un romanzo molto bello, è un autentico capolavoro.

Di Renzo.Montagnoli

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