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Recensione Ekkehart Krippendorff

Ekkehart Krippendorff

Critica della politica estera

Ekkehart Krippendorff Critica della politica estera
Ekkehart Krippendorff Critica della politica estera

Per l'autore Macchiavelli ha avuto indubbiamente il merito di individuare per primo la dinamica del potere, a ciò ha avuto il merito di comprendere come la politica, nella concreta realtà storica, sia stata e debba continuare a essere dominio; ebbene anche Kant nel saggio Progetto per la pace perpetua comprese chiaramente che interpretare la politica come scienza del dominio equivaleva a marginalizzare, se non addirittura a rendere irrilevante, la dimensione morale. Proprio per offrire un'alternativa ad una visione realistica della politica, il filosofo tedesco sottolineò l'esigenza di trasformare in modo radicale la finalità della politica attribuendo ad essa come scopo precipuo quello di conseguire l'emancipazione del cittadino attraverso un graduale processo educativo. Ebbene, è evidente che l'autore consideri le proposte kantiane le uniche alternative realmente perseguibili, le uniche scelte in grado di superare la tradizionale visione della politica come tecnica di dominio. Da questo punto di vista, per il politologo tedesco, il nazismo non rappresenterebbe una degenerazione del realismo politico quanto piuttosto un caso "estremo e paradigmatico della logica approdata al sistema di Stati, di una politica svincolata dalla morale" (1). Proprio per opporsi ad un esito del realismo politico che l'autore considera quasi inevitabile- cioè la deriva totalitaria- il politologo tedesco considera alla stessa stregua di Kant indispensabile coniugare politica e morale. Sia sufficiente- rileva il politologo tedesco-ricordare come la politica messa in campo durante la guerra fredda presentasse una prassi svincolata da qualsiasi morale e facesse ricorso "all'omicidio come mezzo della polizia di Stato in particolare"(2). Un caso storico di particolare significato è la crisi missilistica di Cuba, crisi che dimostrò come l'azione dei fratelli Kennedy fosse stata priva di qualunque scrupolo morale e fosse gravida di conseguenze addirittura apocalittiche per l'umanità. A tale proposito-richiamandosi alla ricostruzione profondamente demistificante della storia americana e in particolare della presidenza Kennedy fatta da Chomsky- anche il politologo tedesco ricorda come durante il suo mandato presidenziale fossero stati eseguiti veri e propri omicidi politici nei confronti ,ad esempio,di Lumumba in Congo, nei confronti di Trujillo nella Repubblica dominicana e ricorda altresì come i piani per assassinare Fidel Castro fossero proseguiti durante il suo mandato. Un altro aspetto evidenziato dall'autore, è il linguaggio di cui si serve la politica estera, un linguaggio fatto di astrazioni che privano gli interlocutori della capacità di potersi rapportare concretamente alla realtà , linguaggio il cui uso determina la creazione di una realtà immaginaria e parallela rispetto a quella concreta. Da questo punto di vista -e in modo indubbiamente provocatorio- l'autore sottolinea come sarebbe utile scrivere una storia della politica attraverso il suo linguaggio e una volta che una tale operazione venisse compiuta sarebbe una storia della terminologia del potere. A tale proposito,di fondamentale importanza risulta essere la metafora del gioco dalla quale si evince che, per i tessitori della politica internazionale, gli esseri umani e loro vite non sono altro che numeri; non a caso durante la guerra fredda la politica estera sovietica venne interpretata alla luce della metafora del gioco degli scacchi e l'uso ampio di questa metafora consentì all'Occidente- secondo il politologo tedesco-di poter legittimare ed applicare una politica estera all'insegna del riarmo. In altri termini, è chiaro per l'autore che l'uso di queste metafore finisce per ridurre la vita individuale e sociale a parametri quantificabili e controllabili nell'interesse di chi ha il potere. Ebbene, contro questa concezione tradizionale della politica ,il politologo tedesco sottolinea la necessità di costruire una politica sull'argomentazione, sul lavoro di persuasione che sommata alla democrazia dal basso giunge a rigettare il ricorso alla violenza.

Gagliano Giuseppe

Di prupitto

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