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Recensione Santalucia M. Teresa Scibona

Santalucia M. Teresa Scibona

La contesa dei vini

Santalucia M. Teresa Scibona La contesa dei vini
Santalucia M. Teresa Scibona La contesa dei vini

Una sfida divertente
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C’è un passo della Genesi in cui si racconta che Noè, dopo il Diluvio Universale, piantò una vigna, con i cui frutti produsse un nettare (il vino) che bevve fino ad ubriacarsi. Questa bevanda, al di là di quello che dice la Bibbia, ha origini antichissime e sembrerebbe risalire addirittura al Neolitico; l’unica certezza, però, è che è sempre stata una fedele e ambita compagna dell’uomo, oggetto anche di simbolismi, come nel caso del vino dell’ultima cena di Gesù Cristo; peraltro questo nettare è sempre stato considerato come una bevanda d’evasione, come un prodotto alimentare che, per il suo tasso alcoolico, induce alla spensieratezza, disinibisce, insomma consente di aprirsi totalente, infrangendo quei vincoli di naturale ritrosia e riservatezza presenti, in maggior o minor misura, in tutti gli uomini. Ed è talmento importante dall’aver costituito e dal costituire ancor oggi uno dei temi preferiti dai poeti, così che in questo contesto non stupisce questa silloge di Maria Teresa Santalucia Scibona, di certo più estimatrice che gran bevitrice di vini.
Fra l’altro il fatto di vivere in Toscana, regione di nobili vitigni, ha indubbiamente il suo peso e pertanto l’assunzione della bevanda assume il vero e proprio significato dell’adempimento di una tradizione in essere da millenni. Nel sorseggiare il nettare, fra un tempo e l’altro di accostamento alle labbra del calice, si consuma un rito di silenzio, di meditazione, che non solo apre se stessi gli altri, ma che spalanca quella porta che tenacemente teniamo chiusa e che cela il nostro intimo a noi stessi.
Non c’è mestizia, anzi è bandita, è invece piuttosto presente una gaiezza che l’autrice ha ben voluto rendere introducendo i primi versi con un passo tratto dalle Odi di Orazio: nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus (Ora bisogna bere, ora bisogna far risuonare la terra con libero piede), un invito a darsi alla pazza gioia.
Per quanto ovvio il protagonista, o meglio i protagonisti della silloge sono i vini, in contesa fra di loro, una gara che farebbe la gioia di un sommellier (Impettiti come bravi soldatini / in trepida attesa di medaglia, / sul niveo desco imbandito / i favolosi vini gareggiano / guardandosi in cagnesco, / si sfidano agguerriti / per l’ultima battaglia. /…).
Una pacifica sfida in cui i cavalieri, di nobile rango, si presentano di volta in volta e così verso dopo verso l’autrice ci svela nomi e qualità di questi soldatini, con una verve poetica leggiadra, non disgiunta da una conoscenza enologica che si presume raggiunta per esperienza diretta (A Bolgheri fra i noti cipressetti / di carducciana memoria, / domina nelle valli incontrastato / il “Sassicaia”, che ha respirato / le baruffe del salso maestrale, / si sente quindi maestoso regale. /….) (Il rosso “Nobile di Montepulciano” / dal profumo di mammole, / incorporato al “ Prugnolo gentile” / ascolta altezzoso, un po’ ostile / le francesi ascendenze del “ Barolo”. / che vanta il gentilizio casato. /…) (…/ Niente male quel secco “ Bardolino” / veronese dalla spuma sottile, / è di grana fine e frizzante. /…).
Ci sono un po’ tutti i migliori vini italiani, descritti in modo accattivante, quasi trasformati da nettare oggetto di desiderio a personaggi umani, come accade con gli animali nei cartoni animati, e proprio per questo il piacere della lettura aumenta, verso dopo verso, contagiati da quella gaiezza a cui siamo invitati dalla fertile penna di Orazio. Si ride anche, come per la stravagante storia d’amore del Bianco Vergine di Arezzo, invaghitosi, non corrisposto, dell’altezzosa Vernaccia.
Da accademica disfida piano piano, in un cicaleccio che pare rimbombare nella sala di un antico palazzo, questi vini si animano, discutono, litigano, fanno di tutto per mettersi in mostra, soverchiandosi l’un l’altro e così da silloge lieve, che pareva finalizzata solo a erudire, divertendo, ci si accorge della metafora di un paese con tante individualità, spesso assai valide, ma in perenni inconcludenti bisticci ( I fiorentini del Gallo Nero / boriosi e ridanciani / sognano solo di menar le mani. / I battaglieri cercano la rissa / e del Chianti difendono i confini / nel sangue rosso d’uva / a colpi d’alta gradazione. /…).
Fra un vino e l’altro, che non si assaggia, ma si legge, c’è tutto il tempo per riflettere ed ecco allora che parlare di vino da meditazione appare proprio pertinente, ma tutto è lieve, il cuore verso verso dopo verso si rasserena e giunti alla fine viene istintivo l’alzare un immaginario calice e sussurrare a fior di labbra un “prosit” di soddisfazione.

Di Renzo.Montagnoli

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